I numeri raccontano solo una parte della storia. Perché i The Lumineers, due candidature ai Grammy Awards e milioni di dischi venduti grazie a brani diventati ormai classici come ‘Ho Hey’, hanno costruito il loro successo senza rincorrere algoritmi o momenti virali. Lunedì 6 luglio la band guidata da Wesley Schultz e Jeremiah Fraites tornerà in Italia per l’unica data del tour all’Arena di Verona, uno dei palcoscenici più iconici al mondo. In un’intervista all’AdnKronos il batterista e co-fondatore Jeremiah Fraites racconta cosa significa finalmente esibirsi in un luogo atteso per anni, riflette sul valore dell’autenticità nell’industria musicale di oggi, sul rapporto creativo con l’altra metà della band, Wesley Schultz, dopo oltre vent’anni di carriera e su come l’Italia, dove vive da sei anni ed è ormai cittadino, abbia cambiato il suo modo di guardare il tempo, la musica e persino il caffè.
Dopo aver suonato nei più grandi festival e nelle arene di tutto il mondo, cosa significa per i The Lumineers esibirsi in un luogo storico e raccolto come l’Arena di Verona?
“Penso sia difficile descrivere a parole quanto sia significativo e importante per i The Lumineers suonare all’Arena di Verona. È un luogo di cui sentiamo parlare da almeno dieci anni. Avevamo già provato a esibirci lì circa cinque anni fa. I biglietti erano già in vendita, era tutto pronto, poi è arrivato il Covid e abbiamo dovuto cancellare tutto. Abbiamo riprogrammato un’altra volta e anche quella è saltata per altri motivi. Poi ci siamo fermati per un po’ e finalmente suoneremo la prossima settimana. Io vivo in Italia ormai, sono cittadino italiano e vivo a Torino. Esibirmi in un luogo così storico sarà qualcosa di davvero speciale”.
Cosa speri che il pubblico italiano si porti a casa dopo questo concerto?
Spero che porti con sé il ricordo di una serata bellissima, un’esperienza capace di far vivere emozioni intense e di stare insieme agli altri. Mi piacerebbe riuscire a far sembrare intimo uno spazio enorme come l’Arena. Quando i The Lumineers hanno iniziato, vent’anni fa, suonavamo in piccoli locali e il nostro obiettivo era cercare di farli sembrare il più grandi possibile. Oggi che ci esibiamo in spazi enormi, l’idea è l’esatto contrario: provare a far sentire un luogo immenso come se fosse molto piccolo. Spero quindi che l’Arena di Verona riesca a essere allo stesso tempo intima e grandiosa”.
C’è una canzone del vostro repertorio che pensi assumerà un significato diverso in un luogo come questo?
“Sì, penso a ‘Brightside’, tratta dal nostro quarto album omonimo. Ultimamente la stiamo eseguendo in modo un po’ diverso. Nel disco ci sono batterie molto potenti e una chitarra elettrica molto presente. Dal vivo, invece, io passo dalla batteria alla chitarra e Wesley canta, senza imbracciare la chitarra. Da musicista, è un momento che mi permette di camminare sul palco, guardarmi intorno e assorbire tutto quello che mi circonda. Credo che suonare quel brano lunedì sarà qualcosa di surreale. Sarà un’esperienza bellissima poter osservare tutto intorno a me e respirare l’atmosfera, perché ho la sensazione che quelle due ore passeranno in un solo istante, tanto sarà magico quel momento”.
Guardando ai vostri oltre vent’anni di carriera, qual è il cambiamento più grande che ha subito il vostro processo creativo e cosa invece è rimasto identico al primo giorno?
“Credo che il fallimento, indipendentemente dal fatto che tu sia un artista, un imprenditore o un atleta, possa essere un grandissimo stimolo. Non so invece se il successo sia davvero un buon motivatore. Quando raggiungi il successo rischi di diventare troppo comodo. Non direi pigro, ma sicuramente più rilassato. Per quanto ci riguarda, io mi sento ancora affamato come vent’anni fa. Per noi la musica non è mai stata un modo per fare soldi, diventare famosi o persino suonare davanti a grandi folle. Il mio unico obiettivo era riuscire a continuare a fare musica. Volevo trovare un modo per guadagnare abbastanza da poter continuare a scrivere musica. Questo è rimasto identico. Anche se Wesley e io abbiamo fondato la band ventuno anni fa nel New Jersey, oggi lui vive a Denver, in Colorado, io vivo a Torino e tutti gli altri membri del gruppo sono sparsi in varie parti del mondo. Nessuno vive più nello stesso posto. Eppure continuiamo a trovare il modo di incontrarci, di creare ottima musica, di suonare insieme e di volerci bene. Il processo creativo è rimasto praticamente lo stesso. Io scrivo tantissimo materiale: melodie, testi, parti di pianoforte… poi mando tutto a Wes. Lui mi risponde con nuove idee e io lavoro su quelle. È curioso pensare che dopo ventuno anni, e con me che vivo in Italia mentre lui è ancora negli Stati Uniti, il nostro modo di scrivere canzoni sia rimasto praticamente identico. Credo sia stato molto salutare. Quando una band diventa famosa, il successo può cambiare le persone e non sempre in meglio. Per questo sono grato che, nonostante siano cambiate tante cose — abbiamo famiglie, figli e viviamo in Paesi diversi — alcuni principi fondamentali della nostra scrittura siano rimasti esattamente gli stessi”.
Oggi molti artisti sentono la pressione di seguire le tendenze o gli algoritmi delle piattaforme di streaming. Voi invece avete sempre seguito il vostro istinto. Pensi che oggi l’autenticità venga ancora premiata nell’industria musicale?
“Purtroppo viviamo in un mondo dominato dai social media. Su Instagram, TikTok o Facebook veniamo continuamente bombardati dal successo enorme di altri artisti, anche se non lo stiamo cercando. Ti ritrovi continuamente davanti contenuti su Taylor Swift, Sabrina Carpenter, film che battono ogni record o artisti diventati virali. È una situazione molto strana e innaturale. Se oggi avessi diciotto o vent’anni e fossi un cantautore, penso sarebbe davvero difficile limitarsi a scrivere la musica che si ritiene bella. Molti giovani finiscono per pensare che autenticità significhi avere milioni di follower o diventare virali su TikTok. Noi invece abbiamo sempre cercato di creare la musica che piaceva a noi, quella che ci emozionava davvero”.
E’ una scelta che paga?
“Credo che gli artisti autentici non vengano sempre premiati nell’immediato. Ma nel lungo periodo penso sia la scelta migliore che si possa fare. Seguire le mode, cercare di battere record, arrivare al numero uno o inseguire il momento virale… se succede spontaneamente è bellissimo, ma non dovrebbe mai essere qualcosa di costruito artificialmente. L’autenticità e ciò che è senza tempo vengono premiati nel lungo periodo. A volte puoi avere l’impressione di non stare facendo abbastanza o che ti serva qualcosa di eclatante. Poi però ti rendi conto che i grandi film, la buona musica, l’arte, i libri ben scritti vengono sempre scoperti, prima o poi. Magari serve solo un po’ più di tempo. Credo che per i giovani artisti sia difficile accettarlo”.
Le vostre canzoni raccontano spesso persone comuni, famiglie, amore e vulnerabilità. C’è ancora spazio oggi per questo tipo di narrazione?
“Penso proprio di sì. Quando un autore usa parole come ‘io’, ‘tu’, ‘lui’, ‘lei’ o ‘loro’, sta parlando di qualcuno. Ma quando dai un nome preciso a un personaggio succede qualcosa di diverso. Ci sono tantissime canzoni che portano un nome nel titolo, penso a ‘Gloria’ o ad altri brani e questo rende il personaggio immediatamente tridimensionale e reale. In una canzone hai soltanto tre o quattro minuti per raccontare una persona e convincere chi ascolta a interessarsi a lei. In un romanzo puoi dedicare centinaia di pagine al suo passato, all’infanzia, ai traumi che l’hanno formata. In una brano no. Per questo ci piace raccontare personaggi molto specifici e intimi. Credo che questo renda le persone delle nostre canzoni più vere e dia loro una vita nuova”.
Vivi ormai da diversi anni a Torino. Che rapporto hai con questa città e cosa ti sta insegnando del modo di vivere italiano?
“Sono felicissimo di poter dire che ho appena preso la patente B. Credo sia stata una delle cose più difficili che abbia mai fatto in tutta la mia vita. Ci sono circa 7.200 domande e le ho studiate in maniera quasi ossessiva, proprio come faccio con la musica. Alla fine ho superato l’esame e ho ottenuto la patente. Vivo a Torino da sei anni. Ho il passaporto italiano e adesso il mio prossimo obiettivo è imparare finalmente a parlare italiano. Trovo il vostro stile di vita davvero interessante. È un cambiamento molto bello rispetto a quello americano”.
C’è un aspetto che apprezzi particolarmente dell’Italian lifestyle?
“Mi piace che i negozi non siano sempre aperti. Mi piace il fatto che quando gli italiani mangiano, quel momento sia davvero dedicato a godersi il cibo e la compagnia, senza avere sempre fretta. Io sono cresciuto sulla costa est degli Stati Uniti, tra New York e il New Jersey, dove tutto è sempre: vai, vai, vai. Bevi il caffè, corri al lavoro, mangia in fretta e torna subito a lavorare. Quel modo di vivere mi ha sicuramente aiutato a impegnarmi tantissimo nella musica. Ma adesso ho appena compiuto quarant’anni e sto cercando di rallentare un po’ e godermi di più queste cose. L’Italia mi ha insegnato proprio questo: rallentare. Il cibo non è soltanto carburante per tornare subito al lavoro, ma qualcosa da assaporare davvero. E poi ci sono ancora tantissimi luoghi italiani che devo visitare. Non vedo l’ora di fare qualche viaggio durante la pausa estiva. E naturalmente adoro anche gli storici caffè italiani. È davvero difficile trovare un cattivo caffè macchiato in Italia. Anzi, credo di non aver mai bevuto un caffè cattivo da quando vivo qui”.
Di recente hai parlato del legame che hai sentito con Bruce Springsteen lavorando alla musica del progetto ‘Deliver Me From Nowhere’. Bruce Springsteen non ha mai avuto paura di esporsi su temi sociali e politici. Pensi che gli artisti abbiano la responsabilità di prendere posizione oppure debbano sentirsi liberi di scegliere se farlo o meno?
“Credo che ogni artista debba decidere autonomamente. Penso sia una pressione difficile quella di pretendere che un artista debba necessariamente prendere posizione su ogni argomento. E non credo nemmeno che tutti debbano avere un’opinione su qualsiasi tema. Non è sano restare sempre neutrali, ma esistono così tante questioni — guerre, povertà, senzatetto, sanità negli Stati Uniti, diritti civili e molto altro — che è impossibile essere sempre perfettamente informati su tutto. Per questo trovo innaturale aspettarsi che un artista abbia un’opinione su ogni singolo tema. Bruce Springsteen è una persona molto impegnata politicamente e ha convinzioni fortissime. È giusto che ne parli. Anche noi, come Lumineers, in passato ci siamo espressi su alcune questioni negli Stati Uniti e abbiamo sostenuto economicamente organizzazioni che riflettevano i nostri valori. Ma credo che ogni artista debba scegliere da sé quale sia la cosa giusta da fare”.
Dopo oltre vent’anni di collaborazione con Wesley, cosa continua a entusiasmarti di più della musica che create insieme?
“La cosa che mi entusiasma di più è proprio la musica che continuiamo a fare insieme. Andare in tour è meraviglioso. Possiamo visitare il mondo, viaggiare ovunque. A volte è stancante ma è anche un privilegio incredibile. Credo però che, sia per me sia per Wesley, il tour sia qualcosa che facciamo con piacere ma che ci tiene lontani da casa e soprattutto dalla scrittura. Un tour può durare diciotto mesi o anche due anni. Il momento che ci emoziona di più arriva quando iniziamo a lavorare a un nuovo album. Io gli mando un’idea, lui me ne manda una sua, la sviluppo e gliela rimando. Ogni volta è come la mattina di Natale: non vediamo l’ora di scoprire cosa abbia fatto l’altro. Dopo tutti questi anni mi sento davvero fortunato. Alla fine è proprio la musica la cosa che continua a rendere questo rapporto così bello e ancora così entusiasmante”. (di Federica Mochi)
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