La Camera dei deputati ha approvato in via definitiva (153 i voti favorevoli, 42 i contrari e 82 le astensioni) il disegno di legge che consente ai detenuti tossicodipendenti di accedere alla detenzione domiciliare. Il provvedimento prevede una modalità differenziata di esecuzione della pena, che meglio si coniuga alle esigenze di cura per chi è dipendente da sostanze.
Più cura per i detenuti tossicodipendenti
L’Intercear, sigla del Coordinamento nazionale dei coordinamenti regionali degli enti accreditati per le dipendenze opera per l’omogeneità dei Lea a livello nazionale, plaude al provvedimento. «L’approvazione definitiva alla Camera delle modifiche al Decreto Carceri, inerenti la legge n. 309/90, rappresenta un passaggio di fondamentale importanza per il sistema di recupero e per il mondo delle dipendenze», commenta Biagio Sciortino, presidente nazionale del coordinamento. «Come Intercear, accogliamo questo provvedimento come un segnale di grande civiltà e di concretezza: consentire alle persone con problematiche di dipendenza di accedere a programmi terapeutici e di comunità anziché scontare la pena in carcere significa restituire centralità alla cura, alla riabilitazione e al reinserimento sociale. Non va visto come uno svuota-carceri, non è questo il senso del provvedimento. Ogni giorno trascorso in cella, invece che in un percorso terapeutico, è un tempo sottratto alla speranza e alla ricostruzione della persona. È un risultato che recepisce istanze per cui la rete dei coordinamenti regionali si è battuta a lungo».
Consentire alle persone con problematiche di dipendenza di accedere a programmi terapeutici e di comunità anziché scontare la pena in carcere significa restituire centralità alla cura, alla riabilitazione e al reinserimento sociale
Biagio Sciortino, presidente Intercear
Tuttavia, la norma è solo un primo passo: «Affinché questa riforma non rimanga sulla carta, occorre ora che il Governo investa risorse adeguate, ma bisogna pure rafforzare la collaborazione tra servizi territoriali, magistratura e comunità, e creare le condizioni operative per far funzionare la rete d’accoglienza in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. È un buon punto di partenza e un’importante attestazione di fiducia verso il lavoro della cooperazione e del terzo settore terapeutico, che continueremo a presidiare con impegno quotidiano. L’alternativa alla detenzione ribadisce la priorità clinica della comunità e del percorso riabilitativo rispetto al carcere».

Le comunità? Pronte ad accompagnare il cambiamento
Anche la Federazione italiana comunità terapeutiche – Fict, attraverso il suo presidente nazionale Luciano Squillaci, esprime «apprezzamento per il lavoro svolto dal Parlamento e dal Governo nel portare a compimento una riforma attesa da anni dal mondo delle dipendenze e dell’esecuzione penale, che valorizza il ruolo delle comunità terapeutiche quali luoghi di cura, responsabilizzazione e reinserimento. In quest’ultimo anno ci siamo confrontati più volte con il Governo e abbiamo condiviso miglioramenti importanti del disegno di legge. All’interno del provvedimento normativo approvato oggi, ci sono scelte estremamente coraggiose, frutto di un dialogo che non è mai venuto meno, e che vanno nella direzione di offrire alle persone una concreta possibilità di recupero, ridurre la recidiva e costruire maggiore sicurezza per tutti».
Le comunità terapeutiche non sono, non possono e non debbono diventare una mera alternativa al carcere. Siamo pronti a fare la nostra parte, purché il percorso mantenga la sua natura terapeutica e riabilitativa e non si riduca a un semplice trasferimento della pena
Luciano Squillaci, presidente Fict
Questa norma non è una “svuota carceri”. Le comunità terapeutiche non sono, non possono e non debbono diventare una mera alternativa al carcere, sono servizi sanitari accreditati nei quali si realizzano percorsi terapeutici individualizzati. Siamo pronti a fare la nostra parte, come abbiamo sempre fatto, purché il percorso mantenga la sua natura terapeutica e riabilitativa e non si riduca a un semplice trasferimento della pena. Ora è fondamentale dare piena attuazione alla riforma. Oggi vince l’idea che la cura può essere più forte della detenzione quando una persona decide davvero di cambiare. Le nostre comunità sono pronte ad accompagnare questo cambiamento con competenza, responsabilità e umanità, perché investire nella cura significa investire nella sicurezza, ridurre la recidiva e offrire alle persone una concreta possibilità di ricostruire la propria vita».


Più o meno dello stesso tenore le dichiarazioni contenute nella nota diffusa da Comunitalia, la rete delle Comunità terapeutiche italiane, la quale accoglie «con grande apprezzamento l’approvazione definitiva da parte della Camera dei deputati del Disegno di legge relativo alla detenzione domiciliare presso le strutture terapeutiche e riabilitative per i detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti».
Si tratta di una riforma «attesa da tempo, che segna una svolta nell’approccio verso il tema della dipendenza patologica legata alla commissione di reati. Con questo provvedimento, l’ordinamento italiano dimostra come sia possibile coniugare la certezza della pena con la sua imprescindibile finalità rieducativa e di recupero, sancita dall’articolo 27 della Costituzione».


Malati prima di tutto
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, durante il question time a Montecitorio, ha sottolineato che si tratta di un «provvedimento epocale» destinato a persone «che noi abbiamo sempre considerato dei malati da curare piuttosto che criminali da punire». E proprio sulle dichiarazioni rilasciate dal ministro Nordio, punta il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella: «Ha parlato di oltre 10mila persone detenute che potrebbero uscire dal carcere per scontare la pena presso una comunità. Da dove arrivi questo numero, però, non è dato saperlo. Se la platea di persone potrebbe infatti arrivare a questo numero, la legge prevede una serie di paletti che vanno dalla volontarietà della persona stessa ad una valutazione del tribunale e della magistratura di sorveglianza: passaggi che potrebbero ben erodere questo numero».
Il ministro Nordio ha parlato di oltre 10mila persone detenute che potrebbero uscire dal carcere per scontare la pena presso una comunità. Da dove arrivi questo numero, però, non è dato saperlo
Patrizio Gonnella, presidente associazione Antigone
«C’è poi il dato che riguarda la capacità di un sistema, come quello delle comunità di recupero, a cui vengono inviate già centinaia di persone da parte di altri soggetti (anche dagli uffici dell’Uepe, con 4.400 persone in affidamento terapeutico) che sembra complicato possa farsi carico di numeri così grandi senza essere potenziato», prosegue Gonnella.
Il nodo dei numeri e dei costi
«Da una ricognizione effettuata dal Dipartimento delle politiche antidroga, i posti disponibili nelle comunità erano infatti 13.276. Difficile pensare, anche al netto degli affidamenti dell’Uepe poc’anzi citati, che oggi solo 3mila di questi posti siano realmente occupati. Da questo punto di vista, sarebbe utile sapere se il Governo ha effettuato una ricognizione nazionale delle comunità terapeutiche accreditate per verificare quanti posti siano effettivamente disponibili per l’esecuzione della nuova misura. Se sì, quanti sono i posti complessivi, quanti quelli attualmente occupati e quanti quelli immediatamente utilizzabili per persone provenienti dal carcere?
Peraltro, il costo medio di una persona in comunità è di circa 100 euro al giorno e, al netto della previsione finanziaria di poco meno di 20 milioni di euro, i soggetti beneficiari potrebbero essere meno di 600. Inoltre, va sottolineato il rischio di dare luogo a forme di privazione della libertà affidate ai privati. Dunque, andrà monitorata con molta attenzione la dinamica di affidamento alle comunità. Per quanto riguarda il Piano carceri, argomento trattato dal ministro Nordio, anche in questo caso sarebbe interessante sapere quali sono le strutture a cui il ministro Nordio fa riferimento, che sarebbero in costruzione. I diecimila posti del Piano carceri dovrebbero essere realizzati entro la fine del 2027, ma dall’inizio del 2025 (quando il piano è partito) fino ad oggi la realtà ci dice che i posti realmente disponibili hanno subito un decremento pari a 481 unità».
Credits: la foto d’apertura è di Ron Lach su Pexels; le altre foto sono state fornite da Intercear, Fict e Antigone
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Luigi Alfonso
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