Chi sono oggi gli attori del cambiamento? Che cosa li muove? E come generano soluzioni concrete per risolvere questioni che riguardano la collettività? Ogni mese, su VITA magazine, entriamo nella testa e nel cuore di un change maker. Storie di impatto quotidiano, nate spesso da un incontro, un’intuizione, una spinta personale. Ve le proponiamo in una serie che ci accompagnerà in questa estate, perché conoscere nuove idee, esperienze e progetti è il primo passo per ispirare il cambiamento e renderlo concreto. Apriamo a tutti le prime sei storie già pubblicate: per scoprire le altre, abbonati a VITA
No non volevo andare a scuola dai preti, mi sembrava un collegio e invece nell’arco di due giorni mi hanno conquistato». Lo racconta, sorridendo, don Luca Barone, 47 anni, salesiano, e da settembre 2025 presidente di Missioni Don Bosco, l’organizzazione che sostiene le opere dei figli di Don Bosco in cinque continenti e 137 nazioni. L’associazione, tra le altre cose, costruisce scuole e sostiene oratori e centri giovanili, promuovendo anche borse di studio e lavoro per consentire ai giovani di imparare un mestiere. Nato a Giaveno in provincia di Torino, ha frequentato la scuola media nel comune di Cumiana, nell’hinterland torinese. «Sono un piemontese doc», dice. Dopo le scuole medie sceglie il liceo scientifico, esce dall’ambiente salesiano, ma non se ne stacca mai davvero: gli amici, gli hobby, le attività restano lì, in quella casa che lo ha accolto. «E lì ho sentito maturare passo dopo passo la mia vocazione, davanti alla quale all’inizio sono scappato, e poi mi sono consegnato».
Don Luca vive a Valdocco, la casa madre dei salesiani, dove tutto è cominciato: qui Don Bosco fondò l’oratorio, qui iniziò ad accogliere i ragazzi della Torino di metà Ottocento. Il luogo più importante per lui è la Basilica di Maria Ausiliatrice, davanti al corpo di Don Bosco: «Mi trovo spesso a guardarlo negli occhi, a potergli chiedere, confidare, affidare». La giornata di don Luca inizia alle sette del mattino con la messa, poi la preghiera «e le riunioni in cui mi sembra di girare il mondo stando fermo nel mio ufficio». Ma il mondo lo gira per davvero. La cooperazione internazionale «sta nel dna della nostra congregazione, che respira il mondo, che respira la diversità».
La prima missione in Africa se la ricorda bene. Agosto 2007, aveva 30 anni. «All’aeroporto di Lagos, la capitale della Nigeria, c’era un’aria condizionata fortissima. Fuori, un caldo, di quei caldi africani, che ti si attaccano alla pelle». Ma quello che lo segna non è il caldo, non è lo spaesamento. Al contrario: «Appena uscito mi sono guardato da sinistra a destra con la sensazione di essere in un posto dove ero già stato, con la sensazione di essere tornato a casa. E per me l’Africa è questa cosa qua: tutte le volte il viaggio più difficile è sempre quello di ritorno». E poi don Luca è stato in Ghana, Sierra Leone, Liberia, Repubblica Democratica del Congo, e ancora Ruanda, Burundi, Uganda, Etiopia, Mozambico, Tunisia, Marocco. «Io ho avuto la possibilità di conoscere le Afriche», e usa il plurale con consapevolezza, «non possiamo parlarne al singolare, nel continente Missioni Don Bosco è presente in 42 nazioni». Altre esperienze di cooperazione lo hanno portato nell’Est Europa: Lituania, Ucraina, Romania, Moldova e un mese e mezzo in Transnistria, la regione secessionista al confine con l’Ucraina: «Qui ho lavorato ad un progetto sulla tratta dei minori».
Alle guerre non c’è antidoto più efficace che l’educazione. Che è l’unico balsamo per queste ferite. Perché probabilmente la ricostruzione di edifici, di strade, di infrastrutture sarà anche possibile, forse neanche lenta. Ma la ricostruzione dell’essere umano, della capacità di non avere più paura dell’altro, può passare solo da un’opera educativa profonda affinché le nuove generazioni possano fare scelte diverse
Don Luca Barone, presidente di Missioni Don Bosco
Davanti allo scenario delle guerre in corso – dall’Ucraina a Gaza, dal Libano al Sudan, davanti ai bambini che restano orfani o amputati, ai ragazzi mandati al fronte come carne da macello – don Luca ricorda un proverbio africano: «Nella lotta tra due pachidermi a rimanere schiacciata è sempre l’erba. Che significa che nella lotta tra due grandi animali chi resta schiacciato, chi paga le conseguenze peggiori delle decisioni dei grandi della terra, sono le persone semplici». Poi aggiunge: «Alle guerre non c’è antidoto più efficace che l’educazione. Che è l’unico balsamo per queste ferite. Perché probabilmente la ricostruzione di edifici, di strade, di infrastrutture sarà anche possibile, forse neanche lenta. Ma la ricostruzione dell’essere umano, della capacità di non avere più paura dell’altro, può passare solo da un’opera educativa profonda affinché le nuove generazioni possano fare scelte diverse».
In un tempo in cui molti governi – a cominciare dagli Stati Uniti – tagliano i fondi alla cooperazione per aumentare la spesa militare, don Luca individua due strade per potenziarla: «Il primo gradino di ogni advocacy è la capacità di raccontare l’efficacia degli interventi in atto: bisogna rialzare il volume del bene che si fa». La seconda strada è: «Organizzare la speranza. Non è solo questione di buon cuore, ci vuole anche buon cervello. Bisogna organizzarlo il bene, bisogna metterlo insieme, fare rete in maniera più efficace. Perché il bene va fatto in maniera molto professionale». I salesiani nel mondo sono oltre 14mila consacrati, più una rete globale e intergenerazionale di centinaia di migliaia tra laici, cooperatori, volontari, educatori, insegnanti, operatori sociali. Nel 2025 Missioni Don Bosco ha sostenuto 180 progetti in tutti i continenti. Prima di diventarne presidente, don Luca è stato direttore di tre case salesiane in Piemonte. L’ultima, l’istituto del Rebaudengo a Barriera di Milano a Torino, un quartiere che definisce «acceso».

Il problema non è la disabilità. Il problema è un mondo progettato come se le persone con disabilità non esistessero. Parte da qui l’inchiesta di VITA magazine di giugno, un numero che scardina il principio dell’inclusione alla ricerca di una convivenza possibile.
DISABILITÀ, L’INCLUSIONE NON BASTA
Quattro anni che ricorda come «bellissimi»: una scuola dell’infanzia, un centro di formazione professionale, un collegio universitario, tre facoltà, un oratorio, una parrocchia, uno studio di psicologia e psicoterapia. Una realtà fatta da 17 salesiani e tantissimi operatori laici. «Ho incontrato una comunità molto vivace. E in tutti, dai bimbi più piccoli agli adolescenti della formazione professionale, agli universitari e giovani lavoratori, ho intravisto il fatto che la casa di Don Bosco potesse essere per loro una possibilità di futuro». Da qui è nato anche il progetto Panda for Mission: i ragazzi del corso di meccanica dell’auto hanno ripristinato completamente una Fiat Panda del 1988, messa all’asta per finanziare lo stesso tipo di corso in una casa salesiana in Madagascar. Un gemellaggio alla pari tra Torino e il mondo.
Questo articolo fa parte di una serie dedicata ai change maker, persone che sono diventate motore di cambiamento. Leggi anche:
Con Dario Pizzardi nel mondo degli Amici Cucciolotti
Serena Porcari, la manager delle relazioni
Fulvio De Nigris, l’uomo dei risvegli
Raffaella Pannuti, la formichina delle cure domiciliari
Ilaria Villa, la manager delle persone rare
In apertura, Luca Barone
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Antonio Mola
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