Ogni volta che vedo la foto di Franco Muto o sento parlare del re del pesce non posso fare a meno di pensare a Giannino Losardo. E questo pensiero torna fortissimo ormai molto spesso. Soprattutto quando a Cetraro si spara o si incendiano i mezzi della raccolta rifiuti. Ma anche quando in una delle discoteche da sempre comandate dal clan come “Il Castello” di Sangineto qualcuno si azzuffa e qualche volta ci scappa il morto. Perché lo sanno tutti che quelle discoteche o quei locali notturni nel corso degli anni hanno rappresentato il crocevia del patto di potere tra la mafia e lo stato deviato e quindi tra i criminali e i magistrati. E’ storia, lo sappiamo tutti e non sarà certo qualche solone a cancellare la storia perché la storia non si può cancellare.
Una grande città, come quella ideale rappresentata da Cosenza e provincia, non può non conoscere la sua storia, anche se non è stata scritta sui libri dell’antimafia a chiacchiera che abbiamo. Piazzisti più che giornalisti… E’ dall’omicidio di Giannino Losardo che è diventato palese a tutti il patto tra lo stato deviato e Franco Muto.
Francesco Muto di Cetraro (Cs) detto il “re del pesce”, monopolizza da oltre 40 anni le risorse economiche del territorio, curando fino al dettaglio la commercializzazione dei prodotti ittici, in un’area a forte impatto turistico, dei servizi di lavanderia industriale, delle strutture alberghiere e della vigilanza in favore dei locali d’intrattenimento della fascia tirrenica cosentina e del basso Cilento. Lo scrive la DDA di Catanzaro nelle motivazioni alla base dell’operazione Frontiera che ha determinato 58 arresti a luglio 2016 tra i quali anche quello del boss, clamorosamente assolto nel 2019, scarcerato e tornato a casa nel 2021 ma poi condannato a 20 anni dalla Corte d’Appello di Catanzaro e rimandato in carcere in Sardegna prima della scarcerazione dell’11 febbraio 2023 (Franco Muto scarcerato), della nuova carcerazione a ottobre 2024 e della nuova… scarcerazione di marzo 2025…. Considerato che ha 85 anni e che è stato scarcerato dopo aver prodotto una voluminosa documentazione medica, è evidente che al boss non resta ormai molto da vivere. Ma è altrettanto evidente che adesso è perfettamente inutile accanirsi contro di lui. Ci si doveva svegliare prima, molto prima…
Dunque, per oltre 40 anni Franco Muto, più o meno indisturbato, ha governato (e ha governato ancora tramite chi è rimasto fuori dal carcere) sul suo territorio tutte le attività illecite. Anche dopo il suo arresto. Tutto comincia dagli anni Ottanta, anzi proprio dal 1980 ovvero dall’omicidio di Giannino Losardo, del quale quest’anno ricorre il 46° anniversario senza che la “giustizia” abbia individuato né il killer né i mandanti. Losardo era vicesindaco di Cetraro del PCI ma soprattutto segretario capo alla procura di Paola, la procura che è sempre stata in mano a Franco Muto. Vi riproponiamo un documento dell’epoca.
E’ il 3 luglio 1980: Giannino Losardo è stato ucciso da una decina di giorni. L’Unità, organo del Pci (il partito di Losardo), avvia un serio lavoro di inchiesta. Losardo era comunista, è stato vicesindaco e assessore all’Urbanistica di Cetraro e ha lasciato una traccia.
Il giornale comunista manda a Cetraro Gianfranco Manfredi, all’epoca giovane cronista in rampa di lancio, oggi finito anche lui nel tritacarne degli incarichi professionali chiacchierati. Ma quei suoi articoli erano veramente ben forti e calibrati.
CETRARO – Nel primo pomeriggio, sotto un sole accecante, il porto è quasi deserto. Solo una sessantina di imbarcazioni. Cetraro è l’unico approdo sul Tirreno in un tratto di costa lungo oltre 200 chilometri, tra i porti di Maratea in Basilicata e quello di Vibo, più a sud….
Attorno al porto è tutto un brulicare di costruzioni abusive. Decine e decine di case e palazzine a diversi piani con l’intonaco cotto dal sole e dalla salsedine, l’una attaccata all’altra, con balconi e ballatoi che si affacciano disordinatamente sull’unica strada di accesso al porto.
Tra tutti, spiccano due edifici: l’albergo-night-ristorante “La Perla”, biancheggiante, come impone il cosiddetto stile mediterraneo e una grossa pescheria grigia con annesso un capannone deposito.
“La Perla” è chiusa da qualche giorno. Alle porte e alle finestre sono visibili i sigilli posti per ordine del pretore di Cetraro. Il decreto parla di violazione della distanza dell’edificio dalla battigia e di occupazione di suolo demaniale.
I giornali locali danno molto rilievo all’episodio: notano che “La Perla” è considerato il ritrovo della malavita della zona e di quella cosentina; dicono che ci sarebbe anche “puzza” di contrabbando di sigarette e di droga e ricordano che il proprietario del locale è il fratello di un alto magistrato della procura di Cosenza (i giornalisti all’epoca non lo scrivevano ma tutti sapevano che il magistrato in questione era Oreste Nicastro, prima sostituto e poi addirittura procuratore della Repubblica nella città dei Bruzi, ndr).

Qualche cronista azzarda anche l’ipotesi di un collegamento tra la chiusura del locale e il feroce agguato mafioso che appena una settimana fa è costato la vita del compagno Giannino Losardo, assessore al Comune di Cetraro e segretario capo della procura di Paola. Anche l’altro edificio, la pescheria che dista pochi metri dal molo è stato citato dopo l’assassinio di Losardo. Adesso nel silenzio pomeridiano è l’unico posto che mostra segni di vita… Spaccio, deposito e camion sono tutti di Franco Muto, elemento di spicco della nuova mafia del Tirreno cosentino e boss di Cetraro. La pescheria e il capannone sono stati costruiti abusivamente. In base a denunce dei carabinieri di Cetraro, della guardia di finanza e dei vigili urbani, Giannino Losardo, assessore ai Lavori pubblici, si era impegnato a farli demolire.
Muto si è dato alla latitanza qualche mese fa, poche ore prima che lo raggiungesse un ordine di cattura per l’omicidio di un commerciante di Diamante. Al centro di un grosso giro di affari, il boss viene comunque ritenuto soprattutto il “re del pesce” del porto di Cetraro… Gianfranco Manfredi (da L’Unità del 3 luglio 1980)
La Calabria ha insieme alla Campania il triste primato delle costruzioni abusive su terreni demaniali. È sufficiente muoversi lungo la costa tirrenica cosentina per avere la conferma della veridicità di tale affermazione e per constatare come ormai gli ecomostri hanno deturpato irrimediabilmente interi tratti di spiaggia. Un’enorme distesa di cemento realizzata a partire dagli anni ’50, che ha interessato principalmente i comuni di Scalea, Santa Maria del Cedro, Grisolia, Diamante fino ad arrivare a Cetraro.
Ed è proprio a Cetraro che spicca un edificio che più di ogni altro rappresenta, con la sua storia, lo sfregio che è stato arrecato non solo al paesaggio ma ad un intero territorio. Sfregio al quale però in questo caso lo stato ha risposto non con leggi speciali o condoni ma con il coraggio dei suoi uomini che hanno combattuto l’illegalità e hanno fatto sì’ che questo edificio da luogo dell’antistato diventasse il simbolo della vittoria della legge.
Trattasi dell’albergo night-ristorante “La Perla”, realizzato negli anni ’70 da Sandro Nicastro, fratello del magistrato Oreste, procuratore della Repubblica di Cosenza all’inizio degli anni ’80 – come avete potuto leggere sopra nell’articolo dell’epoca dell’Unità.
Ed è proprio a Giannino Losardo, rigoroso e onesto uomo di stato, ucciso il 21 giugno 1980 in quanto scomodo all’ascesa del clan Muto e ai pezzi deviati dello stato che lo coprivano, che si devono le prime denunce contro i loschi traffici che si svolgevano all’interno dell’Hotel La Perla. Al procedimento penale relativo all’omicidio Losardo, svoltosi davanti alla Corte d’Assise di Bari, Francesco Muto fu imputato quale mandante insieme al procuratore e al sostituto anziano di Paola, Franco Balsano e Luigi Belvedere, sebbene con sentenza del 1986 vennero assolti.
Tra le varie deposizioni rese durante il processo, particolarmente interessante, al fine di comprendere come l’Hotel La Perla fosse al centro di intrecci tra politica, magistratura corrotta e ndrangheta, vi è quella del Pretore di Cetraro Antonella Giannelli, che descrisse così il comportamento tenuto dal procuratore della Repubblica di Paola Balsano in occasione del sequestro dell’albergo. “… Subito dopo il sequestro, inizio del giugno 1980, fui convocata dal Procuratore della Repubblica di Paola dr. Balsano che mi chiese se si poteva in questa fase arrivare a un dissequestro. Quando io dissi che il caso era troppo eclatante e che il dissequestro andava contro la mia politica giudiziaria in materia di abusivismi edilizi, mi disse che sarei stata costretta ad andarmene come il Pretore del film “In nome della legge” se non avessi ascoltato i suoi consigli…”.
Nonostante la presa di posizione del Pretore di Cetraro, dopo qualche tempo l’Hotel La Perla venne dissequestrato e i procedimenti penali contro Sandro Nicastro si conclusero con una sentenza della Corte di Cassazione che annullò senza rinvio, per amnistia e prescrizione dei reati, le precedenti sentenze di condanna. Nel 1985, dopo cinque anni dall’omicidio Losardo, “La Perla” torna al centro dell’attenzione mediatica, in quanto viene instaurato un contenzioso, questa volta di natura civilistica, tra il Nicastro e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, finalizzato ad arginare ogni dubbio relativo alla proprietà dell’albergo.
Anche in questo procedimento si registrano condotte illecite finalizzate ad alterare lo stato delle cose. Particolarmente interessante è la ricostruzione dei fatti contenuta nella sentenza d’appello, dalla quale si apprende che le mappe catastali, “in seguito ad un incendio doloso che aveva distrutto tutti i fogli di mappa originali, depositati presso l’ufficio del catasto di Paola rappresentanti i territori comunali della zona…”, furono addirittura manomesse, mediante abrasione dei confini, al fine di indurre in errore il Giudicante in favore del Nicastro, tramite una falsa rappresentazione della realtà.
E non è finita qui… Ma prima di andare avanti è necessario inserire, a questo punto, anche la storia del nuovo locale che prende il posto a tutti gli effetti del night club “La Perla”. Ed è proprio “Il Castello” di Sangineto, di proprietà dell’imprenditore edile Giuseppe “Peppino” Barbieri, che gestisce anche il popolare Hotel Cinquestelle. Già dalla fine degli anni Ottanta si inizia ad avvertire l’aria che cambia e naturalmente non mancano le testimonianze. Del resto, la fine degli anni Ottanta rappresenta il “clou” dei locali di tendenza che siglano i patti inconfessabili tra la criminalità, la malapolitica e lo stato deviato.
Per approfondire questo aspetto, riprendiamo due stralci del libro del collega Saverio Di Giorno “Sodomìa: vita di un boss e di un operaio nella città del potere”.
PRIMO STRALCIO – «Sul finire degli anni ‘80 e inizio anni ‘90 c’erano due tipi di ‘ndranghetisti. C’erano quelli come Franco Garofalo, tutti strada, mente e violenza. E quelli «mondani»: discoteche, locali, ristoranti. Capelli lunghi e macchine vistose, come Peppino Vitelli (che era il titolare e il deus ex machina della discoteca cosentina Akropolis, dove spesso e volentieri si incrociavano criminalità, malapolitica e stato deviato, ndr)… D’estate poi i luoghi della movida anche criminale si spostavano lungo la costa tirrenica. Non solo il night famigerato “La Perla” (ormai chiacchieratissimo, come abbiamo visto, ndr), ma anche un locale a Sangineto, “Il Castello”. É qui che brindano, secondo quanto mi viene riferito, ufficiali delle forze dell’ordine, avvocati fianco a fianco con ‘ndranghetisti, imprenditori…. Legami e ricatti, nascono in questi luoghi. Qui si possono avvicinare i membri delle istituzioni, ma soprattutto i loro vizi. Le vere cattedrali del Potere calabrese, dove i confessionali sono i privet e le liturgie prevedono alcol, coca biglietti offerti e donne». Cap. Il pentimento, pag 132

“LA PERLA”: LA FINE DELLA STORIA – A questo punto, facciamo un passo in avanti e vediamo com’è finita la vicenda giudiziaria relativa a “La Perla” di Cetraro. Dopo 35 anni di contenzioso, dopo tre gradi di giudizio, dopo vari condizionamenti, manomissioni, alterazioni, dopo indebite pressioni, dopo aver assistito ad ogni possibile atto dilatorio, la Corte di Cassazione con sentenza depositata a ottobre dell’anno del Signore 2020 ha posto la parola fine alla lunga controversia riguardante la titolarità dell’Hotel La Perla, riconoscendone in maniera definitiva la proprietà in capo allo stato.
In esecuzione della predetta sentenza, l’Agenzia del Demanio in nome e per conto del Ministero dell’Economia e delle Finanze giovedì 17 dicembre 2020 alle ore 10, per come è possibile leggere dai cartelli appesi all’esterno della recinzione dell’ex albergo La Perla, ha preso il possesso dell’immobile all’interno del quale molto probabilmente 46 anni fa è stata decisa l’uccisione di Giannino Losardo consentendo così allo stato di affermare la propria vittoria sull’antistato… Ma sappiamo bene che dal dire al fare c’è di mezzo… il mare.
Qualcuno dice che all’interno di quell’albergo possa sorgere la nuova caserma dei carabinieri di Cetraro e che potrebbe essere intitolata a Giannino Losardo: anche in questo caso tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo… il mare. Ma di sicuro si possono fare ancora alcune riflessioni.
Giannino Losardo era un uomo onesto e coraggioso eliminato dal clan in combutta con chi – tra le file dello stato deviato – tremava per essere smascherato. Una storia che è finita insabbiata e con la quale il clan Muto ha consacrato il suo impero criminale. E’ da anni ormai che postiamo articoli che ripercorrono il mito criminale di Cetraro e del clan Muto, gli intrecci con la procura della Repubblica di Cosenza, l’epopea de “La Perla”, il night del porto dove criminali e magistrati siglavano il loro patto d’acciaio. Come potete chiederci di dimenticare?
Luigi Belvedere, il capo effettivo della procura di Paola, è morto recentemente con tutti gli onori del caso. Pace all’anima sua ma come potete chiederci di dimenticare che non faceva il magistrato ma l’imprenditore… in società, di cui faceva parte il figlio e in cui non mancavano nomi noti della politica e delle professioni, che costruivano complessi alberghieri con miliardi di finanziamenti pubblici.
Come potete chiederci di dimenticare la passione di Belvedere per le auto sportive e la sua Lamborghini con parcheggio riservato in piazza quando doveva andare al bar? E gli assegni a vuoto de figlio per oltre due miliardi in una vicenda a cui il magistrato Granero collega il suicidio di un direttore di banca? E come potete chiederci di dimenticare di imprenditori amici come Francesco Ventura che metteva soldi suoi per coprire i debiti del magistrato e del figlio.
E in tutto questo sguazzava un magistrato, Domenico Fiordalisi, che chiedeva un prestito da 20 milioni di lire a un perito balistico esperto di armi (capisciamme) – all’epoca impegnato nel processo sull’omicidio Scopelliti – che era indagato in un’inchiesta di cui lo stesso magistrato Fiordalisi era titolare. Oggi quello stesso magistrato è ritornato a Paola da procuratore! E’ il più classico dei paradossi. Poi dicono che il fenomeno mafioso è fuori controllo ma nessuno osa mettere in discussione la nomina di uno dei magistrati che partecipò a quello scempio in qualche modo a capo della procura. Ma come si fa? Affidiamo a Dracula la sede dell’Avis?
E così dobbiamo sentir dire a magistrati di un certo spessore che il clan Muto ha governato incontrastato negli anni e sottolineare più volte che non è mai cambiato nulla. Ma se non abbiamo memoria non abbiamo futuro e se guardiamo con un solo occhio, alla fine diventiamo strabici. E non possiamo permettercelo. La verità bisogna dirla tutta.
Mi dispiace di aver “rovinato” la conferenza stampa della famosa operazione “Frontiera” – sulla quale ovviamente ritorreremo prestissimo – di luglio 2016 al procuratore aggiunto Vincenzo Luberto (oggi in bassa fortuna ma che all’epoca troneggiava insieme a Gratteri e a Bombardieri), che è cosentino e conosce la storia e non può venirci a raccontare fregnacce. Nessuno gli disconosce il merito di aver lavorato a fondo sul clan Muto. Si devono a lui le sentenze del 2006, che poi non sono state clamorosamente applicate dagli amministratori giudiziari per le aziende confiscate e dalle istituzioni che avrebbero dovuto chiedere i soldi delle costituzioni di parte civile al clan.
E’ stato un passo avanti ma troppo piccolo per poter capire nella sua interezza il fenomeno del clan Muto. Che è tutto quello che sappiamo: il pescato, la droga, le lavanderie, i locali notturni, riciclaggio a livelli assoluti di denaro sporco con banche compiacenti. Ma che è fatto anche di altri livelli ben più importanti di connivenza. Come hanno cercato di dirci arrestando l’imprenditore Barbieri e dicendoci che Muto comanda anche a Cosenza. Come se avessero scoperto l’acqua calda… Salvo poi assolvere sia Barbieri sia Muto affermando con una faccia tosta che non conosce confini che loro con la mafia non c’entrano.
Luberto all’epoca diceva che si fidava solo degli atti processuali (ccuri cazzi diciamo a Cusenza…) ma non può chiudere gli occhi e far finta che non sia mai esistita una serie di poteri forti al servizio della criminalità di Cetraro. Perché quando i magistrati dicono che non è cambiato nulla, hanno ragione. Ma non ci spiegano mai quello che è successo prima. Forse perché dovrebbero arrestare o quantomeno indagare decine di loro colleghi (anche se adesso sono vecchi e cadenti) e dimostrare che molti di loro passati a miglior vita con gli onori di Stato e l’intitolazione di vie (sic!) erano corrotti fino al midollo?
Non bisogna aver paura della verità. Tanto, prima o poi, viene sempre a galla. Anche se c’è Fiordalisi a capo della procura di… Paola, anche se al “Castello” ammazzano la gente e dopo qualche giorno riaprono la discoteca e si smonta ogni inchiesta che possa creare problemi ai manovratori e persino dopo la morte di Franco Muto. Che prima o poi arriverà. Il tempo è galantuomo. Sempre. (g. c.)
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