Un piano pluriennale per gli investimenti strategici, procedure autorizzative più rapide, certezza fiscale, meno stratificazione normativa e nuove competenze. Sono le cinque direttrici che il Comitato public affairs di AmCham porta all’attenzione delle istituzioni di Roma dopo due anni di confronto. Dall’intelligenza artificiale alla sostenibilità, fino al life science e al rapporto transatlantico, la questione è capire quali condizioni possano rendere l’Italia più attrattiva senza abbassare gli standard
06/10/2026
Per un investimento strategico, sapere in quanto tempo arriverà un’autorizzazione può contare quanto il beneficio fiscale che lo accompagna. È da questa considerazione che prende forma una parte importante delle proposte raccolte nel position paper “Competitività, investimenti e dialogo istituzionale”: l’Italia dispone di manifattura, competenze scientifiche e tecnologiche, territori industriali e di una collocazione favorevole nelle relazioni euro-atlantiche, ma la capacità di trasformare questi asset in nuovi investimenti (e di trattenere quelli esistenti) dipende anche dalla qualità delle regole e dell’amministrazione.
È il punto di arrivo di Future Callin’ – Dialoghi di Policy, il percorso promosso dal Comitato public affairs di American chamber of commerce in Italy e sviluppato in due anni attorno ad autonomia strategica, intelligenza artificiale, sostenibilità, responsabilità aziendale e comunicazione istituzionale. Nella Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani, al Senato, il lavoro è stato restituito alle istituzioni sotto forma di white paper e call to action. “Oggi puntiamo a trasformare questi due anni di confronto in proposte concrete”, ha sintetizzato la senatrice Elena Murelli, richiamando un punto emerso più volte nel percorso: un’impresa sceglie dove investire anche sulla base della certezza delle regole, della disponibilità di competenze e della possibilità di trovare un interlocutore istituzionale capace di ascoltare.
Cinque priorità verso la legge di Bilancio
Il documento traduce questa impostazione in cinque proposte rivolte in particolare alla prossima legge di Bilancio. La prima è un piano pluriennale e stabile per ricerca, infrastrutture digitali e investimenti produttivi ad alto valore aggiunto; la seconda riguarda un procedimento unico, digitalizzato e con tempi definiti per i progetti strategici. Seguono il rafforzamento della cooperative compliance e del dialogo preventivo con l’amministrazione finanziaria, una semplificazione degli adempimenti che riduca sovrapposizioni tra norme nazionali ed europee e, infine, un programma sulle competenze che metta insieme imprese, università, ITS e pubblica amministrazione, con attenzione a IA, cybersecurity, cloud, energia, sostenibilità e biotecnologie.
Per Federico Villa, presidente del Comitato public affairs di AmCham Italy e associate vice president corporate affairs & patient access di Lilly, il punto non è ottenere condizioni speciali per le imprese, quanto verificare e migliorare queste priorità nel confronto con il decisore pubblico. L’Italia, ha osservato, continua a poggiare su basi industriali e capitale umano di grande valore; la richiesta avanzata alle istituzioni è che le indicazioni maturate dalle aziende vengano ascoltate come contributo alla crescita del Paese. Anche Simone Crolla, consigliere delegato di AmCham Italy, ha invitato i rappresentanti istituzionali a fare tesoro di un lavoro costruito attraverso un confronto approfondito sui diversi dossier.
Transatlantico, salute e payback
Il rapporto con gli Stati Uniti resta una delle coordinate entro cui leggere questa partita. Stephen Anderson, economic minister counselor dell’Ambasciata americana a Roma, ha ricordato come nel 2025 gli scambi bilaterali di beni e servizi abbiano raggiunto una cifra record nell’ordine dei 150 miliardi di dollari, legando la prosperità delle due economie alla profondità delle rispettive relazioni. Sul piano europeo, ha richiamato il lavoro per dare attuazione all’intesa commerciale raggiunta a Turnberry tra Donald Trump e Ursula von der Leyen, per sostenere crescita e occupazione sulle due sponde dell’Atlantico.
Nel confronto è entrata direttamente anche la farmaceutica. Anderson ha indicato nel payback italiano “una situazione non equa”, osservando che le imprese statunitensi “rappresentano il 27% del mercato ma sostengono il 37% dell’onere”. Il tema si inserisce in una riflessione più ampia sulla sanità richiamata da Murelli, secondo cui la spesa in salute va letta come investimento, e da Villa, che ha posto l’accento sulla necessità di preservare qualità e accesso universalistico intervenendo anche a monte del percorso di cura, dove ricerca e innovazione possono produrre valore.
Il costo della frammentazione
La capacità di innovare incontra però un altro problema quando le regole si sommano senza dialogare tra loro. È su questo punto che l’intervento del senatore Lorenzo Basso ha spostato il ragionamento dalla quantità delle norme alla loro qualità. Regolare, nella sua lettura, non può equivalere semplicemente a porre un limite. La frammentazione tra livello europeo, ordinamenti nazionali, autorità e agenzie genera adempimenti che possono diventare “particolarmente gravosi anche per le Pmi italiane”. La strada indicata passa dall’uso delle stesse tecnologie d’avanguardia per semplificare la compliance, senza ridurre le garanzie su privacy e dati, e da un passo avanti europeo sugli standard di interoperabilità. L’ipotesi avanzata è quella di una struttura indipendente europea capace di favorire standard comuni e un dialogo in entrambe le direzioni con gli Stati Uniti: “se i due grandi mercati riuscissero a convergere – ha osservato Basso – l’effetto andrebbe ben oltre la sola relazione transatlantica, trascinando dietro sé la maggior parte dei paesi del globo”.
Dalla compliance alla competitività
Un ragionamento analogo attraversa la sostenibilità. Edoardo De Luca, head of central affairs Italia del Gruppo Enel, l’ha descritta come “una componente ormai strutturale della strategia d’impresa”: gli standard ambientali e sociali, dunque “incidono sulla capacità di innovare, attrarre investimenti e costruire fiducia con stakeholder e territori”. Il tema, quindi, non si esaurisce nell’obbligo normativo.
Da qui anche la riflessione del senatore Ivan Scalfarotto, che ha richiamato la necessità per l’Europa di passare da una cultura “centrata prevalentemente sulla compliance a una visione più operativa”, nella quale una buona gestione dei fattori Esg contribuisca alla qualità stessa del business.
Autonomia senza isolamento
Sul fondo resta infine la questione dell’autonomia strategica. Murelli l’ha legata in particolare a cybersecurity e capacità tecnologica europea, precisando però che autonomia non significa isolamento: significa poter scegliere, costruire filiere resilienti e conservare margini di decisione attraverso competenze proprie e partnership affidabili. È la stessa impostazione che il documento applica a energia, digitale, infrastrutture e industria, dove la riduzione delle dipendenze critiche viene tenuta insieme alla cooperazione transatlantica.
Il risultato dei due anni di Future Callin’ è quindi meno un catalogo di incentivi che una richiesta di condizioni di sistema. “Chiama un futuro” – nelle parole usate da Villa – fatto di maggiore crescita, valorizzazione dell’innovazione, dinamismo, certezza normativa e prevedibilità. Per Murelli, l’Italia può contare su competenze, qualità manifatturiera e una posizione particolare tra Mediterraneo ed area transatlantica: punti di forza che devono essere utilizzati per attrarre nuovi capitali e trattenere quelli già presenti.
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