Intervista alla curatrice Luigia Lonardelli


Nel 2024 cadeva il 700° anniversario della morte di Marco Polo. Per celebrarlo, ripercorrendo il suo viaggio, l’Archivio Storico della Biennale di Venezia – Centro Internazionale della Ricerca sulle Arti Contemporanee ha dato il via a È il vento che fa il cielo. La Biennale di Venezia sulle orme di Marco Polo, un progetto a cura di Luigia Lonardelli che ora è arrivato a Ulaanbaatar, la capitale mongola, con la mostra Dove corrono splendidi cavalli. Come spiega Pietrangelo Buttafuoco, Presidente della Biennale, “la tappa in Mongolia assume particolare significato, se si pensa che lo straordinario e leggendario viaggio di Marco Polo coincide con la gloriosa Pax Mongolica, un periodo ancora oggi vivo e celebrato nella memoria contemporanea”.

Cevdet Ere, Dolgor Ser-Od, Luigia Lonardelli e Baatarzorig Batjargal all’inaugurazione di “Dove corrono splendidi cavalli”. Ph: Odgerel Ba. Courtesy La Biennale

La mostra “Dove corrono splendidi cavalli”

Quella in Mongolia è la quinta tappa del percorso e arriva dopo quelle di Hangzhou, Venezia, Istanbul e Nuova Delhi. Fino al 20 luglio nel Museo Zanabazar di Ulaanbaatar saranno visibili i lavori di Baatarzorig Batjargal e Dolgor Ser-Od, in un raffinato e costante dialogo con le collezioni del museo. Negli spazi esterni, davanti al suo ingresso, un’installazione itinerante introduce il progetto. Per farci raccontare i dettagli di questa complessa mostra-viaggio e il lavoro dei due artisti mongoli selezionati, abbiamo parlato con la curatrice Luigia Lonardelli.

Intervista a Luigia Lonardelli

Vorrei partire dal titolo della mostra: Dove corrono splendidi cavalli è tratto da una poesia di Dashdorjiin Natsagdorj e richiama l’immaginario della steppa. Che ruolo ha avuto il paesaggio mongolo nella costruzione della mostra?
La suggestione del titolo è stata una delle prime cose che mi hanno indicato la via, che mi hanno permesso di trovare una specifica strada in Mongolia. Durante il primo viaggio che ho fatto qui, quasi un anno e mezzo fa, ho iniziato a guardare gli spazi espositivi senza concentrarmi sulla selezione degli artisti. Poi, ho fatto un viaggio fuori da Ulaanbaatar, nella steppa intorno alla città e in Siberia meridionale, sul lago di Hôvsgôl. La sensazione che ho avuto è che non avevo davanti un paesaggio – che è quello a cui siamo abituati come italiani, perché c’è sempre qualcosa che è stato domesticato ed educato allo sguardo –, ma per la prima volta vedevo la natura. Questo spiega anche il sentimento di adorazione degli elementi naturali da parte del popolo mongolo: il cielo, la terra, il fuoco, l’acqua, sono elementi che difficilmente possiamo vedere nella loro potenza primigenia attraverso lo sguardo occidentale.

In che modo la poesia di Natsagdorj racchiude tutte queste sensazioni?
Parallelamente ai viaggi, ho iniziato a leggere la poesia e la letteratura mongola, rimanendo colpita da questa specifica poesia che è molto amata. Parla della terra, del rapporto con la libertà, del rapporto con la natura ed elenca i vari paesaggi che ci sono in Mongolia, che è un paese estremamente vario – si va dal deserto alle montagne. Il poeta racconta la possibilità di essere in relazione con se stessi e con la natura che ci sta intorno. È un sentimento di libertà ed è il sentimento che avevo individuato negli artisti mongoli: la possibilità di trovare una propria maniera di stare nel mondo contemporaneo con un linguaggio peculiare. Per questo motivo, quando ho letto il verso di Natsagdorj, ho pensato che potesse dare il senso di questo afflato continuo di libertà, che è fortissimo nella ricerca artistica contemporanea a Mongolia.

In che modo la tappa di Ulaanbaatar modifica o arricchisce il significato complessivo di È il vento che fa il cielo?
Il progetto, come suggerito nella domanda, prosegue nel tempo e nello spazio, arricchendosi, e in questo senso, è un format veramente specifico. Ci siamo dati anche la libertà di poter modificare il “modello” in ogni occasione, cioè di poter essere in un certo luogo e in un certo tempo in una maniera sempre specifica. Ogni tappa arricchisce la precedente, e probabilmente in questo momento la Mongolia sta arricchendo anche i miei pensieri rispetto alla tappa successiva. È una semplice metafora del concetto di viaggio, ma anche del poter divenire attraverso la trasformazione, attraverso ogni passaggio.

La Mongolia occupa un posto speciale anche nel viaggio di Marco Polo…
Per me questa tappa segna un punto, il punto in cui per un po’ di tempo Marco Polo si è fermato. Marco Polo in questo progetto agisce come simbolo di un desiderio di conoscenza e la conoscenza può trovare un momento di pausa – ma, poi, come Marco Polo, ha bisogno di riprendere il viaggio. Per me questa tappa significa anche dare degli appigli rispetto ad alcune ricerche fuori canone dal punto di vista occidentale, dando la possibilità ai nostri occhi di vedere in maniera diversa.

Come ha scelto i due artisti in mostra, Baatarzorig Batjargal e Dolgor Ser-Od?
L’individuazione degli artisti non è stata semplicissima, perché la Mongolia è un paese molto piccolo in termini di popolazione, ma ha una grandissima tradizione di formazione artistica. Quindi, trovare degli artisti all’interno della corrente che volevo mettere in luce – che è la corrente Mongol Zurag – non è stato facile, anche perché c’è un forte concetto di scuola qui. Da noi il romanticismo ci ha portato a individuare l’autore come autorialità singola, mentre qui questo concetto non esiste: gli artisti fanno parte di scuole e imparano la tecnica. Baatarzorig Batjargal e Dolgor Ser-Od mi hanno colpito proprio per le loro capacità tecniche, ma con una loro soggettività sia come autori, sia come scelta dei soggetti.

Nel definire i lavori di Baatarzorig Batjargal e Dolgor Ser-Od lei parla di “segni di interpunzione” all’interno di una lunga narrazione culturale. Come ha costruito il dialogo tra le loro opere e la collezione del Museo Zanabazar?
Non mi piace dividere la storia in settori: noi abbiamo degli occhi contemporanei, perché sono esistenti in questo momento, ma facciamo parte di un flusso continuo. In mostra c’è Dense Population, un’opera molto grande di Dolgor Ser-Od che è una vecchia visione di Ulanbataar, con una prospettiva a volo d’uccello, uno dei linguaggi tipici della pittura Mongol Zurag. Nelle altre sale del museo vediamo opere “simili”, perché la tecnica non segue un processo di successione storica come siamo abituati nel canone occidentale della storia dell’arte – qui è un qualcosa che viene tramandato come capacità, diventando una possibilità di linguaggio. Per noi è difficile abbandonarci all’idea di non trovare differenze tra un’opera dell’Ottocento e una di oggi, ma è un esercizio che dobbiamo provare a fare. Questo museo è stato scelto anche per questo: ho visto molti musei in Mongolia e mi sembrava giusto dare la possibilità a spazi espositivi che resistono, dare una possibilità al poter esporre le cose in una maniera assolutamente specifica del territorio.

Il museo è dedicato a Zanabazar: artista, monaco buddhista, viaggiatore. Proprio in questa sua tensione verso il viaggio emerge anche una suggestiva sovrapposizione con la figura di Marco Polo, che conferma la centralità dello spostarsi in questo progetto…
Sì, c’è una suggestione che non ho esplicitato, perché ci sono questioni che a volte rimangono solo nella mente. Zanabazar è un’artista vissuto tra il Seicento e il Settecento, ha fatto da guida spirituale, ha vagato, ha fondato un sacco di monasteri; Marco Polo aveva 17 anni quando è partito. È certamente molto difficile per noi capire i viaggi di persone così lontane, ma penso che la vertigine del potersi riconoscere rimanga sempre. C’è sempre quel desiderio folle di conoscenza e che io riconosco in ogni tappa di questo progetto.

Il progetto si sviluppa anche fuori dal museo, con un’installazione nella piazza. Ce ne parla?
È un’installazione disegnata dall’artista turco Cevdet Erek che si chiama Amfibio e che abbiamo usato per quattro giorni nel programma di reading in collaborazione con la Mongolian Writers’ Union. Non mi piace definirla opera: è un’architettura, una struttura, un qualcosa che si modifica a seconda delle tradizioni locali. Qui in Mongolia è come un palco e i giunti tra gli elementi sono fatti seguendo le usanze della carpenteria locale: è un grande lavoro di traduzione tecnica. In generale, il nostro lavoro è anche un lavoro di carpenteria: è fare in modo che le cose avvengano, e avvengano in ogni luogo. La struttura di Erek è sempre riconoscibile perché c’è un modulo di design di base, ma viene modificata di volta in volta. È completamente pubblica, è in mezzo alla strada, per cui le persone possono farci quello che vogliono. Ogni volta Amfibio accoglie nuove voci e nuovi suoni, ed è un po’ questo il senso di tutto il progetto: rimanere riconoscibili mentre si cammina e modificarsi a seconda del luogo in cui si arriva.

Questo progetto nasce come iniziativa dell’Archivio Storico della Biennale di Venezia sotto la guida della sua responsabile Debora Rossi, ma si sviluppa in contesti culturali molto diversi. Che cosa le lascia, come curatrice, questo lavoro?
Partendo da Venezia, Venezia non è solo una città: è un modo di essere. Per esempio, si ritrovano tante Venezie in giro per il mondo, perché molte città si considerano un’altra Venezia – ci è successo ad Hanzhou, ci è successo a Istanbul. Venezia è una geografia che non corrisponde a una mappa, perché le geografie sono mentali, quindi, quello che mi rimane è il poter guardare alle cose senza passare dagli schemata dei geografi, ma poter guardare il contesto e i territori che abbiamo intorno, dando loro la possibilità di essere un’altra geografia.

Vittoria Caprotti

Ulaanbaatar // fino al 20 luglio 2026
Dove corrono splendidi cavalli. Baatarzorig Batjargal e Dolgor Ser-Od
MUSEO ZANABAZAR – Sambuu Street
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