Il mondo delle libere professioni italiane sta attraversando una trasformazione profonda, segnata da un progressivo aumento dell’età media e da una presenza sempre più ridotta delle nuove generazioni.
A evidenziarlo è il rapporto “Generazioni a confronto tra demografia e redditi”, realizzato dall’Osservatorio delle libere professioni di Confprofessioni, che mette in relazione l’evoluzione demografica del Paese con le dinamiche occupazionali e reddituali degli ultimi decenni.
Il quadro che emerge è chiaro: i giovani entrano con maggiore difficoltà nel lavoro autonomo e professionale e, rispetto al passato, si trovano ad affrontare anche un divario economico più marcato nei confronti delle generazioni più mature.
Sempre meno under 35 tra i professionisti
Nel 2025 gli under 35 rappresentano circa il 24% dei lavoratori dipendenti, mentre la loro presenza si ferma al 16% tra i liberi professionisti e al 15% tra gli altri lavoratori indipendenti.
Il dato conferma una maggiore difficoltà di accesso alle professioni rispetto al lavoro subordinato.
Avviare un’attività professionale richiede infatti tempi più lunghi, investimenti iniziali, costruzione di una clientela e capacità di sostenere economicamente una fase di avvio che può protrarsi per diversi anni. Elementi che possono rappresentare un ostacolo particolarmente significativo per chi entra per la prima volta nel mercato.
Parallelamente cresce il peso delle fasce di età più elevate. I lavoratori tra i 55 e i 64 anni rappresentano il 22,3% dei dipendenti, ma salgono al 24% tra i liberi professionisti e al 27,9% tra gli altri indipendenti.
Aumenta l’età media delle professioni
Il rallentamento del ricambio generazionale emerge anche osservando l’età mediana.
Tra il 2015 e il 2025 quella dei liberi professionisti è passata da 45 a 48 anni, con un incremento più rapido rispetto al lavoro dipendente, dove nello stesso periodo si è passati da 44 a 46 anni.
Nel 2025 l’età mediana raggiunge i 50 anni tra i professionisti uomini e i 46 anni tra le donne.
Un andamento che riflette anche la più generale evoluzione demografica italiana. Il rapporto tra le persone prossime all’uscita dal mercato del lavoro e quelle potenzialmente in ingresso è infatti diventato progressivamente più squilibrato.
L’indice di ricambio della popolazione attiva, che mette a confronto la fascia 60-64 anni con quella 15-19 anni, è passato dal 71,9% del 1976 al 156% nel 2026.
In altri termini, le persone prossime alla conclusione della vita lavorativa sono oggi molto più numerose delle nuove generazioni che potrebbero sostituirle.
Giovani più distanti dalla media dei redditi
Il problema non riguarda soltanto il numero di giovani presenti nel mercato professionale, ma anche la loro capacità reddituale.
Nel 1987 il reddito della fascia compresa tra 25 e 34 anni era pari al 97% del reddito medio generale.
Nel 2022 questa percentuale è scesa al 78%.
Il dato fotografa una progressiva perdita di peso economico delle generazioni più giovani, mentre il livello massimo dei redditi tende a concentrarsi sempre più nelle fasi avanzate della carriera.
Anche la distribuzione dei redditi per età è cambiata. Se in passato il livello più elevato si raggiungeva prevalentemente tra i 45 e i 54 anni, oggi il picco tende a spostarsi verso la fascia 55-64 anni.
Una dinamica collegata anche all’allungamento della vita lavorativa e alla maggiore permanenza nel mercato del lavoro.
Il divario generazionale pesa soprattutto sugli autonomi
Particolarmente significativa è l’evoluzione del rapporto tra i redditi dei lavoratori tra 25 e 34 anni e quelli della fascia 55-64 anni.
Considerando il totale degli occupati, l’indice è passato dal 91% del 1987 al 69% del 2022.
Tra i lavoratori dipendenti è sceso dall’88% al 74%.
La variazione più forte riguarda però il lavoro indipendente, dove il rapporto è passato dal 118% all’84%.
Il confronto storico è particolarmente indicativo: alla fine degli anni Ottanta i giovani lavoratori autonomi disponevano mediamente di un reddito superiore a quello dei colleghi più anziani. Nel 2022, invece, il rapporto si è completamente ribaltato e i giovani si trovano in una posizione economicamente più debole.
Nel lungo periodo, tra il 1987 e il 2022, l’indice di reddito generazionale ha perso 22 punti considerando tutti gli occupati, 14 punti tra i dipendenti e ben 34 punti tra i lavoratori indipendenti.
Il nodo del ricambio generazionale
Il problema delle professioni non può quindi essere letto soltanto in termini demografici.
Alla riduzione della presenza giovanile si sommano difficoltà economiche, costi di avviamento, trasformazione dei modelli organizzativi e necessità di costruire percorsi professionali capaci di garantire maggiore sostenibilità nel tempo.
Il ricambio generazionale è infatti tra i temi centrali del processo di riforma delle professioni, insieme all’equo compenso, all’evoluzione delle società tra professionisti e alla riduzione delle disparità di genere negli organismi di rappresentanza.
Parallelamente, le politiche per l’autoimpiego stanno cercando di favorire l’ingresso dei giovani attraverso incentivi e strumenti di sostegno.
Resta però una questione di fondo: sostenere economicamente l’avvio dell’attività è importante, ma potrebbe non essere sufficiente.
Per rendere nuovamente attrattive le professioni serve intervenire anche sui modelli organizzativi, favorendo aggregazioni, reti professionali, innovazione, accesso alle competenze e forme di collaborazione capaci di ridurre il peso che oggi grava sul singolo professionista.
Le professioni devono tornare ad attrarre i giovani
Il futuro del lavoro professionale dipenderà anche dalla capacità del sistema di offrire alle nuove generazioni prospettive economiche e professionali sostenibili.
Il progressivo invecchiamento della platea e l’ampliamento del divario reddituale rappresentano segnali che non possono essere sottovalutati.
Favorire l’ingresso dei giovani significa non soltanto sostenere nuove attività, ma costruire un mercato professionale più accessibile, moderno e capace di valorizzare competenze, innovazione e collaborazione.
Il ricambio generazionale non è quindi soltanto una questione anagrafica: è una condizione essenziale per garantire continuità, competitività e futuro al sistema delle professioni.
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