116117: IL TELEFONO C’È. LA SANITÀ, COME AL SOLITO, NO

LA SOLITA STORIA: PRIMA LA PROPAGANDA, POI FORSE IL SERVIZIO

Come sempre, ad ASPAzienda Zero e Regione Calabria, nonché ai capizzùni della sanità calabrese, Roberto Occhiuto, Vitaliano De Salazar, Gandolfo Miserendino, Fabrizio Russo e Domenico Minniti, viene prima la propaganda e dopo, forse, il servizio. È ormai una specie di marchio di fabbrica. Prima si annuncia, si inaugura, si fotografa, si comunica, si celebra la grande svolta. Poi, quando i riflettori si spengono e restano i cittadini con i loro problemi, si scopre che dietro la facciata spesso c’è il solito deserto organizzativo.

Adesso tocca al 116117. Il nuovo numero per le cure non urgenti è partito in Calabria da poco più di una settimana e, bisogna riconoscerlo, almeno una cosa funziona: il telefono c’è. E, almeno per ora, qualcuno risponde. Sembra una battuta. In Calabria, invece, rischia di essere considerato un risultato storico.

IL NUMERO C’È. MA IL RESTO?

Il 116117 nasce con una funzione precisa: intercettare le richieste sanitarie non urgenti, orientare il cittadino e contribuire a evitare che ogni problema finisca direttamente sulle spalle del 118. Idea sacrosanta. Peccato che, come spesso accade dalle nostre parti, tra l’idea e la sua realizzazione ci sia di mezzo l’eterna palude calabrese. Il telefono squilla poco. E non è difficile capire perché. Il servizio è nuovo, certo. Ma è stato anche poco pubblicizzato, poco fatto conoscere ai cittadini e, soprattutto, sembra essere stato immediatamente sottoposto alla consueta operazione di “calabresizzazione”. Che, tradotto dal politichese, significa una cosa semplicissima: prendiamo una buona idea, togliamole personale, mezzi, medici, organizzazione e risorse e poi presentiamola come una grande rivoluzione. Geniale.

MANCANO I MEDICI, MANCANO I MEZZI, MANCANO I FARMACI

Perché il problema, cari signori della sanità calabrese, non è inventare un numero. Il problema è cosa succede dopo che il cittadino lo compone. E qui cominciano i guai. Mancano operatori. Mancano medici. Mancano mezzi. Mancano, secondo quanto viene segnalato sul campo, persino condizioni organizzative elementari per garantire pienamente il servizio. E arriviamo al paradosso che racconta meglio di mille comunicati stampa la situazione: i medici di guardia che, per spostarsi, utilizzano le proprie automobili. Le proprie. Non un mezzo dell’organizzazione Sanitaria. Non una macchina di servizio. La propria automobile. E quando mancano anche i farmaci, allora abbiamo completato il capolavoro. Questo non è potenziamento dell’assistenza territoriale. Questa è sopravvivenza amministrativa. È il paziente che si adatta al sistema, il medico che si arrangia, l’operatore che tira avanti e l’istituzione che, nel frattempo, comunica la grande innovazione.

E ALLA FINE PAGA SEMPRE IL 118

Il risultato è talmente prevedibile da non avere nemmeno bisogno della sfera di cristallo. Grava ancora tutto sul 118. Tutto. Perché se il territorio non riesce a gestire ciò che dovrebbe gestire, il problema inevitabilmente scivola sull’emergenza-urgenza. E il 118 continua a fare da tappo universale alla sanità calabrese. Ci finiscono dentro le emergenze vere, quelle presunte, quelle che potrebbero essere gestite diversamente e quelle che semplicemente non trovano risposta altrove. E così continuano a lavorare le ambulanze in eterna riparazione. Continuano a mancare postazioni. Continuano gli operatori ridotti allo stremo. Continuano le croci private di supporto che corrono da una parte all’altra della Calabria, giorno e notte, senza sosta, cercando di tappare le falle di un sistema che dovrebbe essere organizzato dalle istituzioni e non affidato alla capacità di resistenza di chi sta sul campo. Questa è la realtà. Non quella dei comunicati. Quella della strada.

“DATEGLI TEMPO”. NO. DATEGLI LE RISORSE.

E qui arriva immancabile il coro dei giustificatori professionali. “Vabbè, ma è appena partito. Dategli tempo”. No. Dargli tempo un cazzo!  Perché nessuno pretende che un servizio appena avviato sia perfetto dopo sette giorni. Ma qui il punto è un altro. Il punto è che non stiamo parlando di un’idea comparsa ieri pomeriggio sulla scrivania di qualcuno. Stiamo parlando di un servizio per il quale la Calabria aveva avuto tutto il tempo necessario per prepararsi.

DUE ANNI. NON DUE GIORNI.

Il 116117 in Calabria è partito il 28 luglio 2026, è gestito da Azienda Zero, funziona H24 e nella fase iniziale è dedicato soprattutto alla continuità assistenziale. La stessa Regione ha definito l’avvio “graduale”. Il progetto era stato approvato già il 12 febbraio 2026 e, ancora prima, documenti regionali del 2024 facevano riferimento all’attivazione del numero e al ruolo di Azienda Zero.

Pensate, ad esempio, alle postazioni del 116117 all’interno della Centrale Operativa Cosenza Nord, quella che ospita anche le postazioni del 118. Da quanto ci viene riferito, quelle postazioni erano già pronte da almeno due anni. Due anni. Non due giorni. E allora la domanda viene fuori da sola e non ha bisogno di particolari doti investigative: se gli spazi erano pronti, perché il servizio arriva soltanto adesso? Che cosa è stato fatto in quei due anni? Chi doveva organizzare? Chi doveva programmare? Chi doveva assumere, formare, coordinare, predisporre mezzi e personale? E soprattutto: perché ancora oggi dobbiamo assistere alla solita sceneggiata nella quale il servizio viene presentato come operativo mentre chi deve farlo funzionare continua a fare i conti con carenze e difficoltà? Questa non è una questione di rodaggio. Questa è programmazione sanitaria. E quando la programmazione manca, non si può pretendere che il cittadino applauda perché finalmente hanno acceso il telefono.

I CINQUE CAVALIERI DELLA VANAGLORIA E DELL’INCOMPETENZA SANITARIA

E allora eccoli qua, i Cinque Cavalieri della Vanagloria e dell’Incompetenza Sanitaria. Occhiuto. De Salazar. Miserendino. Russo. Minniti. Cinque nomi che, in questa vicenda, rappresentano una filiera istituzionale e gestionale che dovrebbe dimostrare una sola cosa: che il servizio sanitario regionale è capace di organizzare servizi funzionanti e non soltanto di raccontarli. Perché, diciamocelo senza girarci intorno, il problema della sanità calabrese non è più soltanto la carenza di risorse. È diventata anche una gigantesca incapacità di trasformare le risorse, le strutture, i progetti e gli annunci in servizi realmente funzionanti. E quando questa incapacità diventa sistematica, quando la propaganda precede costantemente l’organizzazione e quando i cittadini vengono chiamati a pagare il prezzo delle inefficienze, parlare di incompetenza non è più un’esagerazione. È una descrizione.

PARASSITI DELLA PROPAGANDA

E sì, qui la parola va detta. Parassiti. Non nel senso biologico del termine, ovviamente, ma nel senso politico e amministrativo di chi vive della rendita prodotta dalla comunicazione del risultato senza essere capace di garantire fino in fondo il risultato stesso. Perché il parassitismo istituzionale nasce proprio quando l’apparato continua a produrre annunci, conferenze, comunicati e inaugurazioni mentre sono sempre gli stessi operatori a raccogliere i cocci e gli stessi cittadini a subire le conseguenze. Il cittadino non mangia propaganda. Il malato non guarisce con un comunicato stampa. Un medico non può essere sostituito da una brochure. Un’ambulanza non diventa disponibile perché qualcuno ha pubblicato una fotografia. E un numero telefonico non diventa un servizio sanitario soltanto perché è stato acceso.

NON VI PRESCRIVE IL MEDICO DI PRENDERE PER IL CULO I CALABRESI

Ai Cinque Cavalieri della Vanagloria e dell’Incompetenza Sanitaria nessuno ha mai prescritto dal medico di prendere per il culo i calabresi. Nessuno. Non ve lo prescrive la legge. Non ve lo prescrive la programmazione sanitaria. Non ve lo prescrive il buon senso. E soprattutto non ve lo prescrive il rispetto per chi, ogni giorno, entra in un’ambulanza, sale su una macchina, risponde a un telefono, affronta un turno massacrante e cerca di fare il proprio lavoro mentre sopra la sua testa piovono comunicati trionfalistici. Il problema è che voi potete raccontare quanto volete. Potete dire che il servizio è attivo. Potete parlare di innovazione. Potete raccontare il nuovo modello di assistenza. Potete farvi fotografare davanti alle centrali. Ma poi arriva la realtà. E la realtà non legge i comunicati stampa.

LA SANITÀ NON È UN NUMERO DA INAUGURARE

Il 116117 può diventare un servizio fondamentale. Ma soltanto se dietro quel numero ci saranno uomini, donne, medici, operatori, mezzi, farmaci, organizzazione e una rete territoriale capace di prendere in carico davvero il cittadino. Altrimenti avremo semplicemente aggiunto un numero alla collezione. Un altro numero. Quindi no, cari capizzùni della sanità calabrese. Non diteci di aspettare. Non veniteci a raccontare che “è appena partito”. Non provate a nascondervi dietro il rodaggio. Perché due anni di tempo, se le postazioni erano realmente pronte, non sono un rodaggio. Sono un’eternità.

E se dopo tutto questo tempo il servizio parte ancora con medici che devono arrangiarsi, mezzi che non bastano, personale che manca e una rete territoriale che continua a scaricare il peso sul 118, allora il problema non è il tempo. Il problema siete voi. La vostra incompetenza. La vostra incapacità organizzativa. La vostra ossessione per la propaganda. E quella patetica convinzione che basti mettere un numero su una locandina per poter dichiarare risolto un problema. NO. Il problema non è risolto. Il problema è ancora lì. Solo che adesso ha un numero di telefono. 116117. Chiamatelo. Magari prima o poi risponde anche la sanità calabrese. Sempre che, nel frattempo, non sia occupata a farsi un altro selfie inaugurale.


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