Corruzione e sviluppo economico: l’analisi di Luigi Grassia


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Foto: Jesus Monroy Lazcano / Unsplash

La corruzione è, per definizione, uno dei principali freni alla crescita economica. Distorce la concorrenza, scoraggia gli investimenti, alimenta inefficienze e mina la fiducia nelle istituzioni. Eppure la storia, osservata senza pregiudizi ideologici, restituisce anche episodi più complessi, nei quali pratiche corruttive hanno contribuito – almeno secondo alcuni economisti, storici e politologi – a sbloccare sistemi politici paralizzati, favorire processi di sviluppo o evitare conflitti ben più gravi. È da questa provocazione che parte Luigi Grassia, giornalista de La Stampa e autore del saggio Corruzione: e se un po’ servisse? (2026, Ed. Mimesis), un libro che non assolve la corruzione ma invita a leggerla come fenomeno storico, economico e politico, andando oltre le categorie morali.

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Dal pensiero di Joseph Nye alle intuizioni di Cavour, fino al dibattito su Tangentopoli e sul ruolo delle élite, Grassia propone una riflessione che sicuramente accende il dibattito fra imprenditori, manager e policy maker. Perché comprendere i meccanismi attraverso cui si costruiscono – o si inceppano – istituzioni e mercati significa anche interrogarsi sulle condizioni che favoriscono davvero sviluppo, competitività e buon governo.

Luigi Grassia, autore del libro Luigi Grassia, autore del libro
Luigi Grassia, autore del libro “Corruzione: e se un po’ servisse? (2026, Ed. Mimesis)

La corruzione, da sempre demonizzata almeno a parole, serve?

Intendiamoci: questo libro non è un’apologia della corruzione. Raccoglie però esempi storici e testimonianze di alcuni giganti della scienza politica che illustrano come la corruzione, l’appropriazione indebita dei beni dello Stato e la distribuzione clientelare dei benefici possano essere, in certi casi, il male minore e contribuire a stabilizzare i sistemi politici. Come esempio concreto, pensiamo ad alcuni Paesi africani funestati da scontri fra tribù. A quei conflitti, il più delle volte, ha posto fine l’ascesa al potere di un dittatore sanguinario. Dove tale esito è stato evitato, spesso lo si è dovuto a un compromesso corruttivo fra le élite che ha stemperato le tensioni.

Certo, sarebbe meglio se le tribù rivali convivessero in un sistema armonico di cantoni sul modello svizzero. Ma dove questo non fa parte della cultura locale, applicare l’arte del compromesso corruttivo fra i leader delle etnie può risultare il male minore. In modo analogo, in alcuni Paesi arabi e dell’America Latina il compromesso corruttivo e clientelare ha evitato varie mattanze, oppure vi ha posto fine dopo che erano esplose ma non trovavano sbocco.

Non teme che il suo libro, dal titolo un po’ provocatorio, possa essere frainteso sia dall’attuale classe dirigente sia dai comuni cittadini, in particolare dai giovani?

Il mio messaggio non è: «Tana liberi tutti, si rubi pure tutto quello che si può». Porto l’attenzione su alcuni aspetti e momenti trascurati della storia e della cronaca. Evocando una nota metafora giornalistica, potrei dire così: non vado in cerca delle notizie cane morde uomo (cioè di vicende che confermano la meritata condanna della corruzione), ma di notizie uomo morde cane, che mettono in evidenza i rari casi in cui il giudizio di valore si capovolge.

Ci fa qualche altro esempio concreto in cui la corruzione, nel corso della storia, ha in qualche modo aiutato o favorito il bene comune?

Ho già accennato ad alcuni esempi nel mondo in via di sviluppo; ora ne aggiungo uno tratto dalla storia americana e uno da quella italiana.

copertina libro corruzione luigi grassiacopertina libro corruzione luigi grassiaNegli Stati Uniti, per quasi duecento anni, tra la fine del Settecento e il 1967, un’associazione nota come Tammany Hall, dal nome della sua sede di New York, ha favorito l’integrazione politica e sociale di milioni di immigrati europei, operando come una colossale macchina corruttiva e clientelare.

L’eredità di Tammany Hall ha contribuito a fare degli Stati Uniti di oggi, almeno a livello delle municipalità e dei cinquanta Stati (se non di quello federale), una realtà caratterizzata da una corruzione diffusa. Sull’altro piatto della bilancia, però, i benefici derivanti da quell’enorme opera di integrazione sociale, pur marchiata dalla disonestà, sono stati innegabili.

Certo, sarebbe stato meglio trovare strade più oneste per ottenere lo stesso risultato, ma è andata così. Un esempio italiano che cito nel libro riguarda invece l’impresa dei Mille: è storicamente dimostrato che la conquista di Garibaldi fu resa più facile e meno sanguinosa da un’operazione corruttiva su vasta scala pianificata da Cavour.

Il Tesoro piemontese comprò a peso d’oro generali, ammiragli e politici borbonici affinché non opponessero resistenza. Questo può essere considerato un esempio di corruzione benefica, se si ritiene che l’Unità d’Italia sia stata un bene, cosa sulla quale, naturalmente, si ha il diritto di dissentire.

Più vicini ai nostri tempi, viene subito in mente Tangentopoli. Anche Tangentopoli ha avuto una sua utilità? Non tutti, temo, possano essere d’accordo.

Che il sistema corruttivo di Tangentopoli, in quanto tale, abbia fatto del bene all’Italia non è fra le tesi che sostengo nel libro. Riporto però alcuni pareri qualificati che problematizzano la questione. Il sociologo Giuseppe De Rita, da sempre anima del Censis e autore della prefazione, e il politico di lungo corso Paolo Cirino Pomicino osservano che la Prima Repubblica, nonostante le sue evidenti derive corruttive e clientelari, sia stata economicamente e socialmente più efficiente della Seconda. L’economista Giulio Sapelli, inoltre, rivendica il valore positivo della sistematica opera di corruzione politica portata avanti da Enrico Mattei per far crescere l’Eni. Se ai tempi di Mattei fosse esistito un pool di Mani Pulite in grado di fermarlo, sarebbe stato un bene o un male per l’Italia? Ognuno tragga le proprie conclusioni.

L’Italia è un Paese più corrotto rispetto agli altri Paesi dell’Unione europea? Se sì, perché secondo lei? Oppure è soltanto un falso mito?

Non esistono indicatori oggettivi del livello di corruzione di un Paese. Esistono però un indicatore e una classifica internazionale sulla percezione della corruzione (CPI), elaborati da Transparency International. L’Italia si colloca al 52° posto su 182 Paesi: non è un buon risultato, perché siamo superati da quasi tutti gli Stati con una tradizione politica e amministrativa occidentale avanzata con cui abitualmente ci confrontiamo. Sul perché ciò accada, però, preferisco non pronunciarmi.

In conclusione, possiamo dunque dire che la corruzione può servire a qualcosa? Ma a patto che…?

Stabilire come regola generale un «a patto che…» suggerirebbe l’idea che esista a priori una zona franca in cui praticare la corruzione sia lecito. Non è questo il mio messaggio. Più modestamente individuo, a posteriori, alcuni casi specifici in cui la corruzione si è rivelata utile, oppure il male minore. Ritengo che il mio libro dimostri come questi casi siano realmente esistiti e che questa tesi possa contare anche sul sostegno di autorevoli studiosi. Non pretendo di affermare che sia definitivamente confermata, ma credo che possa essere sostenuta con argomenti razionali.

Vincenzo Petraglia


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