19 agosto 2026 – ore 17:30 – “Quanto accaduto presso il Carcere di Pordenone, dove un giovane detenuto di 19 anni è morto intossicato dalle esalazioni di monossido di carbonio provocate dall’incendio del materasso che, dicono gli organi d’informazione, aveva dato alle fiamme nella sua cella, amareggia non poco e offre il profilo di un sistema penitenziario che ha bisogno di una completa rivisitazione nelle sue strutture architettoniche, nella formazione del personale ad affrontare situazioni di emergenza improvvisa e nella stessa organizzazione dei servizi che deve assicurare”. Inizia così una nota del Garante regionale dei diritti della persona, Enrico Sbriglia, che sottolinea di “aver più volte indicato come fuori norma le strutture penitenziarie attuali, perché mancanti di sistemi antincendio costantemente manutentati e collaudati. Gli spegnimenti di fiamme – spiega – dovrebbero conoscere sistemi automatici che consentano di neutralizzare ogni pericolo; gli aspiratori dovrebbero consentire che non si formino in tutti gli ambienti nuvole di fumi tossici; in ogni turno di lavoro, di massimo sei ore, andrebbe riportata nell’ordine di servizio giornaliero la squadra di addetti antincendio, perfettamente addestrata al tempestivo impiego di maschere-antigas, lance antincendio, estintori e il personale, soprattutto quello di polizia penitenziaria, dovrebbe essere in numero tale da consentire rapide evacuazioni in sicurezza“.
“Quanto è accaduto costituisce la possibile patologica conseguenza di antiche e reiterate carenze organizzative verso le quali nulla può fare un direttore, un comandante, un responsabile della sorveglianza”, osserva il Garante, che si chiede “quanto tempo ci vorrà ancora e quanti altri morti per arrivare a comprendere come i tanto reclamati materassi ignifughi in uso nelle carceri, tra l’altro soggetti a periodiche scadenze, proprio per le speciali mescole di cui sono costituiti, se non immediatamente neutralizzati dalla combustione, producono non fiamme ma fumi e vapori di altissima tossicità, tanto che andrebbe assicurata sempre la presenza dei presidi tecnologici e di sorveglianza umana per evitare il peggio”.
“Quando accadono fatti di questa natura – aggiunge Sbriglia – andrebbe chiesto se, negli ultimi decenni, si sia davvero investito in sicurezza per le carceri, al di là di ogni pomposo e fuorviante annuncio. Non a caso, il 25 maggio scorso, l’Organo di garanzia aveva organizzato, grazie all’impegno della Regione, un importante convegno, intitolato ‘Cambiare si può’, sull’architettura penitenziaria, dove gli aspetti di criticità sono stati più volte affrontati seppure sul piano costruttivo. Se le carceri, finora, non sono bruciate – evidenza il garante – ciò è probabilmente dovuto alla pur risicata presenza umana di operatori penitenziari che, talvolta aiutati anche dagli stessi detenuti, consentendo di dare per tempo l’allarme. Un porsi conflittuale dei ristretti, si immagini in caso di rivolta o di barricamento, o la penuria di personale di sorveglianza, soprattutto d’estate per consentire ferie e riposi settimanali, già falcidiati per ragioni di servizio e non concessi con la stessa facilità di categorie professionali, possono offrire una ulteriore chiave di lettura ad accadimenti tragici come quelli in premessa”.
“La morte di una persona in carcere, che sia detenuta o meno, ma soprattutto quando si tratta di un giovane, diversamente da quanto le iene da tastiera semmai andranno a raccontare – dichiara Sbriglia – getta nello sgomento tutta la comunità penitenziaria, lasciando strascichi nell’animo degli operatori e delle stesse persone detenute che richiederanno tempo per essere assorbiti, se mai lo saranno per davvero, perché talvolta ritornano come pensieri cupi che avvelenano la coscienza. Pertanto, al di là della ricerca di eventuali responsabilità, dove il paradosso maggiore sarà, come spesso accade, di scagliarsi contro gli anelli più deboli di un’organizzazione elefantiaca che da decenni si mostra al centro di tante problematicità irrisolte, nulla per davvero cambierà se non muterà l’attenzione anche civica verso il mondo del carcere e il sistema delle pene“.
Secondo il Garante “la maggiore responsabilità andrebbe ricercata nel rifiuto evidente e persistente, che ha riguardato tutti i governi succedutisi almeno negli ultimi vent’anni, di aprire una stagione di verità sullo stato reale delle carceri, di come si sia operato per esautorare del reale potere organizzativo gli stessi direttori penitenziari, sempre di più diretti da un centro romano che però non sente fisicamente l’oppressione di un sovraffollamento insopportabile negli istituti. Oggi, un sistema carcerario che accoglie, malamente, tutte le persone detenute che gli vengono scagliate al suo interno da un diritto penale bulimico, non riesce più a distinguerle nelle loro singole problematicità e fatica a rispondere ai quei principi costituzionali di pene eseguite nel rispetto della dignità umana“.
“Anche per questo – prosegue Sbriglia – si auspica che, attraverso l’esercizio di una supplenza necessitata, pure la Regione Friuli Venezia Giulia, per quanto abbia competenze collaterali solo in taluni ambiti (formazione professionale rivolta ai detenuti, lavoro, sanità), si proponga per la realizzazione di nuove strutture penitenziarie che abbiano tutte le caratteristiche della modernità, della sicurezza e della dignitosa accoglienza di persone detenute e di operatori penitenziari. Occorre per davvero che ci siano forti e reali investimenti in personale specializzato, capace non di esibire farlocchi muscoli, ma in grado di cogliere inquietudini, paure e fragilità in una popolazione detenuta ben diversa da quella di un tempo, dove la possibilità d’incrociare il vicino di casa o l’amico di scuola del proprio figlio, o quanti vengono descritti persone perbene, insieme agli sbandati e ai diseredati che affollano le nostre città, sono ben maggiori di quello che si immagini. Insomma, occorre togliersi le bende dell’indifferenza, poste davanti gli occhi, e saper tornare a guardare e guardarsi intorno”.
“Dai dati ministeriali diffusi lunedì scorso, su 37 posti disponibili nell’antico castello-carcere di Pordenone, erano presenti ben 54 detenuti, anche questo significa qualcosa”, commenta Sbriglia, che conclude: “La mia inutile solidarietà verso il direttore e tutti gli operatori penitenziari, il mio cordoglio verso la famiglia del giovane ristretto deceduto; seppure fossero state accertate e definite delle responsabilità, nel prosieguo del procedimento penale a suo carico, altro doveva essere l’epilogo della sua storia in uno Stato di diritto“.
[c.s.] [b.b.]
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Redazione Trieste All News
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