Vincitore del PhEST International Award 2026, Sergii Melnitchenko (Mykolayiv, 1991) ha presentato Frontline Rolls in questa edizione di PhEST, in corso a Monopoli fino al 1° novembre. Con questo progetto, il fotografo ucraino costruisce un archivio collettivo della guerra attraverso ventuno fotocamere analogiche usa e getta affidate ai militari impegnati al fronte della guerra in Ucraina.

Sergii Melnitchenko, Frontline Rolls, 2025. Foto di Oleksii «Anikei»

La ricerca del fotografo Sergii Melnitchenko

Il progetto abbatte il confine tra civili e soldati, restituendo ai militari una dimensione profondamente umana, prima ancora che eroica. Melnitchenko rinuncia al proprio sguardo di autore per lasciare spazio al loro. Ne emerge una quotidianità fatta di animali, fiori, persone amate, attese e silenzi, attraversata dalla violenza della guerra senza esserne interamente definita. Più che raccontare l’esercito ucraino, Frontline Rolls ne restituisce la voce, offrendo ai suoi protagonisti il tempo e lo spazio per osservare, ricordare e raccontare il mondo dalla loro prospettiva. Abbiamo incontrato Sergii Melnitchenko per parlare di questo progetto.

Intervista a Sergii Melnitchenko

Prima dell’invasione su vasta scala ti dedicavi soprattutto alla fotografia costruita e messa in scena. In che modo la guerra ha trasformato il tuo linguaggio artistico e come è nato il progetto Frontline Rolls?
Credo che ogni progetto nasca in modo organico. In un certo senso prende forma da sé. Noi artisti parliamo attraverso immagini, simboli e metafore. Prima della guerra realizzavo serie costruite, ambientate in mondi immaginari. C’erano persone, ma non una dimensione documentaria. Attraverso queste immagini affrontavo temi come la mascolinità, il nudo e il cosmo. L’invasione ha cambiato completamente il mio linguaggio visivo. Oggi continuo a esprimermi attraverso una fotografia artistica e concettuale, più che documentaria. Frontline Rolls nasce proprio da questo approccio. Il progetto si basa sulle fotografie scattate dai militari, accompagnate da lettere e oggetti personali. Molte immagini non mostrano persone, ma simboli, oggetti e paesaggi. Credo che siano proprio questi elementi, insieme alle lettere e agli oggetti, a raccontare chi ha realizzato le fotografie. In qualche modo ne rivelano il carattere e lo sguardo sul mondo.

Com’è nata l’idea del progetto? E perché hai scelto di lavorare proprio con delle fotocamere analogiche usa e getta?
È stata una scelta artistica consapevole. Fin dall’inizio volevo che tutte le fotografie fossero scattate con fotocamere analogiche usa e getta. Mi sono rivolto a un’azienda fotografica di Kyiv, proponendole di diventare partner tecnico del progetto. Hanno accolto l’idea e anche questo è diventato parte di Frontline Rolls. Ogni fotocamera aveva a disposizione solo ventisette scatti. In pratica, ogni militare riceveva un solo rullino per raccontare la propria storia. È stato molto interessante osservare come ciascuno si confrontasse con questo limite. C’era chi esauriva il rullino in una o due settimane e chi, invece, portava con sé la macchina fotografica per tre o quattro mesi, scegliendo con attenzione ogni scatto. Alla fine, all’interno di uno stesso progetto convivono ventuno approcci completamente diversi. Le fotografie sono state realizzate tra febbraio e la fine di ottobre del 2025.

In questo progetto nessuna delle fotografie è stata scattata da te. Perché era così importante rinunciare al ruolo di autore?
Io ho fotografato soltanto i rullini sviluppati, le lettere e gli oggetti personali una volta rientrati in studio. Ma anche in quel caso non mi interessava la perfezione tecnica. Volevo semplicemente documentare gli oggetti, i loro dettagli, le scritte. Era una sorta di inventario. La maggior parte dei partecipanti non aveva alcun rapporto con la fotografia. C’erano alcuni miei colleghi e studenti entrati nelle Forze di difesa ucraine, ma per il resto erano persone che non avevano mai praticato la fotografia. Ed è stato proprio questo l’aspetto più interessante. Non guardavano il mondo come fotografi. Ognuno seguiva il proprio istinto e il proprio modo di osservare. Per questo ogni serie è diversa dalle altre. Alcuni mi hanno poi ringraziato per questa esperienza. Mi hanno raccontato che li aveva aiutati a osservare lo spazio con maggiore attenzione e a condividere quel momento con i propri compagni. In un certo senso è stata una forma di arteterapia: durante il servizio trovavare il tempo per fermarsi davvero a guardare.

Che cosa succede al progetto dopo lo sviluppo dei rullini?
Per me era importante che il progetto non si concludesse una volta sviluppate le fotografie. Faccio volontariato dal 2022. In questi anni, attraverso la vendita delle mie opere, aste di beneficenza e altre iniziative, siamo riusciti a raccogliere oltre cinque milioni di grivne a sostegno delle Forze di difesa ucraine. Oggi anche Frontline Rolls fa parte di questo impegno. Se uno dei militari coinvolti nel progetto ha bisogno di aiuto, possiamo utilizzare fotografie, libri e oggetti per raccogliere fondi. Ma la cosa più importante è il rapporto con loro. Con molti sono rimasto in contatto fin dal 2022, e questo progetto ha reso il nostro legame ancora più stretto. Il momento più bello arriva durante le mostre, quando qualcuno riesce a ottenere un permesso e vede per la prima volta le proprie fotografie appese alle pareti. Credo che sia questo il senso più profondo del progetto.

Pensi a Frontline Rolls come a un futuro archivio della guerra?
A dire il vero, all’inizio non ci avevo pensato. Ma lavorando al progetto ho capito che questa pratica potrebbe crescere. Non distribuire ventuno fotocamere, ma duecento, cinquecento, mille. Creare un archivio della guerra attraverso le fotografie scattate dagli stessi militari. Sarebbe un progetto di tutt’altra portata, che richiederebbe il sostegno di un museo o di un’istituzione. Ma credo che sia una direzione importante per il futuro di Frontline Rolls. A quel punto non si tratterebbe più soltanto di fotografia, ma di una parte della storia del nostro Paese. Credo che non sia soltanto importante, ma necessario. Ogni guerra è un iperoggetto: un evento storico che si estende nel tempo e che, prima o poi, qualcuno dovrà studiare.

Il progetto è già stato presentato in diversi paesi. Come viene accolto dal pubblico internazionale?
La prima presentazione si è tenuta a New York, alla fine dello scorso anno. Successivamente il progetto è stato esposto nell’ambito della mia mostra personale a Copenaghen. Poi è stato presentato in Georgia e ora è in mostra ad Atene. Sono già in preparazione nuove esposizioni in Svezia e in Svizzera. Naturalmente continua anche il suo percorso in Ucraina. Dopo le mostre mi capita spesso di parlare con visitatori stranieri. Mi dicono: “Grazie per questo progetto. Seguiamo le notizie, vediamo i reportage di guerra, ma non avevamo mai visto uno sguardo così sincero sulla vita durante la guerra”.

Qual è la cosa più importante che vorresti le persone cogliessero in queste fotografie?
Credo che offrano uno sguardo sincero sulla guerra attraverso gli occhi di chi la sta vivendo e che ci ricordino una cosa fondamentale: nessuno nasce per la guerra. Siamo tutti esseri umani. La differenza è che oggi loro stanno pagando un prezzo altissimo per difendere il nostro futuro e la nostra indipendenza. Quando si guardano le fotografie di fiori, gatti, o persone a loro care ci si rende conto di quanto sentano la mancanza di una vita civile, normale. Ed è altrettanto importante non romanticizzare i militari. Spesso tendiamo a trasformarli in eroi, come se fossero fatti per combattere. Ma non è così. In queste fotografie, in realtà, c’è molta poesia e molta umanità.

Valeria Radkevych

Monopoli // fino al 1° novembre 2026
PhEST. Festival Internazionale di Fotografia e Arte
SEDI ESPOSITIVE VARIE
Scopri di più

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati


#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
 Valeria Radkevych

Source link

Di