Roma, 5 ott. (askanews) – Gli stipendi italiani non crescono, l’energia costa sempre di più e i centri città si svuotano di negozi e botteghe storiche. È questo il quadro economico che fa da sfondo a una delle tendenze più silenziose ma significative del mercato italiano: la crescita costante del franchising, un modello che nel 2025 ha raggiunto un fatturato di 39 miliardi di euro, pari all’1,7% del PIL nazionale, con una crescita dell’8% rispetto all’anno precedente. Dati che stonano con il clima generale di stagnazione salariale e inflazione persistente, e che aprono una domanda scomoda: se il franchising cresce così, perché così pochi italiani lo considerano una risposta concreta alla crisi? La risposta non è semplice, ma chi lavora ogni giorno in questo settore ha le idee chiare. ‘In un contesto nazionale dove abbiamo costi dell’energia alle stelle, stipendi bloccati e produttività ai minimi termini, è qui che si inserisce il franchising’, afferma Enrico Tosco, founder e CEO di Reting e content partner del Salone del Franchising Milano 2026. ‘È una necessità, per noi operatori, farlo conoscere.’ Tosco non usa mezzi termini: il franchising non è solo un modello commerciale, è una risposta strutturale a problemi che affliggono milioni di italiani. I numeri sembrano dargli ragione. Secondo i dati di Assofranchising, nel 2025 il numero di addetti nel settore è aumentato del 12%, un dato che contrasta nettamente con la stagnazione occupazionale che caratterizza altri comparti dell’economia italiana. I punti vendita in franchising hanno raggiunto quota 67.275 unità nel 2024, con una crescita del 2,2% rispetto all’anno precedente. Non si tratta di una bolla speculativa, ma di una crescita organica che resiste alle turbolenze macroeconomiche. Il meccanismo che rende il franchising particolarmente interessante in un periodo di inflazione è quello degli accordi quadro. ‘Mantenendo i volumi, i prezzi rimangono stabili e bassi’, spiega Tosco. ‘Il ristoratore indipendente subisce l’aumento del prezzo delle materie prime e non riesce ad applicare prezzi più alti senza perdere clienti. Nel franchising, invece, gli accordi quadro su materie prime, servizi e digitalizzazione permettono di far lavorare meno persone, ma meglio, con stipendi più alti e più stabili rispetto a quelli che potrebbe offrire il ristorante tradizionale.’ Un ragionamento che tocca direttamente il tema della produttività, uno dei talloni d’Achille dell’economia italiana. La questione non riguarda solo la ristorazione. Tosco allarga la prospettiva: ‘Il franchising porta produttività e posti di lavoro in settori che tradizionalmente sono a basso valore aggiunto, come la ristorazione o i servizi alla persona. Se consideriamo turismo, retail e servizi alle persone, stiamo parlando di quasi il 20% del PIL italiano. Il franchising può impattare su tutto questo.’ Un dato che, se confermato da analisi più approfondite, ridimensionerebbe radicalmente la percezione del franchising come fenomeno di nicchia. C’è poi il tema dello svuotamento dei centri urbani, che negli ultimi anni ha accelerato in modo preoccupante. Le piccole botteghe di quartiere, i negozi storici, i bar di paese: realtà che chiudono sotto la pressione dei costi fissi, della concorrenza dell’e-commerce e di una domanda sempre più frammentata. ‘Le piccole imprese locali, per quanto belle e importanti per la nostra storicità e per la nostra economia, oggi purtroppo stanno chiudendo le serrande’, osserva Tosco. ‘Il vuoto che si crea nei centri città può essere colmato dal franchising, perché solo una grande organizzazione riesce a costruire quegli accordi che permettono di battere l’inflazione sui costi.’ Una tesi che non è priva di critici, ma che trova riscontro nella crescita dei punti vendita in franchising proprio nelle aree urbane. C’è anche una dimensione generazionale in questa storia. Sempre più giovani, stanchi di lavorare per il successo altrui e spaventati dall’idea di aprire un’attività in proprio senza rete di protezione, guardano al franchising come a una via di mezzo tra il lavoro dipendente e l’imprenditoria pura. ‘Fare impresa fa paura’, riconosce Tosco. ‘Farlo col franchising è come avere una business school e un mentore allo stesso tempo. Hai un sistema collaudato, ma sei comunque imprenditore di te stesso.’ Un messaggio che risuona in modo particolare in un Paese dove il tasso di fallimento delle nuove imprese nei primi cinque anni supera il 50%. Il Salone del Franchising Milano, tenutosi dall’1 al 3 ottobre 2026, si è presentato quest’anno con una novità significativa: per la prima volta, Reting ha assunto il ruolo di content partner dell’evento, imprimendo un taglio marcatamente formativo alla manifestazione. L’obiettivo dichiarato è stato quello di aprire il salone a nuovi pubblici, superando la logica del ‘salotto dei quattro operatori storici’ per attrarre imprenditori, giovani e famiglie che si avvicinano per la prima volta al mondo del franchising. Durante la prima giornata sono stati presentati i risultati di due ricerche inedite: una condotta su circa 2.000 imprenditori affiliati e una dedicata all’imprenditoria femminile nel franchising, un segmento in crescita che merita attenzione specifica. ‘Noi come operatori di settore, e Reting in primis, ci dobbiamo prendere la responsabilità di far conoscere che cos’è questo sistema’, sottolinea Tosco. ‘E ci dobbiamo prendere la responsabilità di far sì che questo sistema sia solido, sano e non venga sfruttato negativamente. Perché usare la parola franchising per vendere sul mercato proposte che non stanno in piedi è un danno per tutti.’ Un avvertimento che suona come un appello alla regolamentazione e alla cultura d’impresa, in un settore dove la qualità dei franchisor è estremamente variabile. Il quadro emerso è quello di un settore che cresce nonostante tutto, o forse proprio grazie alle difficoltà del contesto economico. Quando il mercato del lavoro tradizionale delude e l’inflazione erode i risparmi, il franchising si propone come alternativa concreta. Non una panacea, non una scorciatoia, ma un sistema che, se scelto con consapevolezza e supportato da formazione adeguata, può offrire stabilità economica sia all’imprenditore che ai suoi dipendenti. La sfida, come spesso accade in Italia, è culturale prima ancora che economica.
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