Con un laboratorio che coinvolge bambini e genitori nell’ambito di un’uscita didattica all’aperto nella città ducale di Urbino, alla Fondazione Ca Romanino, la cui sede si trova in una casa progettata nel 1967 da Giancarlo De Carlo, importantissimo esponente dell’architettura italiana del ’900, si chiude il secondo anno di SOUxAncona.
SOUxAncona è la Scuola di Architettura per Bambini e Bambine della città di Ancona, parte della rete nazionale SOU nata all’interno del Farm Cultural Park di Favara, in Sicilia. È un progetto educativo innovativo che introduce i bambini all’architettura, ed è promosso dall’Università Politecnica delle Marche, in collaborazione con il Comune di Ancona e diversi partner locali. L’obiettivo è avvicinare i bambini dai 7 ai 12 anni ai temi della città, del patrimonio, della rigenerazione urbana e della sostenibilità, condividendo con loro – e con insegnanti e famiglie – il patrimonio scientifico e culturale dell’ateneo.
Come nasce il vostro progetto e qual è la sua storia?
Abbiamo aderito a un’iniziativa già attiva a livello nazionale, nata a Favara grazie a due figure illuminate, Andrea Bartoli e Florinda Saieva. La loro città viveva problemi sociali e un grave deficit di qualità dello spazio pubblico e dell’architettura. Un crollo che coinvolse dei bambini, dovuto alla cattiva costruzione degli edifici, fu la scintilla che li spinse a reagire. Da lì è nato Farm Cultural Park, un progetto di rigenerazione dal basso di alcuni isolati, portando cultura, arte e architettura in un contesto che ne era privo. Da quell’esperienza è nato anche il format di una scuola di architettura per bambini, al quale abbiamo aderito come gruppo di ricerca.
Vi occupavate già di edilizia scolastica?
Sì. Come Università Politecnica delle Marche, con il gruppo di ricerca H4HH – Hub for Heritage and Habitat, lavoriamo da anni sul tema dell’edilizia scolastica. Abbiamo condotto ricerche nazionali, pubblicazioni e studi sulla qualità degli spazi della formazione. L’edilizia scolastica italiana è in gran parte obsoleta: le norme risalgono al 1975. In quasi sessant’anni è cambiato tutto, tranne il modo in cui costruiamo le scuole. I bambini passano molte ore in luoghi che non sono stimolanti né adeguati.
Come siete passati dalla ricerca accademica a un progetto rivolto ai bambini?
La cosiddetta “terza missione” dell’università ci spinge a portare la ricerca fuori dagli atenei. Negli anni abbiamo organizzato mostre e attività pubbliche, coinvolgendo studenti e cittadini. I laboratori con i bambini nascono in questa dimensione di divulgazione ma e si sono rivelati estremamente fertili nella produzione di innovazione nella ricerca: i bambini, anche molto piccoli, riescono a superare le nostre aspettative e a proporre idee sorprendenti.
Avete notato inclinazioni particolari nei bambini, magari legate al loro background?
Non dipende dal contesto familiare. Come con gli studenti universitari, riconosciamo subito chi ha un approccio più ingegneristico, logico, e chi invece è più visionario, più architetto. Molti genitori ci dicono che nei nostri laboratori i bambini trovano uno spazio che a casa non hanno. Questo per noi è un motivo di orgoglio.
Che rapporto hanno i bambini con la loro città? Sono consapevoli degli spazi che li circondano?
In realtà no: conoscono il quartiere, il tragitto casa–scuola, ma non hanno una visione complessiva della città. Per questo, all’inizio di ogni lezione, mostriamo esempi virtuosi: parchi urbani, scuole trasformabili, strade riconvertite. Sono cose che non sanno di poter desiderare finché non le vedono.
Che cosa chiedono i bambini per le loro città?
Chiedono soprattutto spazi di gioco e spazi sicuri. Percepiscono già la poca sicurezza delle strade e degli ambienti che frequentano. Vorrebbero luoghi dove essere autonomi, senza il controllo costante degli adulti, e ambienti capaci di adattarsi alle loro esigenze. Ricordiamoci che gli spazi per bambini sono progettati da adulti, che spesso dimenticano quali siano le loro vere necessità.
Parlare ai non addetti ai lavori è difficile? Dovete adattare il linguaggio?
Con i bambini meno di quanto si pensi: sono ricettivi e curiosi. Con gli adulti bisogna fare attenzione a non banalizzare la ricerca. Un ambiente scolastico non è “bello” solo perché colorato: ci sono parametri tecnici importanti. L’architettura è una disciplina per la cittadinanza, non per gli specialisti: il linguaggio deve essere chiaro e inclusivo.
Dopo i laboratori, c’è una ricaduta concreta sulla città?
Siamo ancora all’inizio. Il progetto è su base volontaria, portato avanti da un gruppo di ricerca che, in teoria, dovrebbe occuparsi d’altro. L’amministrazione comunale ha inserito la scuola in una richiesta di finanziamento per renderla più stabile. Il nostro obiettivo è seminare la domanda di architettura: la capacità di riconoscere la qualità e quindi di richiederla.
Cosa intendete per “domanda di architettura”?
La nostra società ha perso la capacità di riconoscere la bellezza. Si dà per scontata quella del passato, ma non la si sa riconoscere nel presente. Viviamo in luoghi dove la qualità non è al primo posto: spesso prevale l’economicità. Se un bambino cresce in una scuola brutta, quella diventa la norma. Non saprà chiedere qualcosa di meglio. Noi vogliamo seminare la capacità di riconoscere la qualità, e quindi di domandarla.
I bambini di oggi hanno una sensibilità ecologica più sviluppata rispetto alle generazioni precedenti?
Assolutamente sì. Per loro il riciclo è naturale. In un laboratorio mancavano i cestini della differenziata e non volevano buttare la plastica con la carta. Abbiamo portato questa sensibilità nel mondo dell’edilizia: materiali riciclati, riuso, efficienza energetica. L’industria delle costruzioni è una delle più inquinanti: è fondamentale che capiscano come si può cambiare.
Come leggete il degrado urbano e gli “ecomostri” che vediamo nelle nostre città?
Negli anni Settanta si è costruito troppo e male, abbandonando parti storiche per inseguire un’idea di modernità infinita. Oggi molte periferie sono dentro i centri. Serve una coscienza collettiva capace di riconoscere il valore degli spazi da rigenerare e di partecipare ai processi di trasformazione.
Avete coinvolto anche un pubblico adulto? Che differenze avete notato?
Sì, abbiamo organizzato un ciclo di incontri paralleli con gli stessi ospiti che lavoravano con i bambini. Il pubblico adulto è più freddo: il feedback arriva dopo. I bambini invece reagiscono subito, interagiscono, fanno domande. Gli ospiti preferiscono sempre la parte con loro.
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Anna Spena
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