Data center, la Lombardia detta la rotta: regole, energia e sostenibilità per governare la crescita


La rivoluzione digitale esige infrastrutture fisiche (I’m a Material Girl in a Material World, poetava una filosofa del secolo scorso) sempre più potenti, sofisticate e capillari. Al centro di questo ecosistema tecnologico ci sono indiscutibilmente i data center, cuore pulsante della nostra società iperconnessa. Si tratta di complessi fisici dove vengono elaborate, archiviate e gestite quotidianamente immense quantità di dati digitali, divenuti ormai risorse essenziali per applicazioni di intelligenza artificiale, servizi cloud aziendali e reti di telecomunicazioni avanzate. Queste infrastrutture sono altamente energivore (non a caso vengono definite tecnicamente “per MW”).

In un contesto di Green Deal, l’Unione Europea, con il Regolamento Delegato (UE) 2024/1364 della Commissione del 14 marzo 2024, ha istituito, per la prima volta, un sistema comune di classificazione della sostenibilità dei centri dati all’interno dell’intera Unione, applicabile ai data center da 500 kW in su. A livello nazionale, il legislatore italiano ha promulgato il Decreto-Legge 20 febbraio 2026, n. 21 (cosiddetto “decreto bollette”), il cui art. 8 ha radicalmente semplificato il quadro legislativo, introducendo un “procedimento unico” destinato al rilascio di tutte le autorizzazioni necessarie per la realizzazione, l’ampliamento e il regolare esercizio dei data center e delle relative reti di connessione elettrica di utenza, indipendentemente dal loro livello di tensione. L’autorizzazione unica viene ora rilasciata direttamente dall’autorità competente al rilascio dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), in dieci mesi “tutto compreso”.

La Regione Lombardia, che per ovvie ragioni economiche e strategiche ospita già la stragrande maggioranza delle infrastrutture IT italiane, ha approvato per prima una legge regionale (3 giugno 2026, n. 11) con disposizioni in materia di insediamento dei data center. La legge lombarda detta regole chiare per il mercato e stabilisce precise priorità insediative ed energetico-ambientali. È appena il caso di notare che in Italia sono operativi almeno 146 data center commerciali, oltre a circa 1.200 data center della Pubblica Amministrazione e 3.000 Enterprise Data Center aziendali. Tra Lombardia e Piemonte si concentra il maggior numero di data center, dato che emerge dalla potenza energetica installata e richiesta in installazione. In Italia la potenza installata relativa ai soli data center commerciali ammonta a 287 MW. Sommando a questa i 329 MW generati dalle infrastrutture della PA e dalle aziende (Enterprise), la capacità totale a livello nazionale è di circa 600 MW IT. Di questi, il polo di Milano concentra da solo il 68% della potenza energetica nominale installata a livello nazionale, raggiungendo i 414 MW IT.

L’obiettivo per il polo milanese è di superare 1 GW di potenza entro il 2028. Prospetticamente, in Italia le richieste di allacciamento a Terna sono comprese tra 55 e 68,5 GW, di cui circa 31,1 in Lombardia. Avere contezza delle dimensioni di un fenomeno aiuta a capire anche l’esigenza di una normativa semplice in un dato momento (“la vita è adesso”, declama un grande filosofo italiano). Il primo e fondamentale pilastro della legge regionale riguarda il cruciale tema del consumo di suolo: la Lombardia promuove nuovi data center all’interno di aree industriali dismesse, aree di cave e miniere inattive, zone contaminate (compresi i cosiddetti siti orfani) o gravemente degradate, incentivando processi di rigenerazione urbana e territoriale ed evitando, al contempo, il consumo di nuovo e prezioso suolo agricolo.

A livello infrastrutturale, vengono privilegiati i siti posti in prossimità di infrastrutture elettriche esistenti, con un ricorso prioritario all’utilizzo di energia derivante da fonti a impatto carbonico neutrale, e si impongono soluzioni all’avanguardia per il raffreddamento dei server. Un aspetto di pura economia circolare fortemente innovativo e promosso dalla norma è la decisa spinta verso il recupero termico: i data center generano per loro natura un’enorme quantità di calore, che la legge regionale chiede esplicitamente di recuperare e riutilizzare per alimentare reti di teleriscaldamento o per cederlo a vantaggio di comunità energetiche rinnovabili, utenze pubbliche e poli collettivi.

Per proteggere e salvaguardare le risorse idriche del territorio regionale, la norma prescrive espressamente l’impiego di tecnologie di raffreddamento che escludano prelievi da acquedotti pubblici, falde sotterranee di acque potabili o fiumi e laghi tutelati dalle normative comunitarie, favorendo al contrario l’elevatissima efficienza idrica e il riciclo costante delle acque grigie interne allo stabilimento. A tal fine, la Regione Lombardia ha articolato un sistema di misure premiali cumulabili tra loro (ma anche penalità in certi casi). Le società del settore digitale che scelgono di costruire data center ecologicamente virtuosi, riqualificando ex aree industriali degradate e adottando sistemi green, potranno infatti beneficiare di una tangibile riduzione dei termini del procedimento e di una priorità assoluta nell’assegnazione di risorse finanziarie regionali previste in bandi per l’innovazione tecnologica. Sono altresì previsti cospicui vantaggi economici e urbanistici diretti, in termini di oneri sia finanziari sia di standard urbanistico. In particolare, i centri con una potenza di connessione superiore a 5 MW vengono inquadrati e qualificati automaticamente con destinazione d’uso urbanistica di natura produttiva (chi segue la materia ricorderà la tragicommedia del codice Ateco, inspiegabile a un investitore internazionale). Vengono poi fissate soglie di 10 MW e 50 MW per meglio ed ulteriormente articolare oneri e vantaggi.

Infine, è stato appositamente istituito uno specifico Sportello regionale per i data center, specializzando la burocrazia regionale e garantendo quindi approcci anche burocratici uniformi e prevedibili. Un buon lavoro: chi scrive ha un’esperienza sospetta verso la legislazione regionale che normalmente – in modo politicamente trasversale, sia chiaro – complica la vita alle imprese. Ma in questo caso una norma ci voleva e questa norma lombarda può ragionevolmente segnare la via per altre Regioni.

 


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