Il problema, ormai, non è più capire se il carcere “Pietro Cerulli” di Trapani abbia delle criticità. Il problema è capire quanto ancora si possa andare avanti così. Nel giro di poche settimane sindacati, avvocati, magistrati e operatori istituzionali sono entrati nella casa circondariale di San Giuliano. E sono usciti raccontando, sostanzialmente, la stessa cosa.
Celle sovraffollate. Muffa. Caldo soffocante. Acqua marrone o giallastra dai rubinetti. Carenza di personale. Pochissima assistenza sanitaria. Detenuti chiusi anche venti ore al giorno. Attività rieducative ridotte al minimo.
Adesso il presidente della Camera Penale di Trapani, Agatino Scaringi, usa parole ancora più nette: nel carcere trapanese, e in particolare nel reparto “Mediterraneo”, c’è una situazione tale da rendere necessaria la chiusura.
«C’è un carcere da chiudere», è la sintesi.
E non è una metafora.
Al Cerulli 570 detenuti per circa 480 posti utilizzabili
Secondo i dati raccolti dalla Camera Penale durante l’ultima visita, nel carcere di Trapani ci sono circa 570 detenuti, a fronte di una capienza effettivamente utilizzabile di circa 480 posti.
Novanta persone in più.
Tra i detenuti ci sono circa 120 stranieri, ma mancano mediatori culturali in numero adeguato. Un problema non secondario quando si tratta di comprendere regole, comunicare necessità sanitarie, parlare con gli avvocati e, semplicemente, riuscire a far valere i propri diritti.
Il sovraffollamento si concentra soprattutto nel reparto che ormai compare in ogni relazione sul Cerulli: il “Mediterraneo”.
Nel reparto Mediterraneo celle con quattro o cinque letti
Qui molte celle ospitano quattro o cinque persone. Secondo i penalisti, gli spazi disponibili in diversi casi non garantirebbero neppure il parametro minimo di tre metri quadrati calpestabili per detenuto.
Non è una questione astratta. Diversi reclusi avrebbero già ottenuto risarcimenti proprio per essere stati detenuti in condizioni considerate non conformi agli standard previsti.
Poi c’è l’acqua.
Dai rubinetti, denunciano gli avvocati, esce acqua marrone.
Una circostanza che era già emersa durante le precedenti visite, quando era stata descritta acqua di colore giallastro, insieme a celle con acqua sul pavimento, muffa, ruggine, scarsa illuminazione e condizioni igieniche compromesse.
Insomma, cambia leggermente la tonalità dell’acqua. Non cambia il problema.
Venti ore al giorno chiusi nelle celle
Nel “Mediterraneo” molti detenuti trascorrono fino a venti ore al giorno nelle celle.
Le ore all’aperto sarebbero concentrate in due fasce, dalle 9 alle 11 e dalle 13 alle 15. Che in piena estate, con temperature elevatissime, non sono esattamente gli orari più invitanti per stare all’aria aperta.
Non ci sono spazi comuni adeguati, manca una palestra e le attività formative, lavorative e di socializzazione sono molto limitate.
Ad agosto la situazione diventa ancora più pesante, perché numerose attività vengono sospese o ridotte.
La conseguenza è che la funzione rieducativa della pena prevista dall’articolo 27 della Costituzione rischia di rimanere scritta soltanto sulla carta.
La Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Dentro certe celle del Cerulli, raccontano le delegazioni che le hanno visitate, quel principio appare parecchio lontano.
Sanità, «si interviene sull’emergenza, non sulla prevenzione»
Altro capitolo è quello dell’assistenza sanitaria.
Le criticità segnalate riguardano la presenza insufficiente di medici, psichiatri e personale sanitario. Nelle precedenti visite era stato inoltre denunciato il cattivo funzionamento del Serd, il servizio che segue le persone con problemi di dipendenza.
La sensazione riferita dagli operatori è quella di un sistema che riesce principalmente a intervenire sulle emergenze, mentre fatica a garantire prevenzione e continuità dell’assistenza.
Un problema enorme in una struttura che ospita centinaia di persone, molte delle quali con patologie fisiche, dipendenze o fragilità psichiatriche.
Tre salette per i colloqui con gli avvocati
Ci sono poi le condizioni nelle quali viene esercitato il diritto di difesa.
Per circa 570 detenuti il carcere dispone, secondo quanto rilevato dalla Camera Penale, di appena tre salette per i colloqui con gli avvocati.
A gestire il flusso sarebbe destinata una sola unità di personale.
Una situazione che determina attese e difficoltà organizzative e che, sottolineano i penalisti, finisce per incidere concretamente sulla possibilità dei detenuti di confrontarsi con i propri difensori.
Tra le persone recluse, inoltre, più di 60 sarebbero ancora in attesa del primo giudizio.
Per la Camera Penale è un dato sul quale riflettere, perché la custodia cautelare in carcere dovrebbe rappresentare l’extrema ratio.
La Camera Penale: «Personale insufficiente»
E se stanno male i detenuti, le condizioni non sono molto migliori per chi nel carcere deve lavorare.
La carenza di personale della Polizia Penitenziaria era già stata denunciata con numeri molto precisi dalla Uil Funzione Pubblica Polizia Penitenziaria Sicilia, dopo il sopralluogo del 17 luglio raccontato da Tp24.
Secondo il sindacato, a fronte di 24 ispettori previsti ne erano presenti appena sei. I sovrintendenti erano 19 rispetto ai 30 della pianta organica, mentre gli agenti risultavano 204 rispetto ai 250 previsti.
Ma anche questi numeri, secondo la Uil, raccontano solo una parte della storia.
Ventidue agenti e due ispettori sarebbero infatti impiegati nei servizi di scorta e nel Nucleo investigativo regionale e quindi non effettivamente disponibili per i normali servizi interni dell’istituto.
Il personale avrebbe effettuato nel 2025 circa 87 mila ore di straordinario, accumulando anche migliaia di giornate di congedo non godute.
La domanda posta dal sindacato era semplice: «Come si può lavorare in questo modo?».
A distanza di alcune settimane la risposta non sembra essere arrivata.
Le quaranta fotografie consegnate al Dap
Durante la visita di luglio la Uil aveva realizzato 40 fotografie delle condizioni del reparto “Mediterraneo”.
Il materiale è stato poi consegnato il 21 luglio a Palermo al vice capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Massimo Parisi.
La direzione del carcere ha ottenuto dal Provveditorato regionale l’autorizzazione ad avviare alcuni lavori.
Il sindacato, però, ritiene che gli interventi programmati non siano sufficienti rispetto alla gravità della situazione.
La richiesta rimane quella di opere straordinarie e immediate, anche perché le condizioni riscontrate riguardano non soltanto la dignità delle persone detenute ma anche la sicurezza di chi ogni giorno lavora all’interno dell’istituto.
Anche la Camera Penale di Marsala aveva lanciato l’allarme
Quella della Camera Penale di Trapani non è infatti una denuncia isolata.
Nelle scorse settimane un’altra delegazione, composta dalla Camera Penale di Marsala, da rappresentanti di “Nessuno tocchi Caino”, dalle pm Sara Varazi e Carlotta Barbanti, dal magistrato di Sorveglianza Chiara Pesavento e da altri operatori istituzionali aveva visitato i reparti Ionio, Adriatico e Mediterraneo.
Anche in quel caso il giudizio sul Mediterraneo era stato durissimo.
La presidente della Camera Penale di Marsala, Francesca Frusteri, aveva parlato di degrado e fatiscenza evidenti: celle con acqua a terra, muffa, poca luce, ruggine, acqua giallastra dai rubinetti e temperature che nelle giornate più calde potevano avvicinarsi ai 40 gradi.
Erano state denunciate anche la scarsità di attività lavorative e formative e l’assenza di sufficienti percorsi di reinserimento.
Direzione e comandante alle prese con un sistema ormai al limite
La Camera Penale di Trapani sottolinea comunque di avere riscontrato l’impegno quotidiano del direttore dell’istituto e del comandante della Polizia Penitenziaria.
Ed è un passaggio importante.
Perché attribuire il problema esclusivamente a chi dirige il Cerulli significherebbe non vedere il punto centrale: le condizioni del carcere di Trapani sono diventate un problema strutturale che richiede risorse, personale e decisioni a livello regionale e nazionale.
La direzione può organizzare ciò che ha.
Non può inventarsi agenti, medici, psichiatri, educatori, celle e milioni di euro per rifare un edificio.
Gli annunci e la realtà del Cerulli
Lo scorso anno, durante una visita nel Trapanese, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro aveva ricordato i programmi del Governo per le carceri e le nuove assunzioni nella Polizia Penitenziaria.
Al Cerulli, però, la realtà descritta oggi dalle organizzazioni sindacali e dalle Camere Penali è ancora quella di un istituto con personale insufficiente e strutture deteriorate.
Anzi, secondo chi vi è entrato nelle ultime settimane, alcune condizioni sono peggiorate.
E allora la questione non può più essere archiviata con una nuova promessa di intervento.
Perché quando tre diverse visite, compiute da soggetti diversi, restituiscono praticamente la stessa fotografia, non siamo più davanti a una denuncia.
Siamo davanti a una diagnosi.
Il carcere Pietro Cerulli di Trapani è in sofferenza. E il reparto Mediterraneo è diventato il simbolo di un sistema nel quale, insieme ai detenuti, rischiano di essere prigionieri anche gli agenti, gli operatori e chi ogni giorno prova a tenere in piedi la struttura.
Con l’acqua marrone che esce dai rubinetti e persone rinchiuse venti ore al giorno, la domanda ormai non è se servano interventi.
È quanto altro tempo si intenda aspettare.
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
redazione@tp24.it (Redazione)
Source link







