Materiali recuperati, così il riciclo fa risparmiare energia



Riciclare una lattina non è la stessa cosa che produrre alluminio da zero. Riciclare vetro non equivale a fondere solo materie prime vergini. Usare carta da macero non significa ripartire dalla fibra nuova. Dietro ogni materiale che rientra nel ciclo produttivo c’è una quantità di energia che non deve essere consumata di nuovo.

È questo il lato meno immediato del riciclo: non riguarda solo i rifiuti evitati, ma l’energia risparmiata. Un materiale recuperato ha già alle spalle una parte del suo percorso industriale. È stato estratto, lavorato, trasportato, trasformato. Se viene raccolto, selezionato e reimmesso nei processi produttivi, consente di evitare una quota dei consumi necessari per produrre lo stesso materiale partendo da risorse vergini.

Il vantaggio cambia da filiera a filiera e dipende da molti fattori: il materiale trattato, la qualità della raccolta, l’efficienza degli impianti, la distanza dai luoghi di lavorazione. Ma il principio è costante: quando una materia già estratta e trasformata rientra nel ciclo produttivo, una parte dei consumi necessari per produrla da zero viene evitata.

Per questo il riciclo non è solo una pratica ambientale, ma una forma di efficienza industriale. Qui, però, emerge il paradosso: le imprese che rendono possibile questo risparmio sono a loro volta esposte al costo dell’energia. Impianti di selezione, cartiere, vetrerie, fonderie e linee per il trattamento della plastica consumano elettricità e calore. E in Italia, dove le bollette industriali restano tra le più pesanti in Europa, questo può diventare un limite alla competitività delle filiere circolari.

Quanta energia si risparmia davvero

Il caso dell’alluminio è il più netto. La produzione primaria richiede processi molto energivori, dall’estrazione della bauxite alla raffinazione fino all’elettrolisi. Il riciclo, invece, parte da un materiale già disponibile: rottami, imballaggi usati, componenti dismessi. Secondo l’International Aluminium Institute, per una tonnellata di alluminio riciclato servono 8,3 gigajoule di energia primaria, contro 186 gigajoule per una tonnellata di alluminio primario. Il risparmio arriva così al 95,5%. È un dato che aiuta a capire perché il rottame metallico sia diventato una risorsa strategica. Non è solo “rifiuto”: è energia incorporata, materia già lavorata, capacità industriale potenziale. In un’economia che deve ridurre emissioni e dipendenze dall’estero, trattenere e valorizzare questi flussi significa ridurre anche il fabbisogno energetico della produzione.

Nel vetro il meccanismo è diverso, ma la logica è simile. Il rottame di vetro, il cosiddetto cullet, fonde più facilmente rispetto alle materie prime minerali e riduce i consumi nella fase più energivora del processo: la fusione. Secondo Feve, la Federazione europea dei produttori di contenitori in vetro, ogni tonnellata di vetro riciclato consente di risparmiare 1,2 tonnellate di materie prime vergini; inoltre, ogni 10% in più di rottame nei forni riduce di circa il 3% i consumi energetici.

Anche nella carta il riciclo evita una parte delle lavorazioni necessarie per ottenere fibra vergine. La carta da macero deve essere selezionata, spappolata, pulita e rilavorata, ma permette di limitare l’uso di nuove fibre e di ridurre la pressione sulle risorse naturali. Nella plastica il quadro è più complesso: il risultato dipende dal polimero, dalla presenza di contaminanti e dal tipo di processo. Il riciclo meccanico, quando possibile, resta generalmente meno energivoro rispetto alla produzione di nuova plastica da materie prime fossili.

Il punto comune è che il risparmio energetico non nasce alla fine del processo, ma lungo tutta la catena. Ogni tonnellata di materia prima seconda che sostituisce materia vergine evita estrazione, lavorazioni primarie, trasporti e una parte dei consumi industriali. È un risparmio distribuito, meno visibile di quello ottenuto spegnendo una macchina o riducendo un consumo domestico, ma rilevante per il sistema produttivo.

L’Italia circolare, ma con l’energia cara

L’Italia parte da una posizione forte. Secondo Eurostat, nel 2024 il tasso di utilizzo circolare dei materiali nell’Ue è stato del 12,2%. L’Italia ha raggiunto il 21,6%, terzo valore più alto nell’Unione dopo Paesi Bassi e Belgio. Significa che una quota più alta dei materiali usati dall’economia italiana proviene da riciclo e recupero anziché da nuove estrazioni o importazioni di risorse vergini.

Anche il settore degli imballaggi mostra numeri rilevanti. Secondo Conai, nel 2024 l’Italia ha riciclato 10 milioni e 700mila tonnellate di imballaggi, pari al 76,7% dell’immesso a consumo. È un livello superiore al target europeo del 70% previsto per il 2030. In altre parole, in una parte importante dell’economia circolare il Paese non sta inseguendo l’Europa: è già oltre gli obiettivi fissati da Bruxelles.

Questi risultati hanno un valore ambientale, ma anche industriale. Il riciclo alimenta filiere nazionali, fornisce materie prime seconde alla manifattura, riduce il bisogno di importare materiali e può contribuire a contenere i consumi energetici complessivi. In un Paese povero di materie prime, la capacità di recuperare materia dai rifiuti è un vantaggio competitivo.

Ma il vantaggio rischia di ridursi quando entra in gioco il costo dell’energia: gli impianti di selezione consumano elettricità, le cartiere usano energia e calore, le vetrerie alimentano forni, le fonderie lavorano a temperature elevate, le linee di riciclo della plastica richiedono lavaggio, triturazione, estrusione, movimentazione. Il riciclo consuma meno della produzione da vergine, ma non è un processo a energia zero.

Negli ultimi anni, dopo lo shock seguito all’invasione russa dell’Ucraina, i prezzi energetici si sono raffreddati rispetto ai picchi della crisi, ma restano un fattore decisivo per la competitività industriale. Per un settore che vive spesso su margini sottili, la differenza tra un prezzo dell’energia sostenibile e una bolletta troppo alta può determinare la convenienza della materia prima seconda rispetto alla materia vergine o a prodotti importati da Paesi con costi industriali inferiori.

Il rischio è concreto: avere buoni tassi di raccolta e riciclo, ma filiere industriali sotto pressione. E se gli impianti rallentano, se gli investimenti si fermano o se la domanda di materia prima seconda non cresce abbastanza, il sistema perde efficienza. La circolarità non dipende solo dal comportamento dei cittadini, ma anche dalla capacità delle imprese di trasformare i rifiuti in materia a costi sostenibili.

Il risparmio energetico dipende dalla qualità della filiera

I numeri mostrano che il riciclo può essere una leva energetica importante. Ma il beneficio non è automatico. Dipende da tre condizioni: qualità della raccolta, efficienza degli impianti e mercato per le materie prime seconde.

La qualità della raccolta è il primo passaggio. Un materiale raccolto male richiede più selezione, più trattamenti, più energia e produce più scarti. Una raccolta pulita, invece, riduce i costi e aumenta la resa industriale. Questo vale per il vetro, dove la presenza di ceramica o altri materiali può creare problemi nei forni; vale per la plastica, dove polimeri diversi e contaminazioni rendono più complesso il riciclo; vale per carta e cartone, dove l’umidità e le impurità incidono sulla qualità del macero.

Il secondo elemento è la tecnologia. Impianti più efficienti consumano meno energia per tonnellata trattata, selezionano meglio i materiali e riducono gli scarti. L’innovazione nel riciclo non riguarda solo nuovi processi, ma anche automazione, sensori, lettori ottici, sistemi di lavaggio, recupero di calore, elettrificazione e autoproduzione da rinnovabili. Più il settore investe, più il risparmio energetico potenziale diventa reale.

Il terzo elemento è la domanda. Produrre materia prima seconda non basta: qualcuno deve comprarla e usarla. Se il mercato preferisce materiale vergine perché costa meno, perché è più uniforme o perché le regole non favoriscono abbastanza il contenuto riciclato, il ciclo si inceppa. Per questo le politiche europee su imballaggi, contenuto minimo riciclato, appalti verdi e Circular Economy Act non sono dettagli normativi, ma strumenti per creare sbocchi stabili alla materia recuperata.

Il beneficio non si misura solo dentro l’impianto, ma nel modo in cui l’intera economia usa le risorse. Ogni tonnellata di materia recuperata che sostituisce materia vergine evita estrazioni, lavorazioni primarie e una quota di consumi industriali. A una condizione: che la filiera resti competitiva.

È questo il punto per l’Italia. Il Paese ha numeri solidi nella circolarità e nel riciclo degli imballaggi, ma deve difenderli in un contesto energetico difficile. Se bollette, qualità della raccolta e domanda di materie prime seconde non avanzano insieme, il vantaggio rischia di assottigliarsi. Se invece questi fattori si rafforzano, il riciclo smette di essere solo una politica ambientale e diventa una leva industriale di efficienza.

Perché il risparmio non passa soltanto dalle rinnovabili, dagli edifici efficienti o dai consumi domestici. Passa anche da ciò che decidiamo di non sprecare. Dentro una lattina, una bottiglia o uno scatolone non c’è solo un rifiuto: c’è energia già consumata che può continuare a lavorare.


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