Difficoltà economiche, conseguenze sulla carriera, welfare precario, necessità di cura dei genitori. In Italia si fanno sempre meno figli, ma il motivo non è sociologico: a pesare è la mancanza di concrete opportunità di vivere la genitorialità come un momento positivo, perché oggi diventare mamma e papà assomiglia spesso a un sacrificio. A segnalarlo è il Dossier natalità 2026, “Volere o potere”, realizzato da Fondazione per la Natalità su dati Istat. Un’indagine che fotografa la distanza tra ambizioni delle nuove generazioni e ostacoli economici, lavorativi e sociali. Ma, sottolineano i demografi, gli spazi per invertire la rotta ci sono: welfare abilitante, invecchiamento attivo, nuove tecnologie da utilizzare in campo medico sono elementi che possono liberare le risorse necessarie a far aumentare le nascite. Una sfida da vincere nei prossimi 15 anni, da cui passa il futuro dell’Italia.
Tra desideri e realtà: nuovi nati al minimo storico
Da un punto di vista prettamente numerico, le cose non sono mai andate così male. Nel 2025, i nuovi nati sono stati poco più di 355mila, il dato più basso dalla fine della Seconda guerra mondiale. Un dato che non sorprende, che conferma un trend iniziato intorno al 2010 dopo un periodo di relativa stabilità. Oggi, il tasso di fecondità italiano è di 1,14 figli per donna, quasi la metà del tasso di sostituzione necessario a far sì che una generazione si sostituisca da sola.

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PERCHÉ NON VOGLIAMO FIGLI
Quello che colpisce, però, è soprattutto lo scarto tra le aspettative annunciate di fecondità e la realtà. Secondo i dati Istat, nel 2024 le donne italiane che hanno dichiarato di avere l’intenzione di fare figli nei tre anni successivi avrebbero dovuto generare 760mila nati all’anno, per un totale di 2,3 milioni di nascite nel triennio. Le nascite effettive sono state, dunque, meno della metà. Un delta che è rende evidente come non si possa spiegare la denatalità con la mancanza di desiderio.
Tra le persone in età feconda (18-49 anni, circa 22 milioni al primo gennaio 2024) sono oltre 10,5 milioni quelle non intendono avere figli. Di queste, il 62,2% dichiara di aver rinunciato perché ha incontrato difficoltà in questo percorso. Il 32% cha invece già raggiunto il numero di figli desiderati e solo il 5,5% – una componente molto marginale – dichiara che non fanno parte del proprio progetto di vita.
Denaro, carriera, caregiving frenano le nascite
Lo scarto tra aspettative e realtà ha più di una ragione. Innanzitutto, c’è l’aspetto economico, citato da 2,8 milioni di persone come principale freno alle intenzioni di generare figli. In particolare, più della metà delle persone teme che nei tre anni successivi alla nascita di un figlio, la propria situazione finanziaria possa peggiorare. In secondo luogo, pesano gli aspetti lavorativi. Una donna su due (49,9%) teme conseguenze negative sulla carriera con l’arrivo di un figlio, contro il 24% degli uomini.
Inoltre, quando una famiglia non può accedere a servizi di welfare, sono le donne a risentirne, sparendo dal mercato occupazionale. Gli uomini inattivi per ragioni familiari, infatti, sono 151mia, le donne sono oltre 3 milioni. Infine, pesano i compiti di cura nei confronti dei propri genitori. L’11,5% di chi non vuole fare figli – 763mila persone – dichiara come causa la paura di non riuscire a gestire i carichi di cura nei confronti di figli e genitori.
Non solo i nati sono sempre meno, ma sono anche molti meno delle persone che muoiono (652mila morti nel 2025). Ne risulta un Paese sempre più anziano, dove chi invecchia avrà minori possibilità di e servizi di welfare. Le strade per uscire da questa spirale, però, ci sono. «Ciò che emerge da questi dati è che l’Italia, paradossalmente, ha dentro di sé il potenziale per invertire questa tendenza», il commento di Gigi De Paolo, presidente di Fondazione per la Natalità. Il motivo, sostiene, è semplice: nonostante politiche familiari inefficaci, «nel nostro Paese resiste un desiderio diffuso di famiglia e di figli, che però non trova la possibilità di realizzarsi». È intervenendo su queste possibilità – a partire da stipendi e fiscalità vantaggiosa per chi fa figli – che si possono cambiare le cose.


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LA SOLITUDINE DEI CAREGIVER
La exit strategy: welfare abilitante, nidi gratuite e case accessibili
In ogni caso, i rischi non vanno sottovalutati. Tra le cause per cui non si fanno figli, secondo Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, merita particolare attenzione il problema del caregiving nei confronti dei propri genitori. «Se in passato gli anziani erano pochi e potevano contare su un’ampia rete di aiuto informale familiare, oggi la situazione è invertita. Gli anziani sono l’unica componente in crescita della popolazione italiana mentre i giovani-adulti sono in continua riduzione», spiega a VITA. Un problema che «rischia di avvitare ulteriormente verso il basso le nascite, sia perché mancano fisicamente i potenziali genitori, sia perché i potenziali genitori devono occuparsi dei propri genitori spesso in condizione di fragilità».
Un circolo vizioso che può essere spezzato. «Serve più welfare abilitante», cioè «investire sull’invecchiamento attivo: consentire ai senior di mantenersi attivi e in buona salute più a lungo, sostenerne l’autonomia, promuovere stili di vita che riducano il rischio di fragilità precoce». Ma significa anche rendere più efficiente il sistema sanitario e «usare virtuosamente le nuove tecnologie — dalla domotica alla telemedicina — che possono aiutare a sostenere l’autonomia degli anziani».
«I giovani italiani non vogliono vivere la genitorialità come un sacrificio o come un dovere. ma come una scelta positiva
Accanto a questi interventi, che permetterebbero di abbassare il carico di cura verso gli anziani, occorre poi creare le opportunità affinché uomini e donne possano soddisfare la loro ambizione di diventare genitori. «Il gap in Italia tra numero di figli desiderato e quello effettivamente realizzato è uno dei più ampi in Europa», sottolinea Rosina. Ma invece che vederlo come un problema, va visto come un’opportunità. «Tale divario è lo spazio strategico su cui le politiche devono agire, perché consente sia alle persone di realizzare pienamente i propri progetti di vita, sia di ridurre squilibri demografici che hanno rilevanti ricadute sociali ed economiche. Riportare il tasso di fecondità italiano da 1,14 del 2025 a valori superiori a 1,5 nei prossimi 10-15 anni è un risultato possibile, a patto di allineare le politiche italiane alle migliori esperienze europee».
Per esempio, mette in fila Rosina, nidi come diritto per tutti i bambini, con condizioni di effettivo accesso e qualità; durata del congedo di paternità equiparato a quello di maternità; politiche abitative che permettano ai giovani un accesso alla casa a costi abbordabili; assegno unico più consistente e che sia davvero universale, non solo strumento di contrasto alla povertà; politiche attive del lavoro che consentano un ingresso solido dei giovani e adeguamente remunerato; part time scelto e non involontario e reversibile.
«I demografi italiani», conclude Rosina, «da tempo continuano a dire che non esiste un minor valore dato alla famiglia e un minor desiderio di avere figli da parte degli italiani rispetto al resto d’Europa». Quello che è vero, invece, è che sono meno favorevoli le condizioni oggettive perché la scelta di avere un figlio non diventi fattore di impoverimento economico e complicazione del bilanciamento vita-lavoro. «I giovani italiani non vogliono vivere la genitorialità come un sacrificio o come un dovere. Vogliono viverla come una scelta positiva, arricchente, compatibile con la vita che desiderano costruire, sul piano professionale, relazionale, personale. Vogliono essere genitori presenti, entrambi, e non solo madri esauste e padri assenti. Vogliono poterla rendere un’esperienza generativa nel senso più ampio».
In apertura: MabelAmber/Pixabay
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Francesco Crippa
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