Il 2 luglio scorso il Consiglio dei Ministri ha esaminato un’informativa sul Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, elaborato in attuazione della Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del 27 novembre 2023. Non si tratta, come inizialmente ipotizzato, di un decreto del Presidente del Consiglio, bensì di un passaggio informativo: il Piano non introduce dunque misure immediatamente operative, ma segna comunque, nelle parole della sottosegretaria Lucia Albano, «un importante passo in avanti» nella costruzione di una cornice strategica decennale per il settore.
Il documento (scaricabile qui sotto), illustrato dai viceministri Maurizio Leo (Economia) e Maria Teresa Bellucci (Lavoro), individua quattro grandi categorie di soggetti (Terzo settore, cooperazione, sport dilettantistico ed enti religiosi) e ne affida il coordinamento al Ministero dell’Economia e delle Finanze. Proviamo a spiegarlo in dieci punti.
1. Da dove nasce
Il Piano attua la Raccomandazione del Consiglio europeo del 27 novembre 2023, che ha chiesto ai 27 Stati membri di adottare o aggiornare strategie nazionali per l’economia sociale. In Italia il testo è stato elaborato da un tavolo tecnico costituito presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze, presieduto dalla sottosegretaria Lucia Albano con il vice ministro Maurizio Leo, in raccordo con il Ministero del Lavoro e le deleghe della vice ministra Maria Teresa Bellucci. Una consultazione pubblica, tra ottobre e novembre 2025, ha raccolto oltre cento osservazioni confluite nella versione definitiva.
2. Chi c’è dentro: il perimetro
Il Piano riprende la definizione europea: enti privati che perseguono finalità sociali o ambientali prima del profitto, reinvestono utili e avanzi di gestione, adottano una governance democratica o partecipativa. Nell’ordinamento italiano rientrano gli enti del Terzo settore (comprese le imprese sociali), le cooperative, le mutue, gli enti religiosi civilmente riconosciuti, le fondazioni bancarie e gli enti sportivi dilettantistici. Manca ancora, però, una definizione giuridica unitaria: il Piano suggerisce che una futura legge-quadro potrebbe colmare questo vuoto.
3. I numeri
Secondo i dati Istat 2022, in Italia l’economia sociale conta 398.612 organizzazioni e 1,53 milioni di addetti, cui si aggiungono oltre 4,6 milioni di volontari. È l’8% delle organizzazioni dell’economia privata. Le associazioni sono la forma giuridica più diffusa (76,9% del totale), ma sono le cooperative ad assorbire la gran parte dell’occupazione (72,4% degli addetti del settore). Tra il 2018 e il 2022 il calo complessivo di entità e addetti è dovuto quasi interamente alla contrazione delle cooperative non sociali; le cooperative sociali, nello stesso periodo, hanno aumentato l’occupazione del 4,7%.
4. Il nodo fiscale
Il Piano fa perno su un principio già riconosciuto dalla Corte di giustizia UE e da una recente comfort letter della Commissione europea sul Terzo settore: gli utili destinati a patrimonio indivisibile non generano un possesso di reddito tassabile, perché per legge non possono essere distribuiti. Su questa base il documento prospetta l’esenzione integrale degli utili a riserva legale per le cooperative, una revisione dell’IRAP per superare le disparità regionali, e un adeguamento dell’IMU ai criteri di non commercialità del Terzo settore.
5. Credito e finanza
L’accesso al credito resta un ostacolo, perché i modelli di rating bancario non tengono conto del patrimonio indivisibile né della governance mutualistica. Le azioni proposte includono il rafforzamento del Fondo di garanzia PMI nella sua sezione dedicata agli enti del Terzo settore, un maggior utilizzo dei programmi europei InvestEU e FEI, l’introduzione di un “rating sociale” riconosciuto per legge e strumenti come i social bond e i minibond per l’impresa sociale.
6. Appalti e social procurement
Il Piano propone una strategia nazionale di acquisti pubblici sostenibili, che privilegi criteri di aggiudicazione diversi dal prezzo più basso e valorizzi l’impatto sociale delle offerte. Tra le ipotesi, una quota minima di affidamenti riservati agli enti dell’economia sociale e un maggior ricorso alla concessione come strumento di gestione dei servizi.
7. Lavoro: dai workers buyout all’inserimento
Un capitolo specifico riguarda le cooperative nate dal recupero di aziende in crisi da parte degli ex dipendenti, i cosiddetti workers buyout. Per rilanciare la Legge Marcora (1985) il Piano ipotizza sgravi contributivi nei primi tre anni di attività e un potenziamento delle società finanziarie che la attuano. Restano centrali anche gli strumenti di inserimento lavorativo per le persone svantaggiate, con una possibile revisione della relativa definizione giuridica.
8. Filantropia e patrimonio immobiliare
Fondazioni bancarie ed enti filantropici sono chiamati a un doppio ruolo, quello di soggetti dell’economia sociale e quello di finanziatori attraverso strumenti di matching fund con risorse pubbliche. Sul fronte immobiliare, il Piano richiama il decreto legge sul Piano Casa (n. 66/2026) e propone di valorizzare il social bonus previsto dal Codice del Terzo settore per il recupero di beni pubblici, compresi quelli confiscati alla criminalità organizzata.
9. Competenze, dati, misurazione d’impatto
Il documento segnala la scarsità di percorsi formativi dedicati come un ostacolo strutturale, sia per chi lavora nell’economia sociale sia per la pubblica amministrazione che ci si interfaccia. Propone una piattaforma nazionale di dati, un conto satellite Istat dedicato al settore e standard condivisi per misurare l’impatto sociale, oggi frammentati in metodologie diverse.
10. Quanto dura e cosa succede adesso
Il Piano avrà durata decennale dalla sua approvazione, con una revisione di medio termine dopo cinque anni; il monitoraggio previsto dalla Raccomandazione europea è fissato al 2027 e al 2032. Ma, come detto in apertura, il passaggio del 2 luglio in Consiglio dei Ministri è stato un’informativa, non un atto attuativo: mancano ancora i provvedimenti necessari per rendere operative le misure indicate. Qualcosa, però, si è già mosso: la legge di bilancio 2026 ha istituito presso il MEF un comitato di esperti consultivo, e il decreto legislativo 186/2025 ha già recepito alcune semplificazioni sul regime IVA degli enti dell’economia sociale anticipate nella bozza del Piano. Il resto — la direzione generale dedicata al MEF, il riconoscimento come Sieg, gli sgravi fiscali veri e propri — resta da tradurre in norme.
Nella foto di apertura/Sintesi viceministri Maurizio Leo (Economia) e Maria Teresa Bellucci (Lavoro)
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Stefano Arduini
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