La legge di bilancio da 23,5 miliardi di euro non è ancora stata definita, ma all’interno del governo è già scoppiato uno scontro su chi dovrà contribuire a finanziarla. Antonio Tajani vorrebbe coinvolgere anche Cassa depositi e prestiti, alleggerendo il peso del contributo richiesto alle banche e alle assicurazioni. Una proposta che ha provocato irritazione a Palazzo Chigi, dove l’uscita del vicepremier viene considerata una fuga in avanti rispetto a una soluzione che non è stata ancora approvata e che, secondo gli ambienti della presidenza del Consiglio, al momento non sarebbe neppure allo studio.
Il problema è tutt’altro che secondario. Il governo punta a ottenere circa cinque miliardi di euro dal settore finanziario per contribuire alle coperture della manovra. Gli istituti di credito contestano la richiesta, Forza Italia cerca di limitarne l’impatto e Giorgia Meloni deve trovare un equilibrio tra le esigenze di bilancio e le differenti posizioni della maggioranza.
Tajani propone di coinvolgere Cassa depositi e prestiti
L’ipotesi di chiedere un contributo a Cassa depositi e prestiti era stata affrontata durante una riunione a Palazzo Chigi, alla presenza della presidente del Consiglio, dei leader della coalizione e del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
Secondo la ricostruzione emersa, si sarebbe trattato soltanto di un accenno, senza decisioni operative. Tajani, invece, ha portato pubblicamente la proposta nel dibattito sulla manovra, presentando Cdp come uno dei possibili soggetti chiamati a partecipare allo sforzo finanziario.
Una mossa che consente al segretario di Forza Italia di sostenere che il costo dell’intervento non debba ricadere esclusivamente sugli istituti bancari. Ma è proprio questa accelerazione ad aver provocato la reazione di Palazzo Chigi, dove la possibilità di utilizzare risorse della Cassa viene descritta come un’ipotesi remota, ancora priva di una valutazione definitiva.
Il governo attende inoltre di conoscere gli effettivi margini di flessibilità disponibili dopo il confronto con le istituzioni europee. Soltanto allora sarà possibile stabilire quali strumenti utilizzare per completare le coperture della legge di bilancio.
Perché la proposta di Tajani crea problemi al governo?
Il punto più controverso riguarda la natura stessa di Cassa depositi e prestiti. Cdp non è una banca privata, ma una società per azioni controllata dal ministero dell’Economia, che ne possiede circa l’82,7% del capitale. Il restante 17,2% è detenuto dalle fondazioni bancarie.
Coinvolgerla nel finanziamento della manovra significherebbe quindi chiedere un contributo a una società già controllata dallo Stato. Una soluzione profondamente diversa da quella che prevede un intervento a carico delle banche commerciali e delle assicurazioni.
Inoltre, un’eventuale operazione sui dividendi avrebbe conseguenze anche per le fondazioni bancarie, che partecipano al capitale della Cassa e beneficiano della distribuzione degli utili.
La proposta solleva dunque una questione di fondo: trovare risorse aggiuntive senza limitarsi a spostarle tra soggetti che appartengono, direttamente o indirettamente, alla sfera pubblica. È anche per questo che Meloni non avrebbe intenzione di trasformare l’ipotesi avanzata da Tajani in una decisione politica.
Banche contro il governo
A complicare ulteriormente la trattativa è intervenuto Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che ha contestato la prospettiva di un nuovo contributo straordinario da parte degli istituti di credito.
Il banchiere ha ricordato che nel 2025 era stato raggiunto un accordo triennale con il governo, dopo un confronto diretto con Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti. Un’intesa che, secondo Messina, avrebbe dovuto garantire stabilità e prevedibilità agli impegni del settore bancario.
«Avevamo un accordo triennale con il governo, io ci ho creduto», ha dichiarato, spiegando che inizialmente le banche avevano proposto un accordo annuale, mentre era stato l’esecutivo a chiedere un impegno su tre anni.
Messina ha inoltre contestato la rappresentazione degli utili bancari nel dibattito politico: «Si parla molto dei 50 miliardi di utili degli istituti di credito, ma non si dice che lo Stato incasserà 25 miliardi di imposte».
La posizione del numero uno di Intesa Sanpaolo rafforza le difficoltà della maggioranza, già divisa tra la linea della Lega, favorevole a un contributo significativo delle banche, e quella di Forza Italia, contraria a interventi considerati punitivi nei confronti del settore.
Due ipotesi per ottenere risorse da Cassa depositi e prestiti
Nonostante il ridimensionamento arrivato da Palazzo Chigi, negli ambienti governativi sono circolate due possibili soluzioni tecniche per coinvolgere Cassa depositi e prestiti.
La prima riguarda un anticipo fiscale sulle imposte relative ai dividendi della Cassa, attraverso un meccanismo simile a quello previsto per Eni dal decreto accise di fine agosto. Per rendere operativa questa soluzione sarebbe necessario un intervento normativo specifico.
La seconda ipotesi, invece, prevedeva un passaggio attraverso gli eventuali dividendi straordinari di Eni. Cdp avrebbe incassato le somme per poi distribuirle ai propri azionisti, compreso il ministero dell’Economia.
Questa strada sarebbe però già stata esclusa negli ambienti di governo, dove viene considerata una forzatura e una soluzione non percorribile. Rimane quindi soltanto la possibilità teorica di un intervento fiscale sui dividendi, senza che sia stata assunta alcuna decisione sulla sua applicazione.
Legge di bilancio da 23,5 miliardi, Meloni deve trovare le coperture
Il confronto su Cassa depositi e prestiti mette in evidenza una difficoltà più ampia: la manovra da 23,5 miliardi è ancora lontana da una definizione completa delle misure e delle relative coperture.
Il governo deve conciliare gli impegni di finanza pubblica con le richieste dei partiti della maggioranza, mentre il negoziato con Bruxelles sulla flessibilità di bilancio potrebbe modificare le risorse effettivamente disponibili.
Sul tavolo restano il contributo da cinque miliardi richiesto al settore finanziario, gli interventi fiscali e le misure di sostegno a famiglie e imprese. Ogni scelta richiede però una copertura e rischia di aprire nuovi contrasti tra gli alleati.
La proposta di Tajani ha reso evidente soprattutto una contraddizione politica: per ridurre il peso dell’intervento sulle banche private, Forza Italia suggerisce di coinvolgere una società controllata in larga maggioranza dallo stesso ministero dell’Economia.
Palazzo Chigi ha scelto di frenare, evitando che una possibilità discussa soltanto in termini preliminari diventasse un impegno del governo. Il problema delle risorse, tuttavia, rimane irrisolto.
La maggioranza deve ancora decidere come ripartire i cinque miliardi richiesti al settore finanziario. E lo scontro tra Tajani, le banche e Palazzo Chigi dimostra quanto sia difficile trovare un accordo prima ancora di scrivere le misure definitive della manovra.
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