Chi si aspetta colpi di scena clamorosi per il Consiglio Comunale convocato domani alle 15.30 in prima chiamata per discutere il Rendiconto 2025, farebbe meglio a fare una passeggiata sotto gli alberi della Villa Comunale o andare a Trisulti a prendere un po’ di fresco. Tutto è già scritto, protocollato e consegnato agli archivi di Palazzo Munari.
In prima convocazione l’Aula andrà deserta. Servirebbero 17 voti per approvare il Rendiconto: troppo rischioso con questi chiari di luna. Poiché la mancata approvazione del documento contabile, come previsto dal Testo Unico degli Enti Locali comporterebbe l’interruzione della consiliatura, si applica la prima regola del Manuale del Perfetto Consigliere Comunale: nel dubbio, non presentarsi.
L’arte della sopravvivenza
Se ne riparlerà direttamente alla seconda convocazione di martedì alle 16.15, quando basteranno 12 mani alzate. E quelle ci saranno: sia per approvare il consuntivo che per blindare ancora una volta la consiliatura. Una volta approvato il documento contabile, si troverà miracolosamente anche la quadra sul nome del nuovo Presidente del Consiglio. Magari dopo l’ennesimo penultimatum e qualche ulteriore passaggio di qualche consigliere all’opposizione che, nell’economia politica del capoluogo, sposterà lo zero virgola. Nella sostanza: nulla cambierà.
Si dice sempre che la politica è l’arte del possibile. A Frosinone il possibile coincide con la sopravvivenza. Una verità, forse brutale ma assolutamente evidente, attraversa l’Aula consiliare in senso trasversale, dalla maggioranza all’opposizione: nessuno vuole andare a casa prima del tempo. Come aveva già spiegato senza troppi giri di parole l’ex presidente del Consiglio Comunale Massimiliano Tagliaferri: «L’unica priorità è difendere la poltrona. Basta». (Leggi qui: Tagliaferri stacca la spina: ora il cerino passa a Mastrangeli).
Detta così poteva sembrare una provocazione. Ma detta da chi per quattro anni ha diretto e vissuto quotidianamente le dinamiche dell’Aula consiliare assume il valore di una testimonianza. Più che un’analisi, un referto clinico.
La domanda delle cento pistole
Il vero tema politico non è la sopravvivenza dell’attuale consiliatura ma la campagna elettorale del prossimo anno. Il sindaco Riccardo Mastrangeli sarà sicuramente candidato e, ad oggi, è l’unico rappresentante dell’area del centrodestra. O meglio del centro-centrodestra. Con tutta probabilità senza passare per le Primarie. Non è un dettaglio di poco conto.
La domanda delle cento pistole è: chi lo sosterrà? Sicuramente la Lega e la civica dell’onorevole Nicola Ottaviani, poi Fratelli d’Italia, pronti a portarlo più per ragion di Stato che per reale e calorosa convinzione politica come ha spiegato nei giorni scorsi Giancarlo Righini dagli studi di Teleuniverso. Con quasi assoluta certezza saranno con Mastrangeli anche la lista del presidente dell’ASP Gianfranco Pizzutelli e la lista Identità Frusinate, che avendo un assessore in Giunta difficilmente potrà smarcarsi a ridosso del voto. (Leggi qui: Righini, via libera a Mastrangeli, stop agli inciuci nei Comuni. E per la Provincia…).
Poi ci sono due grandi incognite, grandi come una casa.
Forza Italia in trincea, Scaccia e il Generale
La prima incognita è Forza Italia, che ha ormai preso residenza stabile all’opposizione: un vero e proprio acquartieramento militare da dove cannoneggia l’amministrazione Mastrangeli sui dossier più caldi con precisione balistica chirurgica. È vero che il 2027 è l’anno delle elezioni politiche e comunali e che il centrodestra proverà ad arrivare unito nelle grandi città. Ma Frosinone non è Camp David. Se tra un anno Forza Italia dovesse scegliere una strada diversa rispetto al candidato della Lega Mastrangeli, non per questo salterebbero gli equilibri nazionali.
Per usare un’espressione coniata dall’ex presidente della Regione Lazio Renata Polverini, entrata nel lessico politico regionale: Meloni, Salvini e Tajani se ne farebbero una «cavolo» di ragione. E se qualcuno proverà a chiamare il coordinatore regionale di Forza Italia, il senatore Claudio Fazzone, per tentare operazioni di ortopedia politica, capirà dalle sue parole perché gli azzurri non possono proprio sostenere il sindaco uscente.
La seconda incognita, più delicata, è il vicesindaco Antonio Scaccia. Non si parla soltanto di rapporti personali o di collocazioni amministrative: si parla di uno spazio politico che sta crescendo. Scaccia è il riferimento locale di Futuro Nazionale, il movimento del generale Vannacci, che nei sondaggi cresce con la stessa rapidità con cui si sviluppa la coda di macchine sulla Monti Lepini a Pasquetta per andare al mare a Terracina. Se Vannacci decidesse di presentare un proprio candidato sindaco in tutti i capoluoghi per pesarsi in vista delle Politiche, per Mastrangeli sarebbero dolori. Difficile che Scaccia possa rispondere diversamente da «Obbedisco» al Generale. Una candidatura del vicesindaco sottrarrebbe a Mastrangeli voti decisivi quantomeno al primo turno, creando un competitor interno nello stesso identico bacino elettorale.
Marzi padre nobile e il campo largo
Anche per questo il sindaco sta già lavorando a un forte scudo civico. Una robusta componente capace di allargare il perimetro oltre i confini tradizionali della coalizione. In questa prospettiva spunta la figura politicamente pesante dell’ex sindaco Domenico Marzi: un diversamente alleato per Mastrangeli che direttamente o indirettamente fa di tutto per tenere a galla l’amministrazione. Formalmente alternativo. Sostanzialmente determinante.
Non firma dimissioni di massa, non vota mozioni di sfiducia, toglie le castagne dal fuoco su dossier estremamente delicati, gioca sapientemente sul filo del numero legale, scompare tatticamente nelle sedute ordinarie. Un capolavoro di tattica e strategia politica sotterranea. In ogni caso, il prossimo anno Marzi non sosterrà mai un candidato sindaco del PD o di un suo alleato. Vederlo fare campagna per Mastrangeli nella veste di padre nobile della coalizione non è fantapolitica.
Sul fronte del centrosinistra, il PD ha assunto l’onore e l’onere di costruire il campo largo: operazione encomiabile, necessaria, anzi indispensabile. Ma questo non significa abbandonare il presidio dell’opposizione all’amministrazione Mastrangeli. Le due cose possono convivere. Anzi, devono.
Il nodo socialista
Il PSI ha avuto il grande merito di partire per primo e di sollevare il tema dell’unità della sinistra, ma muoversi per primi non dà il diritto di pretendere che gli altri seguano a occhi chiusi. Attualmente tra PSI e PD sembra esserci una gara a chi ce l’ha più duro: il diritto a esprimere il candidato sindaco.
Vincenzo Iacovissi può essere il candidato unitario della sinistra ma solo dopo un vero confronto dialettico e negoziale con tutte le realtà del campo largo: inclusi i comitati civici, storicamente ed elettoralmente fortissimi a Frosinone. Ignorarli oggi sarebbe un suicidio strategico.
Il Terzo Polo che non c’è ancora
Sullo sfondo delle prossime elezioni si sta muovendo un’area inesplorata: quella capace di intercettare un elettorato moderato di centro che non si riconosce più nella governance di Mastrangeli, ma che non voterà mai a sinistra. È il potenziale Terzo Polo — lo spazio politico in cui Forza Italia, la Lista Futura e alcuni delusi della maggioranza stanno provando a fare dei ragionamenti. Un bacino potenzialmente enorme, in grado di sparigliare le carte e diventare il vero ago della bilancia tra dodici mesi.
Per ora è soltanto una potenzialità. Ma la storia politica insegna che le elezioni a Frosinone si vincono spesso occupando gli spazi intermedi. Non quelli già presidiati. Se qualcuno riuscirà a dare rappresentanza a questo elettorato, la partita del 2027 potrebbe diventare molto più interessante di quanto oggi sembri.
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