Analisi delle teorie economiche per superare le recessioni. Il dibattito tra la creazione di occupazione e la produzione di beni e servizi utili.

L’economia appare spesso come una disciplina del tutto inafferrabile e ribelle alle rigide regole matematiche. Le crisi di natura ciclica colpiscono con regolarità i sistemi di stampo capitalista. Le ricette per superare le fasi di recessione sembrano fallire di continuo. Le previsioni smentiscono in modo puntuale persino gli analisti più acuti e preparati. In questo articolo analizzeremo il seguente problema: come aumentare il pil in tempi di crisi economica? Il cuore del dibattito ruota attorno a un interrogativo storico, antico quanto la disciplina stessa. Conviene alla collettività concentrarsi sulla produzione efficiente di beni e di servizi, oppure gli Stati devono dare priorità assoluta alla creazione di nuovi posti di lavoro a prescindere dalla loro utilità?

La regola generale, estrapolata dall’osservazione dei mercati nel corso dei secoli, dimostra l’esistenza di una dinamica molto precisa. Il progresso e la ricerca della massima efficienza produttiva rappresentano l’unica via sicura per non impoverire un Paese. Questo processo crea un disorientamento iniziale tra i cittadini, ma garantisce lo sviluppo. Le soluzioni artificiali per impiegare manodopera generano ricchezza fittizia e si rivelano controproducenti nel lungo termine.

Lavoro artificiale o produttività: cosa conviene?

Una vecchia e celebre narrazione aiuta a inquadrare il problema con estrema chiarezza. Un illustre economista si reca in visita presso un enorme cantiere nel territorio della Cina. Migliaia di operai lavorano con frenesia assoluta per costruire una grande diga, destinata a interrompere il placido corso del Fiume Giallo. L’osservatore nota un dettaglio singolare e anti-economico. Ogni singolo lavoratore scava la terra con l’ausilio di una banale zappa. L’economista si rivolge all’ingegnere responsabile dei lavori e chiede il motivo di tale inefficienza strutturale. L’uso delle moderne scavatrici meccaniche velocizzerebbe l’opera in modo drastico e abbatterebbe i costi. L’ingegnere risponde con forte sicurezza e afferma l’intenzione del governo di creare la maggiore quantità possibile di posti di lavoro. La replica dell’economista fissa un principio logico e inattaccabile. Se l’obiettivo principale non consiste nella costruzione dell’infrastruttura in tempi brevi, ma unicamente nel dare un impiego agli operai, allora tanto vale togliere loro le zappe e fornire dei semplici cucchiai.

Questa brillante metafora illustra alla perfezione il dilemma che affligge le decisioni governative durante le crisi. Un prodotto interno lordo sano e robusto si basa sulla reale produzione di ricchezza o sul mero numero di cittadini occupati? Le politiche pubbliche si scontrano di continuo con questa scelta. L’erogazione di un salario in cambio di un lavoro poco produttivo si trasforma in una forma di assistenzialismo mascherato. L’obiettivo primario passa in secondo piano rispetto all’urgenza sociale di distribuire reddito.

Come funziona la teoria economica di Keynes?

Il grande economista John Maynard Keynes affronta la stessa complessa problematica con un approccio del tutto differente. Egli ipotizza un intervento statale diretto e all’apparenza paradossale. Lo Stato decide di pagare una moltitudine di cittadini disoccupati per scavare una buca gigantesca nel terreno. Subito dopo, lo Stato ordina agli stessi operai di riempirla di nuovo di terra. L’operazione non possiede alcuna utilità pratica né alcun fine ingegneristico. L’apertura e la chiusura della fossa servono solo come scusa istituzionale per giustificare il pagamento di un salario pubblico ad alcuni lavoratori. Queste persone, con i soldi finalmente in tasca, iniziano a manifestare esigenze concrete di base. I lavoratori chiedono vitto e alloggio nelle immediate vicinanze del luogo di scavo. Questa nuova domanda commerciale innesca la nascita spontanea di osterie per la fornitura dei pasti giornalieri. Subito dopo spuntano alberghi e pensioni per garantire un riparo notturno e il giusto riposo ai dipendenti. In seguito arrivano i negozi per la vendita di ulteriori beni di prima e seconda necessità, come vestiti, calzature e attrezzi vari. L’intera economia locale si mette in moto in modo rapido. I dipendenti, peraltro, pagano le tasse e restituiscono allo Stato una parte cospicua dei guadagni appena ricevuti.

Il semplice e assurdo atto di muovere la terra genera una fitta rete di scambi commerciali. Secondo l’impostazione keynesiana, l’investimento effettuato dalle autorità pubbliche innalza il prodotto interno lordo in modo quasi automatico. Il beneficio economico si propaga su scala nazionale e rilancia i consumi. L’utilità intrinseca dell’investimento e dell’opera perde ogni rilevanza di fronte al circolo virtuoso innescato dai salari.

Quali sono i limiti della spesa pubblica improduttiva?

Molti attenti analisti muovono critiche severe e circostanziate alla visione elaborata da Keynes. La teoria della buca presenta falle evidenti nel medio e lungo periodo. La produzione di beni o di servizi totalmente inutili causa un progressivo e inesorabile impoverimento dello Stato. Il finto lavoro brucia risorse preziose senza creare alcun valore reale o duraturo per la collettività. Il denaro pubblico speso per opere prive di scopo esaurisce le casse statali e genera debito.

La soluzione ottimale ai problemi economici si trova esattamente a metà strada. Il principio cardine prescrive di cercare sempre il massimo risultato possibile con l’impiego del minimo mezzo a disposizione. L’uso di macchinari avanzati, capaci di risparmiare fatica umana e accelerare i tempi della produzione, diventa una necessità assoluta per la sopravvivenza di tutto il sistema. Le innovazioni tecniche richiedono molto spesso una drastica riduzione della manodopera impiegata nelle fabbriche. In queste specifiche circostanze, il ricorso ai licenziamenti rappresenta un passaggio molto doloroso ma del tutto obbligato. Il mantenimento artificiale di posti di lavoro ormai vecchi e anacronistici, con il solo e unico scopo di evitare la disoccupazione, affossa in modo definitivo l’intera economia della Nazione. Le imprese private e lo Stato devono adeguarsi per forza alle regole dell’efficienza. Un Paese che rifiuta di adottare le scavatrici in nome dell’occupazione perde competitività rispetto al resto del mondo. Il blocco del progresso per ragioni puramente sociali porta al collasso finanziario dell’intero apparato produttivo.

Il progresso tecnologico causa davvero la disoccupazione?

La storia dell’industria mondiale dimostra in modo lampante la natura ciclica delle trasformazioni lavorative. Le professioni eliminate dal progresso tecnico trovano sempre una tempestiva sostituzione in settori del tutto inediti. Il cambiamento tecnologico non cancella l’occupazione in via definitiva. Esso impone piuttosto una profonda e necessaria metamorfosi dell’economia globale. La fase iniziale di transizione genera sempre un forte disorientamento sociale.

Le difficoltà colpiscono i lavoratori meno specializzati e legati ai vecchi modelli.

Con il passare del tempo, però, le nuove esigenze della società assorbono per intero la forza lavoro disponibile sul mercato. L’avvento dell’automobile fornisce un esempio chiarissimo e inequivocabile in tal senso. Il passaggio dalle carrozze ai veicoli a motore sembra all’inizio un disastro occupazionale. Una vera marea di maniscalchi, abituati a battere i ferri di cavallo nelle loro antiche botteghe, perde l’impiego in modo repentino.

Nessuno produce più finimenti per gli animali da traino. Eppure, risulta del tutto impossibile affermare che l’automobile porti disoccupazione. L’industria motoristica crea milioni di posti di lavoro nelle linee di montaggio, nelle officine meccaniche e nelle reti di distribuzione dei carburanti. L’evoluzione spazza via le vecchie mansioni e ne inaugura di nuove, molto più redditizie e specializzate.

Come internet ha trasformato il mercato del lavoro?

Lo stesso identico fenomeno si ripete in epoca moderna con la diffusione globale di Internet. La rete telematica travolge i negozi fisici tradizionali. Molte attività commerciali al dettaglio subiscono colpi gravissimi e inaspettati. La crisi profonda deriva dallo spostamento massiccio dei consumi degli utenti sulle nuove piattaforme web. Le vendite online svuotano i centri storici e mettono in ginocchio i rivenditori di quartiere. La rivoluzione digitale, in compenso, fa nascere una moltitudine di figure professionali prima del tutto inimmaginabili. Il mercato richiede competenze specifiche per sostenere e far crescere la nuova infrastruttura globale. Le aziende assumono nuove tipologie di esperti per competere online e vendere i propri prodotti. La trasformazione porta alla ribalta i seguenti nuovi ruoli professionali:

  • programmatori informatici;

  • esperti seo per il posizionamento dei siti;

  • società specializzate nel web marketing;

  • concessionarie per la pubblicità digitale;

  • grandi e piccole software house.

L’essere umano non possiede la forza per arrestare il progresso. La tecnologia avanza in modo rapido e inesorabile. Il cambiamento si impone in ogni epoca, anche a discapito delle vecchie abitudini umane e della finta sicurezza. Le antiche certezze lavorative cadono sempre sotto il peso dell’innovazione, ma il sistema economico trova sempre un nuovo equilibrio. L’accettazione dei mutamenti strutturali rappresenta la vera e unica chiave per garantire la crescita della ricchezza su scala nazionale.




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 Angelo Greco

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