Nei giorni scorsi si è tenuto a Milano l’Agentforce World Tour di Salesforce: un evento annuale in cui la multinazionale coglie l’occasione per raccontare a partner e clienti le novità della sua piattaforma.
Durante l’edizione 2026 si è discusso ampiamente di due temi centrali: l’Agentic Enterprise e il vibe coding. Si tratta di due soluzioni molto diverse che però affondano le radici in un problema comune: quello di aumentare e ottimizzare la produzione dell’azienda. Un’Agentic Enterprise affianca agenti AI al personale umano, mentre il vibe coding delega la scrittura del software all’intelligenza artificiale.
Per tradurre questa visione molto chiara del futuro in realtà, però, è necessario aggiungere altri due attori: i clienti e i system integrator. I primi possiedono i dati e portano dei problemi da risolvere, i secondi hanno il difficile compito di capire i problemi e proporre soluzioni che, grazie alla piattaforma di Salesforce, si integrino con il resto dell’ecosistema a casa del cliente.
In occasione dell’evento, la nostra redazione ha voluto esplorare il mondo dei system integrator legati a Salesforce. Per farlo, siamo andati a intervistare Matteo Bigatti, AI Solution Manager di Atlantic Technologies, società del Gruppo Engineering e anche uno dei principali sponsor della manifestazione. Bigatti ci ha offerto un’interessante panoramica, lato system integrator, del complesso compito di accompagnare un cliente nella sua trasformazione in Agentic Enterprise.
Vorrei cominciare partendo da lei. Può dire brevemente ai nostri lettori qual è il suo ruolo in Atlantic Technologies e qual è stato il percorso professionale che l’ha portata a ricoprirlo?
Sono Matteo Bigatti e sono AI Solution Manager in Atlantic Technologies, parte del Gruppo Engineering. Questo significa che da ormai due anni mi occupo di coordinare tutte le iniziative legate al mondo dell’intelligenza artificiale, con un focus specifico su Salesforce, che è anche la tecnologia su cui lavoro principalmente. Il mio percorso e la mia carriera partono da una formazione come ingegnere informatico. Ho iniziato come sviluppatore, per poi crescere all’interno del mondo delle piattaforme. In particolare mi sono specializzato sui sistemi CRM, la tecnologia su cui mi sto concentrando negli ultimi anni e in cui ho operato come analista e project manager, fino ad arrivare alla mia crescita attuale.
Stamattina si è parlato molto di Agentic Enterprise. Atlantic Technologies come si pone e come conta di organizzarsi relativamente a questa visione?
Abbiamo scelto di concentrare i nostri sforzi, e in particolare le iniziative che coordino in prima persona, sulla metodologia di adozione di questa tecnologia, perché è evidente che l’innovazione esiste e funziona già molto bene. L’aspetto fondamentale è saper scegliere lo strumento giusto e capire come implementarlo, perché è lì che si fa la differenza. Ci siamo focalizzati innanzitutto sul mondo delle piattaforme, come Salesforce e Microsoft, per comprendere come le aziende che già dispongono di questi sistemi possano integrare l’AI agentica e quali benefici concreti possano trarne.
Abbiamo affrontato questo percorso definendo una nostra metodologia che mette al centro la qualità dei dati e dei processi: ogni nostra implementazione parte infatti da un assessment iniziale volto a individuare dove inserire agenti capaci di generare risultati concreti e misurabili. Successivamente, lavoriamo a stretto contatto con i clienti per tracciare i migliori scenari di adozione.
È chiaro che l’Agentic Enterprise rappresenta un concetto vastissimo, all’interno del quale si può includere quasi ogni cosa. Diventa quindi fondamentale definire una roadmap strategica per stabilire con chiarezza da dove partire e dove vogliamo arrivare. Puntiamo con decisione sulle piattaforme, sia per la nostra forte partnership con Salesforce, sia per la presenza nel mondo Microsoft legata al Gruppo Engineering di cui Atlantic fa parte. Questi ecosistemi offrono il contesto ideale poiché custodiscono i dati aziendali di proprietà, la vera base per ottimizzare i processi e supportare il lavoro quotidiano delle persone.
Un’altra cosa di cui si è parlato diffusamente oggi è l’importanza dei dati. Tuttavia, fermo restando che 27 anni di dati storici sono sicuramente una ricchezza importante, nessuno parla di una loro eventuale obsolescenza, perché i dati potrebbero non essere tutti validi allo stesso modo. Voi come affrontate questo problema?
Il problema è enorme ed è il motivo per cui abbiamo scelto di partire da questo aspetto, proprio perché sappiamo che il risultato non dipende dalla tecnologia. Come dicevo, la tecnologia esiste e funziona, ma tutto il resto dipende dal dato e dal processo. L’obsolescenza, tra virgolette, è il minore dei mali: finché un dato è obsoleto significa che comunque c’è, e se è presente possiamo farci qualcosa. Il grande problema attuale è che spesso il dato non c’è.
Faccio un esempio banale: a volte, per comodità o brevità, gli utenti inseriscono semplicemente un punto in un campo obbligatorio per poter chiudere una procedura e andare avanti. Quando poi il cliente ci chiede di utilizzare quei dati per l’intelligenza artificiale, ci si accorge che nel 50% dei record è presente solo quel punto, rendendoli inutilizzabili. È proprio qui che andiamo a intervenire, cercando di capire come e dove lavorare sulla risorsa informativa.
La questione non si limita all’obsolescenza; quando effettuiamo un assessment sulla qualità del dato, analizziamo almeno sei dimensioni. Tra queste vi sono l’accuratezza, ovvero la certezza che il dato inserito sia corretto, e la validità, strettamente legata all’obsolescenza, per cui un elemento aggiornato deve avere una valenza maggiore rispetto a uno vecchio. L’aspetto fondamentale diventa quindi individuare il set di dati da isolare e fornire come contesto all’agente affinché possa elaborare la risposta corretta. Avere a disposizione 27 anni di patrimonio storico è solo il punto di partenza: occorre una guida strategica per capire cosa sia realmente utilizzabile, ed è esattamente l’ambito in cui noi di Atlantic stiamo investendo maggiormente per garantire risultati concreti.

Secondo lei, qual è il principale problema per cui si ha difficoltà ad adottare gli agenti AI? Si tratta forse del fatto che le aziende hanno difficoltà a interpretare i propri dati?
Più che su questo aspetto, un tema che mi trovo spesso ad affrontare riguarda la ricezione di requisiti non fattibili. Ancor più frequentemente, però, si tende a confondere l’AI agentica e generativa attuale con tecnologie di intelligenza artificiale che esistono ormai da anni.
Pensiamo ad esempio alla manutenzione programmata: l’esigenza di avere un’AI predittiva che sappia anticipare cosa succederà era una realtà già dieci anni fa. Oggi i clienti ci dicono di voler realizzare questo tipo di soluzioni, ma la mia prima domanda è sempre: “Perché non lo avete fatto dieci anni fa?“. Se la risposta è che allora mancavano i dati, e alla mia successiva verifica emerge che non sono disponibili nemmeno oggi, significa che siamo rimasti esattamente allo stesso punto di dieci anni fa.
L’AI agentica permette di compiere azioni straordinarie, ma è fondamentale comprendere con chiarezza cosa sia in grado di fare. Proprio per questo motivo, nei primi incontri conoscitivi con il cliente, definiamo con precisione il perimetro d’azione su cui andremo a lavorare.
Non è il primo a cui sento fare questa considerazione.
Sì, la scansione OCR, per fare un esempio, non è certo una novità di oggi. È chiaro che al giorno d’oggi il dato raccolto tramite OCR possa essere poi elaborato attraverso la generativa, collegando così tecnologie differenti. Si tratta tuttavia di due passaggi distinti, poiché l’OCR si faceva tranquillamente anche più di dieci anni fa.
L’altro grande punto di oggi, per Salesforce, è il filo conduttore tra agenti AI e vibe coding. Ognuno ha la sua visione del problema, qual è la vostra?
Come Atlantic abbiamo già attivi dei progetti interni legati al vibe coding e a tutte le tecnologie che supportano la produzione di codice. Quello che stiamo osservando è che questo approccio è diverso rispetto a come chiunque sviluppi codice oggi.
Fare vibe coding significa che, in ogni caso, bisogna essere capaci di capire cosa sia stato fatto. È evidente che se il sistema genera 50.000 righe di codice non ci si metterà a leggerle tutte, ma produce comunque un output che dobbiamo essere in grado di interpretare. Altrimenti si rischia semplicemente di aver fatto fare qualcosa a qualcuno, ma questo non è un problema esclusivo del vibe coding. Si può infatti chiedere all’AI generativa di fornire una risposta al nostro posto su un argomento di cui non sappiamo nulla, per poi doversi fidare del risultato. Il vero nodo della questione è proprio questo: il vibe coding è affascinante, ma dobbiamo scegliere se affidarci totalmente a ciò che è stato realizzato o se mantenere nel ciclo di produzione persone che abbiano le competenze necessarie per comprendere il codice prodotto. Questo, ad oggi, rimane l’elemento fondamentale.
Lei cosa vede nel futuro? Una nuova generazione di tecnici che saranno formati per farsi assistere dai produttori di codice oppure quelli attuali che amplieranno i loro orizzonti? In altre parole, abbiamo bisogno di cambiare il modo in cui formiamo le nuove generazioni?
Sicuramente sì. A questo proposito, la questione non riguarda solo il modo in cui indirizziamo i giovani che escono oggi dagli studi. Durante il precedente evento, l’Agentforce Summit, l’introduzione iniziale è stata fatta da Vanessa Fortarezza insieme al rettore dell’Università Bocconi. Una riflessione che lui ha condiviso, e che secondo me ha un valore enorme, è che oggi nessuno può permettersi di fermarsi con lo studio e la formazione. Rispetto alla generazione di mio padre, persino io che non sono appena uscito dall’università devo continuare a studiare, poiché queste tecnologie corrono talmente veloce da richiedere un aggiornamento costante. Di conseguenza, cambia il modo di formare i giovani ma si trasforma anche il nostro stesso approccio: è indispensabile restare al passo, perché questa realtà è già arrivata e dobbiamo capire come adottarla al meglio.
In chiusura, come descriverebbe il rapporto tra Atlantic Technologies e Salesforce e come lo vede evolvere nei prossimi anni?
Come Atlantic e come Engineering, è chiaro che il nostro obiettivo è continuare a rafforzare la partnership con Salesforce. Si tratta di una tecnologia su cui continuiamo a investire e su cui riteniamo di essere molto forti, esperti e preparati, proseguendo con costanza nel nostro percorso di certificazione. D’altronde, la stessa Salesforce ci richiede di essere sempre pronti e competenti per rispondere con efficacia alle evoluzioni del mercato e alle richieste delle nuove tecnologie che arrivano. Di conseguenza, a tendere, puntiamo a mantenere questa solida relazione e possibilmente a farla crescere, facendo sì che continui a essere produttiva e redditizia per entrambi.
La redazione ringrazia Matteo Bigatti per il tempo che è riuscito a dedicare a questa intervista e per l’interessante visione che ci ha permesso di condividere con i nostri lettori. Per chi fosse interessato a esplorare i servizi offerti da Atlantic Technologies e dal Gruppo Engineering di cui fa parte, il punto migliore per iniziare è costituito dalle pagine web delle due organizzazioni.
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Dario Maggiorini
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