in Champagne vendemmia 2026 la più anticipata di sempre, sfida cambiamenti climatici e mercati



Sarà la vendemmia più anticipata di sempre, quella del 2026, per lo Champagne. Ben lontani i tempi in cui questo rito, che ogni anno segna l’inizio del lungo viaggio del ‘re dei vini’ dal chicco al calice, era associato al mese di settembre e prima ancora a quello di ottobre. Dal 2023, si comincia ormai ad agosto e sempre prima. Con il caldo record di quest’estate, che imperversa in Francia – anche in questa terra di argilla e calcare tra la valle della Marna e la Côte des Blancs, a est di Parigi, che è la Champagne – la stima è un avvio tra il 20 e il 25 agosto, ma non si esclude addirittura la metà del mese, con un anticipo rispetto alla media degli ultimi anni di almeno 12 giorni. L’insorgere della siccità fa seguito alle già intense ondate di calore di giugno, dopo un inverno con episodi di gelo, dunque condizioni climatiche fortemente variabili.

C’è chi calcola l’inizio della vendemmia contando 86 giorni dal primo fiore che sboccia a maggio. In realtà, il via ufficiale può deciderlo solo il Réseau Matu, rete di controllo della maturazione delle uve nella regione della Champagne creata proprio per monitorare l’evoluzione dei grappoli, misurare zuccheri e acidità e determinare così la data ottimale di inizio della vendemmia. Una decisione presa valutando ogni singolo ‘cru’ (sono 319 quelli autorizzati), e quindi comune per comune, e inderogabile: i vignerons, come sono chiamati i coltivatori delle vigne, e le stesse ‘Maisons’, le aziende di Champagne, possono rinviare di qualche giorno ma mai iniziare prima. Impossibile sfuggire al ‘ban des vendanges’, la data ufficiale che, una volta stabilita per i diversi territori, viene pubblicata dal Comité Champagne, l’organizzazione interprofessionale della filiera.

Dei tre vitigni utilizzati per fare lo Champagne, in blend o in purezza, si vendemmia per primo lo Chardonnay, poi il Pinot noir e infine il Meunier. Nei 34mila ettari della Champagne – che rappresentano solo il 4% di tutte le vigne francesi e lo 0,5% di quelle mondiali – la vendemmia viene rigorosamente fatta a mano, raccogliendo delicatamente grappolo per grappolo. Da ogni pianta si ricava circa 1,2 kg di uva, da cui poi si ottiene 1 bottiglia. Ogni anno una parte del vino viene destinata alla riserva, che poi sarà utilizzata negli anni successivi per creare i blend per gli Champagne ‘non vintage’, cioè non millesimati, e anche per affrontare le annate più scarse.

Intanto la settimana scorsa, riuniti presso il Comité Champagne, i vignerons e le Maison hanno fissato la resa commercializzabile della vendemmia 2026 a 8.800 kg/ha. Questa decisione collettiva è volta a riequilibrare progressivamente gli stock, salvaguardando al tempo stesso la sostenibilità economica del vigneto e il mantenimento dei loro elevati standard qualitativi. La resa commercializzabile rappresenta, infatti, una delle leve essenziali di resilienza del modello ‘champenois’ che si basa sulle prospettive economiche e sul livello degli stock. L’obiettivo è di adattare la produzione alle esigenze a medio e lungo termine dei mercati. In questo modo, i volumi di uve commercializzate si adeguano alla domanda reale, preservando al tempo stesso la qualità dei vini e il valore della denominazione. Questo modello di regolazione, specifico della Champagne, consente di assumere decisioni con una visione di lungo periodo, mira a evitare brusche oscillazioni e a salvaguardare gli equilibri economici degli operatori, ed è frutto della cooperazione fra vignerons e Maison.

Proprio il Comité Champagne – nato nel 1941, sebbene una rete di cooperazione in Champagne esistesse sin dal 1887 – ha il compito di difendere gli interessi comuni di chi coltiva e conferisce l’uva e dei produttori di vino: una grande ‘famiglia’ che rappresenta 16.460 vignerons, 120 cooperative, 410 Maison. Un network di stakeholder che ha anche l’obiettivo di promuovere ricerca e sviluppo, tutelare la denominazione che è protetta dal 1936, monitorare il mercato, fare formazione.

Fra le principali sfide che si trova ad affrontare oggi, quella del cambiamento climatico la fa da padrona. Anche per un terreno, come quello gessoso della Champagne, che non ha bisogno di essere irrigato perché in inverno assorbe l’acqua come una spugna e la rilascia durante l’anno. Da qui la costante ricerca della resilienza in vigna, con l’adattamento dei metodi di piantagione e lo sviluppo di varietà resistenti (è stata la prima denominazione a farlo). Per disciplinare non si può usare più del 10% di queste nuove varietà, ma i primi risultati sono soddisfacenti e servono per rendere sempre più resistenti i vitigni tradizionali preservandone la qualità. L’impegno è rivolto anche alla riduzione delle emissioni di anidride carbonica, diminuite già nel 2025 del 25%, con l’obiettivo di arrivare a zero nel 20230, come per i fitosanitari ridotti finora del 50%.

C’è poi un’altra sfida che attanaglia lo Champagne, come tutto il settore enologico, che è quella dei mercati. La denominazione rappresenta in volume l’8% di tutti gli sparkling wines del mondo, con oltre 266 milioni di bottiglie spedite, ma è la prima per valore, pari a 5,7 miliardi di euro. Nel periodo Covid le vendite sono calate e lo stesso è avvenuto con le guerre in corso, a conferma che lo Champagne è un vino associato a momenti di festa e riflette l’umore del momento.

Il primo mercato è la Francia, che assorbe nel 2025 il 43,5%. Tra i mercati esteri al primo posto gli Usa, seguiti da Uk, Giappone, Germania, Italia. Ma anche in Italia nel 2025 si è registrato, per il terzo anno consecutivo, un calo, pari al 7%, con un totale di 7,8 milioni di bottiglie spedite. Mentre guardando al lungo periodo, in 10 anni, dal 2015, il mercato è cresciuto di 1,4 milioni di bottiglie, con volumi aumentati del 2% annuo.

Performance positive, nonostante il momento, nel mercato italiano hanno fatto registrare due tipologie di Champagne: il basso dosaggio (+1%) e il brut millesimato (+3,4%). Se il brut non vintage è la cuvée più venduta in Italia, il basso dosaggio occupa ora il secondo posto, dopo una crescita quasi ininterrotta negli ultimi 15 anni pari in media al +23,6% annuo. L’Italia assorbe così il 32% delle spedizioni di Champagne a basso dosaggio nell’Unione europea.

“Nel 2025 il mercato italiano per lo Champagne evidenzia un contesto di consumi più moderati, dovuti a diversi cambiamenti economici e comportamentali. La domanda sta evolvendo in una congiuntura segnata dall’erosione del potere d’acquisto, dal consolidamento degli aumenti di prezzo post-Covid, da norme più stringenti per il bere e la guida dei veicoli, e una maggiore ricerca di moderazione. Come risposta, i distributori stanno adottando strategie precauzionali caratterizzate da livelli più bassi di scorte e più frequenti riordini, e una dinamica promozionale più sostenuta”, afferma Domenico Avolio, direttore Comité Champagne Italia.

“Il canale Horeca-trade – spiega – è quello che appare più indebolito: gli elevati margini hanno portato a carte dei vini percepite con prezzi eccessivi, un ricambio più lento, mentre i vincoli normativi rafforzano il declino del consumo fuori casa. Nel frattempo, i rivenditori di vino mostrano una maggiore resilienza, supportata da una clientela più preparata e margini più controllati. Il segmento entry-level è rimasto sostanzialmente stabile, quello di fascia media si è dimostrato il più dinamico nel 2025, incontrando una forte domanda dei consumatori, che sono sicuramente attenti al prezzo ma non meno affezionati all’immagine dello Champagne; il segmento premium mostra una resilienza migliore in valore che in volume e questo non rappresenta un disimpegno ma piuttosto una domanda più selettiva e acquisti quantitativamente più limitati”.

“Dopo i recenti aggiustamenti, il mercato italiano sta entrando in una fase di stabilizzazione, in cui il consolidamento delle posizioni esistenti appare essere una leva per la resilienza e la continuità”, conclude.

(di Alessia Trivelli)


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