Solo il 2,7% degli occupati in Italia ha lavorato prevalentemente da casa nel 2025. Il dato, pubblicato da Eurostat, sancisce la fine dell’onda lunga della pandemia e riporta il telelavoro su livelli minimi. Il confronto europeo è impietoso: il divario con i Paesi del Nord è ampio e si allarga anche rispetto a economie vicine e comparabili. La riduzione del lavoro a distanza non è solo una statistica: incide su organizzazione aziendale, tempi di vita, spostamenti e perfino sulle scelte abitative.
Cosa dicono i dati Eurostat 2025
I numeri Eurostat fotografano un arretramento netto del lavoro da remoto in Italia. Nel 2025 si registra una quota del 2,7% di occupati che lavorano abitualmente da casa, valore tra i più bassi in Europa. In testa alla classifica si colloca la Finlandia con il 20,5%, seguita dall’Irlanda con il 19,2%. Tra le grandi economie, la Germania si attesta al 13% e la Francia all’11%, mentre nei Paesi Bassi si osserva l’11,3%. Anche la Spagna, spesso presa a paragone per struttura economica, sale al 7,9%.
Il posizionamento dell’Italia è in coda: davanti restano Grecia (2,3%) e Bulgaria (1,4%), che chiudono l’elenco. Il quadro mette in evidenza un doppio scarto: rispetto ai leader nordici e rispetto a Paesi simili per dimensione e composizione produttiva. Si evidenzia così una tendenza specifica del mercato del lavoro italiano nel post-pandemia, dove la presenza fisica torna centrale.
Va sottolineato un aspetto metodologico spesso ignorato: le rilevazioni considerano chi lavora prevalentemente da casa. Le formule miste, con pochi giorni al mese da remoto, possono non emergere pienamente.
Perché in Italia il lavoro da remoto arretra
La crisi sanitaria aveva reso necessario il telelavoro su larga scala. Con il superamento delle restrizioni, molte aziende hanno ricalibrato i processi tornando a privilegiare la sede fisica. La presenza viene spesso ritenuta utile per la collaborazione diretta tra team, l’affiancamento dei nuovi ingressi e il coordinamento continuo su progetti complessi. In diversi contesti aziendali si è ritenuto che la prossimità accorci i tempi decisionali e riduca le asimmetrie informative.
Non si tratta però di un ritorno uniforme al passato. Si è diffuso un modello ibrido che alterna giorni in ufficio e da casa, modulato per funzioni e stagionalità dei carichi di lavoro. Tuttavia, proprio perché le statistiche guardano a chi lavora principalmente da remoto, la crescita degli schemi misti non si traduce in un aumento della quota “home based”. Il risultato è un dato in flessione più marcato in Italia rispetto ad altri Paesi.
Dove si privilegia il controllo in presenza e si dispone di processi meno digitalizzati, l’elasticità operativa tende a ridursi. Al contrario, ecosistemi abituati a gestire progetti distribuiti e strumenti digitali avanzati mostrano maggiore tenuta del lavoro a distanza.
Dove resiste il lavoro agile
Il lavoro da remoto non scompare, ma si concentra. Secondo analisi dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, resiste soprattutto nelle grandi organizzazioni, nelle multinazionali e nei comparti ad alto contenuto professionale. Manager, professionisti del digitale, consulenti, finanza e servizi avanzati risultano tra i profili che più frequentemente usufruiscono di modalità flessibili.
Scenario diverso nelle piccole e medie imprese, che rappresentano l’ossatura del sistema produttivo italiano. In molte Pmi si è osservato un rientro quasi totale, complici cicli produttivi legati alla presenza fisica, minore disponibilità di dotazioni tecnologiche e pratiche organizzative più tradizionali.
Italia vs vicini europei: il confronto che pesa
Il confronto con economie comparabili rende evidente l’eccezione italiana. La Germania si posiziona al 13% e la Francia all’11%, con una diffusione più ampia del lavoro abituale da casa. La Spagna tocca il 7,9%, quasi tre volte l’Italia. Pur con strutture produttive e normative diverse, questi riferimenti segnalano una maggiore istituzionalizzazione del lavoro a distanza, soprattutto dove la digitalizzazione dei processi e la gestione per obiettivi sono più mature.
In Italia, oltre ai fattori culturali, incidono la composizione settoriale e la dimensione media delle imprese. L’ampio peso di attività manifatturiere e di servizi ad alta interazione in sede limita naturalmente la quota potenziale di lavoro da remoto prevalente. Il punto chiave tuttavia resta l’organizzazione: dove la filiera è digitalizzata e la collaborazione asincrona è integrata, la flessibilità regge meglio, anche a parità di settore.
L’impatto su città, pendolarismo e uffici
Più presenza significa più pendolarismo, con impatto su traffico, domanda di trasporto pubblico e costi individuali legati agli spostamenti. Nelle aree metropolitane, la centralità dei quartieri d’affari torna a crescere, così come la pressione sugli orari di punta.
Per il mercato immobiliare direzionale si osserva una spinta verso il riuso degli spazi e la riconfigurazione interna, con sale condivise e aree project-based. Sul residenziale, la minore diffusione del lavoro da casa può favorire nuovamente la prossimità ai poli occupazionali, riducendo l’appeal delle soluzioni lontane dai centri meglio connessi. Rimane però uno spazio per case con una stanza in più dedicata al lavoro, specie laddove sopravvive l’ibrido.
Il punto cieco: quanto vale davvero l’ibrido
La chiave interpretativa dei dati Eurostat è nella definizione: si considerano gli occupati che lavorano soprattutto da casa. Chi alterna pochi giorni al mese da remoto potrebbe non essere conteggiato come “prevalente”. Questo aspetto spiega in parte perché, pur con un ritorno alla sede, tante organizzazioni continuino a mantenere un margine di flessibilità che non appare pienamente nelle statistiche.
Per comprendere la traiettoria reale servirà osservare come evolveranno le policy aziendali e gli accordi individuali. Se l’ibrido si consolida, il peso del lavoro da casa resterà visibile nei comportamenti, pur non emergendo sempre in quota percentuale “prevalente”. Viceversa, ulteriori strette organizzative porterebbero a un rientro ancor più marcato.
Articolo visto su (quifinanza.it) Smart working, in Italia è quasi sparito dopo il Covid: classifica Ue del lavoro da remoto – QuiFinanza
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