30 giugno 2026 – ore 14:30 – Premessa – Mentre l’ondata di caldo attraversa l’Europa, in relazione al conflitto in Ucraina stiamo assistendo a un ennesimo imbarbarimento delle relazioni diplomatiche, a un pericoloso irrigidimento delle posizioni della Russia, a una generale incertezza strategica da parte americana, a un continuo deterioramento delle relazioni tra Kiev e Varsavia e a un ondivago atteggiamento dei leader europei, senza dimenticare le garbate e diplomatiche sferzate lanciate dal Cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, ai “grandi della Terra” all’apertura della seconda sessione del Concistoro straordinario a Roma. Oggi tratteremo questi argomenti, seppur brevemente, perché esprimono perfettamente il momento storico che stiamo vivendo, dove l’incertezza generale, lo sgretolamento continuo delle relazioni tra Stati, la crescita della diffidenza reciproca tra grandi potenze e la diffusa e pervasiva propaganda sembrano continuamente sommarsi al continuo richiamo occidentale, e non solo, alla “guerra giusta”. Il tutto, ovviamente e sapientemente sostenuto dal consueto falso perbenismo, intriso di politically correct, spargendo ovunque valanghe di grassa ipocrisia, mentre si nascondono i rischi concreti di possibili futuri conflitti, accettando, contestualmente, con estrema nonchalance, le montagne di cadaveri che, mentre si discute, continuano ad accumularsi nel crudele e assurdo teatro di guerra ucraino, nei dimenticati territori africani e nel martoriato Medio Oriente.
Kiev e Varsavia – una crisi politico-diplomatica seria
Davanti alle continue celebrazioni fortemente volute da Zelensky, inneggianti agli eroi dell’UPA (Esercito Insurrezionale Ucraino) e dell’OUN (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini), la reazione polacca non si placa. Queste formazioni paramilitari, filonaziste e antisovietiche, durante il secondo conflitto mondiale furono complici dell’Olocausto e autrici di immani eccidi nella Volinia e nella Galizia, in cui sarebbero stati uccisi 100 mila polacchi.
In tale contesto, gran parte dei media europei e americani sta cercando di minimizzare la portata storica di questi tragici eventi, annacquando abilmente le narrazioni scomode e ponendo l’attenzione prevalentemente, se non esclusivamente, sul ruolo svolto da queste formazioni paramilitari ucraine a difesa dell’indipendenza del popolo ucraino contro l’oppressione sovietica.
Lo definiscono “un capitolo doloroso e oscuro”, che tuttavia “non deve in alcun modo mettere in discussione la cooperazione bilaterale contro il comune nemico”, identificato, ovviamente, nella Russia.
Abbiamo già trattato questo argomento, per cui tralascio volutamente i dettagli relativi alla nota decisione del presidente polacco Karol Nawrocki di revocare a Zelensky il prestigioso Ordine dell’Aquila Bianca, conferitogli nel 2023.
Tuttavia, altre ombre si agitano sui fronti opposti, ombre che stanno scuotendo i palazzi di Bruxelles: la Polonia si oppone all’adesione dell’Ucraina all’UE.
Il 29 giugno, il vice primo ministro e ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz, intervenendo a un programma televisivo, ha dichiarato che Varsavia non acconsentirà mai all’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea se Kiev continuerà a utilizzare l’OUN e l’UPA come simboli nazionali.
Il ministro ha voluto precisare più volte che la Polonia adotterà questa posizione di principio, non negoziabile, e insisterà fino a quando l’Ucraina non avrà abbandonato l’esaltazione dei leader dei movimenti ultranazionalisti ucraini.
In data odierna, 30 giugno, i media ucraini hanno riportato con estrema rilevanza questa netta presa di posizione polacca, senza tuttavia volerla commentare.
In tale contesto, tra il 29 e il 30 giugno, le maggiori testate specialistiche internazionali hanno riportato la notizia secondo cui la Polonia ha rifiutato di trasferire i promessi caccia MiG-29 all’Ucraina perché Kiev non avrebbe più intenzione di condividere con Varsavia la tecnologia dei suoi velivoli a pilotaggio remoto, i famosi droni.
La crisi tra Varsavia e Kiev si sta inasprendo, le diplomazie sono al lavoro, si cerca di mediare, ma le due posizioni, al momento, appaiono inconciliabili in assenza di fiducia.
https://foreignpolicy.com/2026/06/23/ukraine-russia-poland-zelenksy-history-nazis-world-war-two/
https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/06/30/8041702/
https://www.lettera43.it/polonia-rifiuta-trasferire-caccia-mig-29-ucraina-crisi-zelensky-bandera/
https://kyivindependent.com/ukraine-backed-off-from-migs-for-drones-deal-polish-minister-claims/
Il pericoloso irrigidimento russo
Recentemente il ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergei Lavrov, in occasione di un incontro a Mosca con gli ambasciatori accreditati, ha voluto fare il punto sul conflitto in Ucraina, tracciando l’excursus storico della crisi, evidenziando le attuali principali criticità e ribadendo la strategia globale del Cremlino. Vi propongo unicamente alcuni brevi stralci, invitandovi a leggere il contenuto completo dell’intervento di Lavrov nel link in descrizione, perché in esso si palesa un chiaro irrigidimento delle posizioni di Mosca, prodromico, verosimilmente, a un pericoloso innalzamento del livello militare del conflitto.
Rapporti UE – Russia
Lavrov afferma, tra l’altro, che: “Nel 2021, ovviamente con il sostegno dell’Occidente, il regime ucraino si aspettava di risolvere il problema del Donbass con la forza, semplicemente conquistando i territori che avevano respinto l’ideologia nazista imposta dai golpisti, saliti illegalmente al potere. Allora suggerimmo che l’Occidente, la NATO e gli Stati Uniti avrebbero dovuto risolvere la fatale crisi di sicurezza europea così provocata per via diplomatica, attraverso l’adozione e la firma di due accordi volti a garantire un equilibrio nella sfera della sicurezza ed escludere il rischio di un conflitto armato diretto. A tal proposito, abbiamo proposto l’adozione di garanzie reciproche e giuridicamente vincolanti per questi accordi. Le nostre proposte sono state respinte con arroganza. Ci hanno detto che la Russia non aveva voce in capitolo sull’ammissione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica.
Oggi, il Regno Unito e i Paesi dell’Unione Europea continuano a rifornire il regime di Kiev di armi e denaro, assecondando al contempo le sue azioni apertamente terroristiche. Si sono spinti fino a giustificare qualsiasi atto criminale del regime di Kiev. Pertanto, accusano la Russia di essere coinvolta nelle ripetute violazioni dei confini dei Paesi dell’UE da parte di droni ucraini, compresi droni da combattimento carichi di esplosivo che potrebbero avere conseguenze tragiche. Nella loro dichiarazione del 19 giugno 2026, i membri del Consiglio europeo (che si è riunito di recente) hanno apertamente riconosciuto la piena responsabilità della Russia per tutte le conseguenze, tenendo presente che i droni da combattimento ucraini sorvolano il territorio dei Paesi dell’UE e vi precipitano. Lo stesso documento rileva che l’Europa dovrebbe svolgere un ruolo chiave nella futura risoluzione del conflitto tra Russia e Ucraina. Si può solo ipotizzare a quale ruolo si riferiscano, dato che un dibattito disorganizzato è già in corso sui media.
A seguito della suddetta riunione del Consiglio europeo, il suo presidente Antonio Costa ha osservato che non era ancora il momento opportuno per avviare colloqui con la Russia, ma che l’UE necessitava di un canale diplomatico per comunicare con Mosca, come se non ci fossero rappresentanti della Commissione europea e ambasciatori di tutti i Paesi dell’UE a Mosca. Secondo Emmanuel Macron, l’UE non può, a priori, agire da mediatore perché sostiene l’Ucraina e ha imposto sanzioni alla Russia. Che questa informazione rimanga sulla coscienza di Parigi, che sembra incline a richiedere contatti discreti con Mosca (ovviamente all’insaputa di Bruxelles e di altri e senza alcuna autorizzazione), mentre ad Antonio Costa è vietato farlo.
Questo non significa che siamo estremamente interessati ad avere questi contatti. Sappiamo quanto valgono. Volevo solo darvi un’idea di come l’Unione Europea sviluppa le sue politiche e se le sue continue dichiarazioni sulla necessità che la Russia si sieda al tavolo dei negoziati possano e debbano essere prese sul serio. Fingono di essere disposti a dialogare, mentre è la Russia a non volerlo. Allo stesso tempo, vogliono avere mano libera nel decidere quando questi colloqui avranno luogo. È tutto un gran pasticcio. Preferirei non menzionarlo, soprattutto considerando che Vladimir Zelensky ha insistito per avere dei colloqui ponendo condizioni totalmente irrealistiche, che possono essere considerate offensive e denigratorie non solo per Mosca, ma anche per i suoi alleati europei. Proprio l’altro giorno ha affermato che l’Europa doveva pensare a un quadro negoziale e offrire diverse opzioni, dicendo che sarebbe spettato a Kiev decidere chi sarebbe stato il negoziatore dell’UE. Credo che non ci sia bisogno di commentare.
Anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è intervenuta sulla questione, affermando che l’UE deve prepararsi ad avviare colloqui con Mosca. Allo stesso tempo, si è espressa a favore di un’intensificazione delle pressioni sul nostro Paese attraverso le sanzioni e ha accolto con favore il rinnovo delle restrizioni esistenti per un intero anno, anziché per una proroga di sei mesi.
Questi sono solo alcuni esempi per descrivere la posizione dell’Unione Europea e per dimostrare se sia seria o meritevole di attenzione.
Allo stesso tempo, l’Unione Europea persiste nella sua aspirazione di rappresentare l’intero Occidente, Stati Uniti compresi, sul conflitto ucraino in tutto ciò che fa, pensa, minaccia o promette. Nel frattempo, tutti i funzionari di Bruxelles e delle capitali europee che ho già menzionato, così come altri leader, concordano sul fatto che l’Europa non sarà un intermediario imparziale e continuerà a schierarsi dalla parte dell’Ucraina. Ci sono state persino dichiarazioni secondo cui gli europei continueranno a sostenere Kiev anche dopo la crisi. Ciò che vogliono è perpetuare questo regime.
Ucraina – NATO e Russia – USA
In tale cornice Lavrov ha dichiarato: “La dichiarazione rilasciata al recente vertice del G7 di Evian parla ancora una volta di sostegno incondizionato al regime di Kiev, di assistenza per il rafforzamento delle capacità militari di Kiev, di ampliamento delle forniture di armi occidentali e di intensificazione della pressione sanzionatoria sull’economia del nostro Paese. Parole come “pace” o “accordo” non sono comparse nella dichiarazione. In una conferenza stampa tenutasi dopo l’incontro, il presidente Macron ha parlato a lungo del consolidamento globale del G7 basato su approcci antirussi. Si è anche rallegrato del fatto che a Evian l’Europa sia riuscita a convincere Donald Trump che gli accordi raggiunti in Alaska nell’agosto del 2025 fossero un errore e a fargli cambiare posizione. In altre parole, si è vantato di aver presumibilmente deviato il presidente degli Stati Uniti dalla via della pace e di averlo indirizzato verso la guerra. Allo stesso modo, nonostante le molteplici dichiarazioni di Donald Trump secondo cui l’Ucraina non dovrebbe essere coinvolta nella NATO, il Segretario Generale della NATO Mark Rutte continua a insistere sul fatto che le porte dell’Alleanza rimangono aperte a Kiev.
In un momento in cui le forze ucraine perdono terreno ogni giorno sul campo di battaglia, l’Europa scommette sulle tattiche apertamente terroristiche del regime di Zelensky, compresi gli attacchi in profondità nel territorio russo contro obiettivi civili, come edifici medici, condomini, dormitori studenteschi e persino bambini, nella speranza di seminare malcontento e panico tra la nostra gente e di dividere la società russa. Lo vediamo benissimo. Il vero obiettivo dell’Occidente, dietro gli appelli al dialogo, è salvare il regime di Zelensky e preservare l’Ucraina come trampolino di lancio per combattere la Russia. Per questo motivo chiedono un cessate il fuoco immediato. Il loro scopo è fermare l’avanzata russa e, ancora una volta, proprio come fecero durante il periodo di Minsk, guadagnare tempo per rifornire di armi il regime di Kiev e schierare forze di occupazione con un mandato anti-russo sul territorio sotto il suo controllo, sotto la bandiera della coalizione dei volenterosi.
Le strategie NATO e russa a confronto
Descrivendo gli scenari globali, Lavrov ha affermato che: “L’Occidente sta cercando aggressivamente di stabilire il controllo sullo sviluppo delle vie energetiche e di trasporto in Asia centrale e nel Caucaso meridionale. La Francia sta tentando di indebolire i governi che perseguono politiche nazionali indipendenti nel Sahel e in altre parti dell’Africa. In tal modo, Parigi si affida non solo a separatisti e gruppi terroristici locali, ma anche, e in misura crescente, a militanti ucraini che hanno deciso di aprire un “secondo fronte” contro la Russia in Africa.
Nell’Asia orientale, dove fino a poco tempo fa tutte le parti riconoscevano il ruolo centrale dell’ASEAN e i meccanismi di partenariato inclusivo costruiti attorno all’Associazione, stanno ora emergendo blocchi chiusi a orientamento militare sotto forma di vari raggruppamenti trilaterali e quadrilaterali, alcuni dei quali prevedono persino una componente nucleare.
La NATO sostiene già che, nonostante l’obiettivo di difendere il territorio degli Stati membri sancito dal Trattato del Nord Atlantico, l’Alleanza abbia il diritto di governare l’intero continente eurasiatico, presumibilmente perché le minacce alla NATO provengono attualmente dal Mar Cinese Meridionale, dallo Stretto di Taiwan, dal Sud-Est e dal Nord-Est asiatico. Il quadro è complesso: tentativi di assorbire l’intero continente eurasiatico a partire da ovest, la preservazione del regime nazista in Ucraina con ulteriori minacce alla sicurezza russa che emergono tutt’intorno, la coercizione di altri Stati post-sovietici affinché seguano la linea occidentale e aderiscano alle sanzioni, fino alla promozione della cosiddetta strategia indo-pacifica nella parte orientale del continente, con l’obiettivo dichiarato di dissuadere Cina e Russia.
Noi contrastiamo questa linea con un concetto di architettura di sicurezza e cooperazione pancontinentale, un’architettura aperta a tutti i Paesi eurasiatici senza eccezioni. La questione è stata discussa al recente vertice Russia-ASEAN di Kazan. La Russia e gli altri Paesi che condividono posizioni simili non impongono nulla a nessuno. Proponiamo semplicemente un dialogo serio su tutti i problemi e i conflitti che interessano questo vasto continente.
Quale posizione alla fine prevarrà — la sottomissione a un unico centro o il lavoro collettivo e la ricerca di un equilibrio di interessi — è una questione da cui, senza esagerare, dipende il futuro dell’ordine mondiale.
La Russia e i suoi partner nella CSI, nella CSTO, nell’UEE e nella SCO, così come altri gruppi regionali, scelgono decisamente il dialogo, rimanendo fedeli ai principi della Carta delle Nazioni Unite, elaborati dopo la schiacciante sconfitta del nazismo e del militarismo nella Seconda guerra mondiale. Non dobbiamo permettere la rinascita di quelle forze del male che l’hanno scatenata. La maggioranza globale deve rendersi conto della propria responsabilità in questo senso, proteggere la Carta delle Nazioni Unite e impedire qualsiasi tentativo di arrestare l’oggettivo processo storico di formazione di un giusto ordine mondiale multipolare.
In conclusione, vorrei sottolineare che, nonostante tutti gli intrighi orditi dalle élite europee e dai loro alleati a Kiev, tutti gli obiettivi dell’operazione militare speciale saranno raggiunti. È necessario garantire l’effettivo status di neutralità, non allineamento e non nucleare dell’Ucraina. Questo è lo status formalizzato nella sua Dichiarazione di Sovranità Statale, e lo status con cui la Russia e altri Paesi hanno riconosciuto l’Ucraina come Stato.
È necessario garantire l’abolizione delle leggi discriminatorie contro la lingua russa e la Chiesa ortodossa canonica, e riconoscere la nuova realtà geopolitica conseguente alla libera espressione della volontà della popolazione di Crimea, Donbass e Novorossiya.
Nel suo intervento al 29° Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, il Presidente Vladimir Putin, su richiesta dei giornalisti, ha commentato il famigerato e odioso messaggio di Vladimir Zelensky. Invece di rivolgersi all’illegittimo capo della giunta di Kiev, si è rivolto ai soldati e ai comandanti russi in prima linea. Ha detto: “L’intero Paese vi osserva. L’intero Paese è orgoglioso di voi e ripone in voi le sue speranze. Continuate così, fratelli!”.
https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2121604/
Fernández e le contraddizioni dell’Europa
Dialogando con studenti, sono solito ricordare loro che la nostra Italia, spesso senza rendercene conto, riveste un ruolo decisamente più importante di quanto possiamo percepire, sia sotto il profilo geostrategico, sia in termini di relazioni politico-diplomatiche privilegiate e uniche. In tale contesto, non dimentico mai di ricordare che viviamo “insieme” a uno Stato, lo Stato Vaticano, che, pur non disponendo di divisioni, ricordando la famosa espressione di Stalin rivolta a Churchill pronunciata sul finire della Seconda guerra mondiale, da oltre 2000 anni esercita un potere infinitamente più elevato degli altri: quello della “parola”, del “verbo”, della morale cristiana, in piena libertà, senza mai doversi inchinare al “potente” di turno.
Non certo casualmente, alcuni giorni orsono ho voluto ricordare le lontane vicende che definirono i rapporti tra Napoleone Bonaparte e Papa Pio VII, cercando di illustrare il significato politico e diplomatico delle famose espressioni pontificie del “Non debemus, non possumus, non volumus”.
Come spesso accade, le parole pronunciate il 26 giugno u.s. dal cardinale Víctor Manuel Fernández, argentino, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, in occasione dell’apertura della seconda sessione del Concistoro straordinario promosso dal Pontefice Leone XIV a Roma, stanno scuotendo le cancellerie occidentali e non solo.
Cosa avrà mai detto di tanto sconvolgente il cardinale Fernández da suscitare così aspre reazioni in Europa e negli USA?
Lo comprendiamo perfettamente e senza alcuna difficoltà dopo aver letto l’intervento che vi propongo, edito da Vatican News.
Leggiamo insieme:
“Accogliere l’invito contenuto nell’enciclica Magnifica humanitas a “superare la teoria della guerra giusta”; guardare alla forte trasformazione “culturale” che facilita lo scoppio di nuove guerre grazie anche alle risorse potenziate dall’intelligenza artificiale; ribadire che la Chiesa è estranea agli interessi elettorali, “non ricorre alla violenza verbale e non reclama privilegi” ma difende la dignità umana. Sono alcuni dei concetti espressi il 26 giugno a Roma, all’apertura della seconda sessione del Concistoro straordinario, dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede. Una riflessione profonda intorno alla “cultura della potenza”, al centro del capitolo V dell’enciclica di Papa Leone.
Il primo punto su cui insiste il cardinale riguarda la diffusione di una cultura globalizzata che coinvolge anche chi è lontano dalla guerra, ma che “è orientata verso una certa passività di fronte ai progressi sfrenati di alcune forme di potere, non da ultimo anche grazie alle nuove risorse comunicative enormemente potenziate dall’intelligenza artificiale”.
La guerra giusta
Il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede si sofferma poi sulla manipolazione della Dottrina Sociale della Chiesa, che viene usata per dare fondamento teorico alle guerre più ingiuste; “invece di fermare le guerre, aiuta a giustificarle”. Anche il concetto di legittima difesa viene invocato nelle cosiddette “guerre preventive” ma, per il Catechismo della Chiesa Cattolica, i confini sono chiari: un danno durevole causato dall’aggressore; che tutte le strade percorse si siano rivelate inefficaci; che una guerra non si prosegua indefinitamente solo per evitare un’ingiustizia; che ci sia una “proporzionalità” tra l’attacco ricevuto e la risposta difensiva con i suoi effetti.
Gaza e Libano, distruzione totale
Richiamando la Gaudium et Spes, il cardinale Fernández sottolinea che “la distruzione di intere città non può essere considerata un’azione difensiva proporzionata”. Cita in proposito “l’enorme sproporzionalità degli interventi militari a Gaza e nel sud del Libano”, ricorda “l’enorme numero di bambini uccisi (in una proporzione molto più alta rispetto ad altri Paesi in guerra) e il numero di case bombardate”, che “ci permettono di parlare di distruzione totale”.
Il concetto di legittima difesa
In questo contesto si è dimenticato il diritto internazionale umanitario e si assiste a una “normalizzazione della guerra” ma anche, si legge nell’enciclica, alla “preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale”, con una grave “perdita della memoria storica”. In tal senso, le guerre preventive “invocano unilateralmente possibili – non provate – azioni preparatorie di aggressioni esterne”; questo giustifica quanto “continuiamo a vedere a Gaza, in Libano, in Ucraina, e anche in altri luoghi”. Va dunque rivisto il concetto di legittima difesa, come quello di guerra giusta.
Svalutare l’avversario
Nella riflessione del prefetto Fernández ampio spazio è dedicato al problema “culturale” della potenza. Viene denunciata una battaglia culturale, “un lavoro meticoloso, capillare e globale che porta a relativizzare tutto e che quindi finisce per dare ampia libertà ai leader violenti”; da qui la sollecitazione a fare attenzione a tre cose che i vescovi non possono accettare. La prima riguarda il costante ricorso alla squalifica di chi la pensa diversamente e la costruzione di paure e risentimenti che preparano il terreno a nuovi conflitti. “Violenza, cinismo e dispettosi attacchi verbali da parte dei leader politici, in alcuni Paesi, hanno raggiunto – evidenzia il cardinale – livelli inimmaginabili poco tempo fa”.
L’incoerenza dell’Europa
Altro punto su cui fare attenzione è il considerare la pace e il dialogo “come posizioni utopiche o irrazionali”; per questo le persone si abituano alla violenza politica e alla guerra, che così diventa necessaria. “A volte anche i vescovi cadono in questa trappola per non essere trattati da ingenui”; infine, l’incoerenza come strategia. “Se un Paese è nemico, viene condannato come antidemocratico e sanzionato in vari modi, ma, se è un Paese alleato, si ignora che in esso non ci sono libertà di espressione, diritti umani o democrazia”.
Il riferimento è ai leader fortemente criticati nel mondo, ma anche all’Unione Europea, che applica sanzioni economiche a un Paese e invia aiuti di denaro e armi a un altro. Contraddizioni che nascono in nome della convenienza e che comportano una mancanza di un reale e stabile contesto di verità e valori.
La Chiesa estranea agli interessi elettorali
“La buona notizia in questo panorama oscuro – afferma il cardinale Fernández – è che oggi si apre uno spazio nuovo e insolito per la Dottrina Sociale della Chiesa. Il nostro insegnamento sociale, in verità, ha un’integrità, un’armonia e una coerenza che non si trovano nella politica, nelle proposte ideologiche o in altri settori della società”. Il messaggio del Vangelo si oppone alla guerra, è dalla parte dei fragili, è per la vita; pertanto “la Chiesa è estranea agli interessi elettorali, non ricorre alla violenza verbale e non reclama privilegi. Proclama sempre l’amore salvifico di Cristo, ma non lo separa mai dalla costante difesa della dignità umana in ogni circostanza”. In conclusione, il messaggio è rivolto alla Chiesa in generale. “Se stiamo attenti a non cedere alla cultura del potere – sottolinea il prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede – e se ci sforziamo di alimentare la cultura alternativa della fraternità e del bene comune. Solo così sarà possibile la piena inculturazione del Vangelo nei nostri Paesi e nei nostri tempi”.
Conclusione
In un momento storico di tale delicatezza e profonda incertezza, tutti coloro che ricoprono ruoli di responsabilità e di guida dovrebbero essere chiamati a riflettere solennemente davanti alle parole, ai valori e ai concetti espressi dal cardinale. Tali principi, infatti, al di là del credo, parlano a tutti noi, ma soprattutto di ognuno di noi. Lo dobbiamo a noi stessi, ai nostri figli e a ciò che tramanderemo di noi, nessuno escluso.
⸻
Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di cinque saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; “Un altro mondo” (2025) e “Ultimo Miglio” (2026), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
Articolo di Stefano Silvio Dragani
#Adessonews seleziona nella rete articoli di particolare interesse.
Se vuoi leggere l’articolo completo clicca sul seguente link
Stefano Silvio Dragani
Source link







