La riunione era stata convocata lunedì. Sette presenti: troppo pochi per prendere decisioni che contano. Rifatta martedì: 23 persone, tutta un’altra storia. Se le assemblee si riempiono all’improvviso, in politica, significa che c’è qualcosa da vincere o da perdere. In questo caso entrambe le cose: le deleghe provinciali, la governance della SAF,e soprattutto la risposta a una domanda che Pasquale Ciacciarelli ha posto senza ricevere risposta. E cioè a chi appartiene davvero la Lega di Frosinone?
Il pretesto e la sostanza
Il caso è esploso ieri sera, durante la seconda riunione in quarantott’ore della Direzione Provinciale Leghista. Presente il coordinatore provinciale Nicola Ottaviani, i due Consiglieri provinciali Andrea Amata e Luca Zaccari, buona parte dei quadri dirigenti ciociari. Proprio quelli che la sera precedente avevano disertato. Per qualcuno è stato un test politico: lunedì non è andato l’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli e la Direzione era vuota; martedì lui c’era e la sala era piena. Per inciso: martedì sera mancava Mario Abbruzzese, Coordinatore Regionale Organizzativo.
La questione formale da affrontare era quella delle deleghe provinciali. Bisognava decidere se i due consiglieri della Lega eletti a Palazzo Iacobucci, Andrea Amata e Luca Zaccari, dovessero accettarle dal presidente Luca Di Stefano o rifiutarle in nome della «coerenza del centrodestra». Zaccari ha scelto la seconda strada, allineandosi alla posizione dell’assessore regionale Giancarlo Righini e del coordinatore regionale Mario Abbruzzese. Quella già annunciata pubblicamente su Teleuniverso all’inizio di questo mese durante la trasmissione A Porte Aperte: nessuna delega su decisioni già prese, mani libere per le prossime elezioni provinciali. (Leggi qui: Righini, via libera a Mastrangeli, stop agli inciuci nei Comuni. E per la Provincia…).
L’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli ha prima contato mentalmente i presenti. Poi ha demolito l’argomento con una sequenza di domande a cui nessuno ha saputo rispondere.
Il J’Accuse di Ciacciarelli
Prima domanda: se la coerenza del centrodestra impone di rifiutare le deleghe che offre il presidente della Provincia Luca Di Stefano, perché Luca Zaccari siede in una giunta a Ferentino che governa insieme al sindaco del Pd Piergianni Fiorletta? La coerenza politica vale sempre o solo se conviene? Vale in Provincia e non vale a Ferentino?
Seconda domanda: perché Samuel Battaglini — altro dirigente provinciale leghista — mantiene il suo incarico all’Agenzia di Formazione guidata dal presidente Adriano Lampazzi del Pd? Se il principio è quello della separazione netta dagli enti di area trasversale, Battaglini per la stessa coerenza da lui invocata nel Direttivo si dovrebbe dimettere.
Terza domanda, la più politicamente bruciante: cosa è cambiato in due o tre mesi? Fino allo scorso mese di marzo i consiglieri della Lega stavano in Giunta e in Consiglio Provinciale con le deleghe assegnate dal presidente Di Stefano. Adesso non più. Perché prima si e adesso no? Nessuno ha saputo spiegare la discontinuità.
Quarta domanda: perché al momento delle scorse elezioni Provinciali di marzo nessuno ha avvertito i sindaci che la linea della Lega sarebbe stata quella di non accettare le deleghe e quindi nessuno potrà dargli risposte quando bussano per i loro problemi legati alla Provincia? Un sindaco vota un Consigliere provinciale perché sa che se ha un problema al Comune sa a chi rivolgersi. Se quel consigliere siede all’opposizione senza deleghe, il voto diventa inutile. Perché non gli è stato detto prima? Ma soprattutto, ha evidenziato Ciacciarelli: perché nessuno lo ha detto nemmeno a me prima di mandarmi a chiedere i voti ai nostri amministratori?
La riunione finita senza comunicato
La risposta a tutte e quattro le domande è stata il silenzio. La direzione si è conclusa decidendo di «aggiornarci a breve per approfondire»: siccome la discussione doveva continuare non era prevista alcuna presa di posizione ufficiale. Invece alle 6.30 di questa mattina il deputato Nicola Ottaviani ha schierato la Lega in posizione di assedio su Luca Di Stefano. Pasquale Ciacciarelli non era informato e l’ha saputo leggendo il comunicato del suo Coordinatore su Alessioporcu.it
Ciacciarelli ha già scritto a Nicola Ottaviani e non si esclude che nelle prossime ore possa uscire con un comunicato autonomo. «Devo salvaguardare anche la mia esposizione su quella campagna elettorale che ha contribuito in modo determinante ad eleggere due persone», ha detto al suo staff. L’assessore non conferma, non smentisce, non fa dichiarazioni. Chi gli è vicino conferma tutto. Una frase che contiene tutto: la rivendicazione del lavoro fatto, la consapevolezza che quei voti li ha portati lui. Ed una valutazione sull’ingratitudine che non ha bisogno di essere esplicitata ulteriormente.
Mario Abbruzzese — coordinatore regionale organizzativo della Lega nel Lazio, il principale tessitore delle strategie provinciali del Carroccio — era assente. La sua assenza in un momento così delicato non è un dettaglio.
La SAF e il vero nodo
C’è un secondo tema che nella Direzione è emerso con altrettanta chiarezza: la governance della SAF. Pasquale Ciacciarelli ha affrontato la questione da due punti di vista. Quello politico: vale quanto detto per le deleghe provinciali. Inoltre ha ricordato che tre anni fa la Lega ha provato a boicottare il voto per la governance SAF e ne ha subito approfittato l’allora presidente d’Aula provinciale il leghista Gianluca Quadrini piazzando un suo nome.
Pasquale Ciacciarelli ieri sera ha difeso l’operato di Fabio De Angelis alla presidenza della società, definendolo «non catastrofico». È un giudizio in netto contrasto con la linea che il capo delegazione di Fratelli d’Italia in Giunta Regionale Giancarlo Righini e il suo campo stanno portando avanti, quella del cambio di governance in nome del risultato delle elezioni provinciali.
E qui il nome di Righini non è stato pronunciato ma è venuto fuori apertamente: «La linea non può essere dettata da chi arriva in provincia e pensa di dettare la linea per tutto il centrodestra».
È la definizione più precisa che si sia sentita fino ad oggi dello scontro che si sta consumando sotto traccia nella politica ciociara. Da un lato Ciacciarelli — che nella Ciociaria ci vive, che ha costruito il suo radicamento nel territorio, che all’area di Ferentino e Anagni deve il suo insediamento. E che vede la discesa di Righini come un’invasione di campo.
Dall’altro Righini — l’assessore regionale che ha capacità di relazione, visibilità e una rete di sindaci sempre più larga — che non ha nessuna intenzione di fermarsi alle porte di Frosinone solo perché c’è chi nel suo Partito e nel Centrodestra si sente a disagio.
La contraddizione che non si risolve
La Lega provinciale di Frosinone — attraverso Luca Zaccari, Andrea Amata, Samuel Battaglini— usa l’argomento della «coerenza del centrodestra» per giustificare il rifiuto delle deleghe provinciali. Ma lo stesso Zaccari governa con il PD a Ferentino e solo pochi anni fa è stato il Presidente del Consiglio Provinciale di Frosinone nominato (non votato) dal Presidente della Provincia Antonio Pompeo del Partito Democratico.
Il principio, cioè, viene applicato selettivamente: vale quando fa comodo, non vale quando si tratta della propria posizione personale. È la logica del pretesto: quella che Ciacciarelli ha chiamato con questo nome in modo esplicito.
Il problema è che i pretesti, in politica, funzionano lo stesso. Non importa se l’argomento è contraddittorio: importa se produce il risultato cercato. E il risultato cercato — mani libere per le elezioni provinciali, nessun legame con Di Stefano, posizione di attesa per il grande gioco delle candidature — è perfettamente leggibile anche senza l’argomento della coerenza.
Quello che viene dopo
La riunione è finita senza comunicato. Ma la direzione provinciale della Lega di Frosinone ha mostrato che dentro il Partito esistono due anime che guardano in direzioni diverse. Una è quella di Ciacciarelli: radicamento territoriale, governo insieme, difesa delle posizioni acquisite, resistenza all’arrivo di chi viene da fuori a ridisegnare gli equilibri. L’altra è quella di Ottaviani ed Abbruzzese, allineata con Righini: identità politica netta, no al consociativismo, mani libere per il futuro; accordi si ma solo nel centrodestra.
Ciacciarelli lo ha detto in modo diretto, con quelle domande senza risposta che rimbalzano ancora nella sala della Direzione: si può predicare coerenza e praticare il contrario? Si può chiedere disciplina agli altri mentre si governa con il nemico?
La risposta, quella vera, arriverà quando si deciderà chi guiderà la Provincia di Frosinone. Prima di allora, tutto è tattica.
Le deleghe rifiutate e la difficoltà di essere coerenti
C’è un dettaglio che rischia di sfuggire nel dibattito politico che sta attraversando la Provincia di Frosinone. Un dettaglio che vale molto più dell’elenco delle deleghe assegnate dal presidente Luca Di Stefano, o dei nomi dei consiglieri che hanno deciso di accettarle. La notizia non è chi ha detto sì. La vera notizia è chi ha detto no. Perché in politica accettare una delega può essere anche un fatto amministrativo. Rifiutarla, invece, è sempre un fatto politico. E il «dettaglio», grande come un elefante in salotto, è che si sta creando un precedente. Con tutte le conseguenze del caso.
Anche il più distratto degli osservatori ha capito che in queste settimane, attorno a Palazzo Iacobucci, si sta consumando una partita che guarda molto poco alla gestione quotidiana dell’ente e tanto alle elezioni provinciali del prossimo anno e alla futura governance degli enti intermedi. Su tutti, quella della SAF.
Ad oggi solo quattro consiglieri provinciali hanno accettato di entrare a far parte della squadra di governo del presidente Di Stefano:
- Alessandro Cardinali (Fratelli d’Italia — area Ruspandini), con la Vicepresidenza e la delega al Bilancio;
- Andrea Velardo (Fratelli d’Italia — area Ruspandini), con l’Edilizia Scolastica;
- Luigi Vittori (Partito Democratico — AreaDem di Francesco De Angelis), con la Viabilità;
- Luigi Vacana (Provincia in Comune), ormai abbonato perpetuo alla delega alla Cultura.
Il dato vero è chi non c’è
Ma il dato politico vero è chi ha deciso di non accettare. Perché entrare nella «gestione Di Stefano» dell’ente — nella formula trasversale utilizzata fino ad oggi da tutti i presidenti dopo la riforma Delrio, una trasversalità che fa invidia all’equilibrio di un ginnasta olimpico — rischia di creare profonde lacerazioni nei maggiori Partiti del territorio.
Forza Italia ha ufficializzato unitariamente la scelta di non accettare deleghe e ruoli subordinati, motivandola con la volontà di preservare la propria identità politica. Ci sta. Dentro Fratelli d’Italia, invece, la discussione è stata tutt’altro che lineare, come dimostra il lungo confronto interno — tra l’area dell’onorevole Ruspandini e quella dell’assessore Righini — che ha preceduto il via libera alla vicepresidenza assegnata a Cardinali. Anche la Lega, nelle ultime ore, ha gentilmente declinato l’offerta delle deleghe, alimentando ulteriormente la distanza dal progetto trasversale di Di Stefano. Una decisione che rischia però di non essere a costo zero nel partito di Salvini: il responsabile regionale dell’organizzazione Mario Abbruzzese e l’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli hanno idee diverse sull’argomento.
Per non parlare del Partito Democratico, dove le divergenze — non solo sulle deleghe alla Provincia, ma praticamente su tutto l’universo mondo — sono riesplose fragorosamente in queste ore. Fine guerra mai. (Leggi qui: Il Pd si spacca prima della battaglia: salta il tavolo, ora la crisi arriva a Roma. E qui: Il Pd perde tre consigliere: Di Pucchio lascia e apre una nuova frattura)
Il «teorema Righini»: se hai i numeri governi
Dietro queste scelte c’è un ragionamento molto preciso, almeno nei Partiti del centrodestra. Alle elezioni provinciali dell’8 marzo il centrodestra ha ottenuto una vittoria netta, conquistando la maggioranza del Consiglio provinciale con 8 consiglieri su 12 contro i 4 espressi dall’area di centrosinistra e civica. Da qui nasce il principio che sta prendendo forma: se il centrodestra ha vinto come ha vinto, è logico tenersi mani e piedi liberi oggi, affinché nel 2027 gli stessi partiti di centrodestra esprimano un candidato presidente chiaramente riconoscibile e politicamente identitario. Tradotto: non più un presidente «di tutti e per tutti», ma un presidente «dei nostri».
È il ragionamento che negli ultimi mesi ha trovato il suo principale interprete nell’assessore regionale Giancarlo Righini. È di solare evidenza che Righini non sta semplicemente consolidando il proprio peso elettorale nella provincia di Frosinone. Sta costruendo un metodo. Una linea politica. Una visione della governance degli enti.
Il principio è piuttosto semplice: se hai i numeri, governi. Se governi, devi essere riconoscibile. Se sei riconoscibile, rafforzi il partito. E allo stesso tempo la coalizione. Non fa una piega. Come scriveva Max Weber: «La politica significa una lenta e tenace perforazione di tavole dure». Righini in Ciociaria sembra aver scelto il trapano Bosch di ultima generazione. Potere percepito è potere acquisito.
La contraddizione
Eppure è proprio qui che emerge la contraddizione che adesso i Patiti dovranno essere altrettanto abili a neutralizzare tra qualche mese. Perché se il principio è giusto in Provincia, dovrà esserlo ovunque. Palazzo Iacobucci diventa il punto di non ritorno della trasversalità. Se le governance trasversali sono un’anomalia in Provincia, allora lo sono anche in molti Comuni della Ciociaria. Ad Isola del Liri come a Ferentino, a Sora come a Veroli ed a Pontecorvo. Anche a Frosinone. Anche dove amministrazioni civiche convivono quotidianamente con esponenti provenienti da culture politiche diverse. Anche dove i Partiti chiudono un occhio (qualche volta tutti e due) pur di vincere le elezioni o continuare a governare.
È una questione di coerenza che non può avere la stessa consistenza dell’argilla polimerica (banalmente il Pongo) che si modella a seconda della convenienza del momento. Volendo fare una forzatura declinatoria della massima di Giovanni Giolitti: «La coerenza si applica in Provincia, ma si interpreta nei Comuni». La differenza la fa il contesto.
Alle comunali 2027 la purezza farà tabula rasa
Il rischio, piuttosto concreto, è che quando l’anno prossimo si tornerà a votare per le elezioni comunali (compreso il capoluogo) la necessità di vincere (o di non far vincere l’avversario interno al proprio stesso schieramento) farà tabula rasa di tutti i bei discorsi sulla «purezza identitaria».
Il «teorema Righini» rischia di essere archiviato da qualcuno sul desktop della sopravvivenza politica, e la trasversalità potrebbe tornare a essere presentata agli elettori come «alto senso di responsabilità per il bene della città». Della serie: Primum vivere, deinde philosophari. Come scriveva Leo Longanesi, con quel cinismo tipicamente italiano che si adatta perfettamente alla politica locale: «Non è la coerenza che ci manca, è che abbiamo troppe idee di ricambio».
Per questo la partita delle deleghe provinciali conta molto più delle deleghe stesse. Non riguarda la manutenzione delle strade, l’edilizia scolastica o il bilancio. Riguarda un principio, un modello politico che i partiti stanno cercando di imporre in vista della successione a Luca Di Stefano: una specie di laboratorio che anticipa il voto del prossimo anno, non solo alla Provincia ma anche negli enti intermedi. Con un sospetto che è quasi una certezza. Oggi la parola d’ordine è identità. Domani, se servirà, potrebbe tornare di moda la trasversalità. A seconda della convenienza. È la politica, bellezza.
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