Oceani sempre più caldi, livello del mare in accelerazione, riserve d’acqua dolce in calo, danni della CO₂ più costosi del previsto. E, soprattutto, un superamento di 1,5 °C che potrebbe lasciare conseguenze durature anche se in futuro la temperatura globale tornasse sotto quella soglia.
Sono alcuni dei 10 nuovi insight sul clima raccolti nel rapporto 10 New Insights in Climate Science 2026/2027, realizzato da Future Earth, The Earth League e World Climate Research Programme. Il lavoro riunisce oltre 70 ricercatori, con il contributo di più di 200 esperti a livello globale, e seleziona gli avanzamenti scientifici considerati più rilevanti per le decisioni climatiche verso la COP31.
1. Oceani sempre più caldi
Il 2025 è stato il nono anno consecutivo di record per il contenuto di calore degli oceani. Circa il 90% dell’energia in eccesso trattenuta dal sistema climatico finisce infatti nei mari, che funzionano come un enorme serbatoio termico. In circa un terzo dell’oceano globale, le temperature del 2025 sono rientrate tra le tre più alte mai registrate per quelle aree.
Gli oceani assorbono gran parte del calore in eccesso e lo trattengono anche in profondità. Per questo la loro risposta al riscaldamento è lenta: una quota degli effetti delle emissioni passate continuerà a manifestarsi per decenni, anche in uno scenario di forte riduzione dei gas serra.
Il tema è emerso anche nel recente Ocean State Report di Copernicus, che ha registrato oceani sempre più caldi, più alti e più acidi e un aumento degli eventi estremi marini.
2. Mari sempre più alti
Negli ultimi trent’anni la velocità di aumento del livello medio globale del mare è circa raddoppiata. A farlo salire sono soprattutto due processi: l’espansione dell’acqua quando si riscalda e l’ingresso negli oceani dell’acqua derivante dalla perdita di ghiaccio continentale.
Nel XX secolo il contributo maggiore è arrivato dai ghiacciai; negli ultimi decenni ha prevalso l’espansione termica. Entro la fine del secolo, secondo le proiezioni esaminate nel rapporto, le calotte di Groenlandia e Antartide potrebbero diventare insieme la principale fonte di innalzamento.
La particolarità del livello del mare è la sua inerzia. Anche fermando il riscaldamento, una parte dell’aumento già innescato continuerebbe per molto tempo. Per coste, città basse e piccole isole, l’adattamento non riguarda quindi soltanto gli scenari peggiori del futuro, ma trasformazioni già avviate.
3. I continenti si stanno prosciugando
Il terzo insight riguarda il continental drying, il progressivo prosciugamento delle terre emerse. Cambiamento climatico e aumento dei prelievi stanno riducendo la disponibilità di acqua dolce, attraverso siccità più intense, perdita di umidità del suolo e sfruttamento delle falde. 1
Le conseguenze non riguardano soltanto la quantità d’acqua disponibile per famiglie e città. Coinvolgono agricoltura, produzione alimentare, ecosistemi e disponibilità idrica per l’industria e l’energia. In alcune regioni i deficit possono inoltre propagarsi lungo le filiere, trasformando una crisi locale in un problema economico più ampio.
4. Superare 1,5 °C non è reversibile
L’overshoot indica il superamento temporaneo di una soglia di riscaldamento, seguito da una successiva riduzione della temperatura. Ma tornare a 1,5 °C dopo aver raggiunto livelli superiori non equivale a non averli mai raggiunti.
Secondo il rapporto, alcuni effetti possono diventare irreversibili o persistere molto a lungo, soprattutto nei sistemi che reagiscono lentamente come oceani, ghiacciai e permafrost. Più alto e più lungo sarà il superamento, minori saranno inoltre le possibilità di adattamento e maggiore la quantità di CO₂ che dovrebbe essere rimossa successivamente dall’atmosfera.
È un tema già entrato nel dibattito internazionale. A settembre l’Unep ha dedicato un rapporto proprio alla gestione dell’overshoot, spostando l’attenzione dalla sola possibilità di evitare 1,5 °C alla necessità di limitare quanto quella soglia verrà superata e per quanto tempo.
5. Il cibo pesa sul clima
Il quinto insight sposta l’attenzione sul cibo. Gli autori indicano la trasformazione del sistema alimentare tra le leve disponibili per ridurre contemporaneamente emissioni, pressione sugli ecosistemi e rischi sanitari.
In particolare, una maggiore presenza di alimenti vegetali nelle diete può ridurre l’impronta climatica sul lato della domanda. Il rapporto evita però di trattare la scelta alimentare come un intervento isolato: servono cambiamenti nella produzione, nelle filiere e nell’accessibilità economica degli alimenti, oltre a misure capaci di evitare che la transizione scarichi i costi sui lavoratori agricoli o sulle comunità più vulnerabili.
6. La CO₂ costa più del previsto
Quanto costa alla società emettere una tonnellata di CO₂? Il cosiddetto social cost of carbon tenta di attribuire un valore economico ai danni prodotti nel tempo dalle emissioni, includendo salute, agricoltura, infrastrutture, produttività ed ecosistemi.
Secondo il rapporto, molti modelli utilizzati finora avrebbero sottostimato significativamente questa cifra. Integrando modelli più aggiornati del sistema Terra, il costo stimato può risultare fino a quattro volte superiore. Considerare in maniera più completa gli effetti sugli oceani quasi raddoppia alcune stime, mentre includere meglio l’impatto delle isole di calore urbane può più che raddoppiarle.
Non cambia la quantità di carbonio immessa nell’atmosfera. Cambia il valore economico attribuito alle conseguenze di quell’emissione, e quindi anche il confronto tra il costo di intervenire oggi e quello dei danni futuri.
7. Emissioni e responsabilità
La climate attribution science è nata soprattutto per stabilire quanto il cambiamento climatico abbia reso più probabile o intenso un determinato evento estremo. Oggi il campo si sta spingendo oltre.
Le nuove metodologie possono ricostruire la catena che va dalle emissioni all’aumento delle temperature e, da questo, a specifici impatti, fino a stimare il contributo riconducibile alle emissioni di singoli grandi attori.
La scienza non decide automaticamente chi debba essere ritenuto responsabile sul piano giuridico. Fornisce però elementi sempre più dettagliati per cause climatiche, richieste di risarcimento e discussioni su loss and damage.
8. Climate club e carbon leakage
Politiche climatiche più severe in alcuni Paesi possono spostare produzioni e relative emissioni verso economie con regole meno stringenti. È il fenomeno del carbon leakage.
I climate club, gruppi di Paesi che coordinano politiche climatiche, standard industriali e strumenti commerciali, possono ridurre questo rischio e accelerare la decarbonizzazione dei settori ad alte emissioni.
Ma la progettazione è decisiva. Barriere commerciali o costi di adeguamento troppo elevati possono penalizzare soprattutto le economie in via di sviluppo. La questione diventa quindi trovare un equilibrio tra efficacia climatica, competitività e distribuzione dei costi della transizione.
9. Nuove forme di ostruzionismo climatico
Il rapporto dedica un intero insight alla organised climate obstruction, cioè agli sforzi organizzati per rallentare o indebolire le politiche climatiche.
La negazione esplicita dell’esistenza del cambiamento climatico resta una delle strategie, ma non è più l’unica. Gli autori individuano quattro modalità ricorrenti: negazione, ritardo, annacquamento delle misure e spostamento dell’attenzione. A queste si aggiungono greenwashing, promozione di soluzioni fuorvianti e disinformazione digitale.
In questo quadro non è necessario negare che il pianeta si stia scaldando. È possibile riconoscere il problema e contemporaneamente contestare sistematicamente tempi, strumenti o costi degli interventi fino a rallentarne l’applicazione.
Sul fronte dell’informazione italiana, un’analisi dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace ha rilevato che nel 2025 gli articoli dedicati alla crisi climatica sui principali quotidiani erano diminuiti del 26,1% rispetto al 2022, mentre nei telegiornali il calo raggiungeva il 52,9%. Nello stesso periodo erano cresciute le inserzioni pubblicitarie di settori ad alte emissioni.
10. La geopolitica rallenta la transizione
Guerre, tensioni commerciali, sicurezza energetica e competizione per tecnologie e materie prime stanno modificando il percorso della decarbonizzazione.
Secondo il rapporto, la stessa instabilità geopolitica può produrre effetti opposti. In alcuni Paesi accelera gli investimenti in rinnovabili, accumulo ed efficienza per ridurre la dipendenza energetica dall’estero; in altri rafforza l’utilizzo di carbone, petrolio e gas per garantire rapidamente sicurezza degli approvvigionamenti. Il risultato può essere una transizione sempre più diseguale e frammentata.
La sicurezza energetica è del resto diventata una delle variabili centrali anche nel dibattito europeo: costi, disponibilità delle fonti, competitività industriale e autonomia strategica si intrecciano ormai con gli obiettivi climatici.
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