le proteste invisibili del Sud Italia



Dal 1861 il Mezzogiorno e chi lo vive sono rimasti invisibili agli occhi del Governo. Oggi la miccia dell’insoddisfazione è esplosa: nel Sud dilaga una protesta che chiede cambiamento, rispetto della dignità dei lavoratori e un futuro per le nuove generazioni. 


Un fronte unico, ma eterogeneo

Da circa tre settimane agricoltori e autotrasportatori meridionali si stanno riversando sulle strade e autostrade del Sud Italia a causa dell’aumento insostenibile dei costi di produzione. Sebbene il Mezzogiorno appaia unito in un’unica grande mobilitazione, che sta coinvolgendo Puglia, Calabria, Sicilia, Campania e Basilicata, le ragioni della protesta, in realtà, sono molteplici. 

Il fattore scatenante è stato il forte aumento dei costi del carburante, che ha avuto ripercussioni immediate sugli autotrasportatori. Il caro-gasolio ha provocato presidi e rallentamenti lungo le principali arterie stradali, sollevando forti preoccupazioni per la tenuta della catena di approvvigionamento dei supermercati e per il trasporto dei beni deperibili. 

Al fianco degli autotrasportatori si sono schierati gli agricoltori, messi a dura prova dai rincari su gasolio agricolo, fertilizzanti, sementi ed energia per l’irrigazione. Nello specifico, i settori più colpiti sono ortofrutta, cerealicoltura, olivicoltura, allevamento e comparto lattiero-caseario. 

A questo quadro di tensione diffusa si è aggiunta la mobilitazione tra Napoli e Salerno, dove i lavoratori dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Tirreno Centrale sono scesi in piazza per protestare sull’organizzazione del lavoro e richiedere il rafforzamento organico delle attività nei porti campani. 

Infine, si sono uniti al dissenso collettivo anche i lavoratori dell’ex Ilva di Taranto, che chiedono garanzie sulla continuità produttiva, la tutela dei posti di lavoro dell’indotto e un piano di decarbonizzazione sostenibile. 

Una crisi di lungo corso

I rincari estivi del gasolio, dunque, sono stati solo il fattore scatenante: la rabbia che oggi anima le proteste ha radici ben più profonde ed estese. Ciò che manca davvero da decenni è il riconoscimento del lavoro di chi, ogni giorno, ci permette di avere un piatto in tavola, oltre a una tradizione agricola forte e una cultura enogastronomica riconosciuta in tutto il mondo. 

Con l’impatto della crisi climatica, gli agricoltori non sanno più a che santo votarsi, e si barcamenano tra eventi estremi ma opposti, siccità e alluvioni. A questo si aggiungono le pressioni dell’accordo commerciale UE-Mercosur e i continui rincari di gas e petrolio dettati dalle instabilità geopolitiche globali, che hanno spinto al rialzo i prezzi di produzione e ridotto al minimo i guadagni, annullando il margine di sopravvivenza degli agricoltori. 

A confermare questa tendenza sono i dati ISMEA di settembre 2026: i prezzi agricoli all’origine sono scesi del 3,5% su base annua, mentre i costi per i mezzi correnti di produzione sono cresciuti dell’8,4% (con rincari che arrivano all’11,4% per il frumento, al 7,2% per l’olivicoltura e al 6,4% per la frutta). Emblematico il caso dell’olio extravergine d’oliva, il cui prezzo medio all’origine è crollato a 4,81 €/kg (-49,4%) a fronte di giacenze nei frantoi aumentate del 46,7%. 

L’abbandono della terra

Tutto questo pesa soprattutto sul Mezzogiorno, perennemente dimenticato e intrappolato in un ritardo mai curato da Roma. Già nel 1971, Nanni Balestrini in Vogliamo tutto (Feltrinelli) scriveva che “nel Sud erano già dieci quindici anni che era cominciato. L’intervento Cassa le nuove industrie la campagna che deve essere industrializzata. E nei comizi che si sentivano allora si diceva che per il progresso nel mezzogiorno bisognava lavorare. Per una nuova dignità umana bisognava produrre” (p. 79). 

A questo quadro si aggiungono le voci di chi la campagna del Meridione la abita e la coltiva. Un’intervista condotta da Pietro Comito ad Antonio Mastroianni, titolare di un frantoio sulla costa calabrese, racconta di un paradosso amaro: la scelta sofferta di molti padri che stanno spingendo i propri figli ad abbandonare la terra di famiglia. Un distacco quasi mai spontaneo, che spezza un legame viscerale con la propria terra, la sua lavorazione e i suoi prodotti, portando il Sud a svuotarsi non solo di cibo, ma di anima e di persone. 

I dati del rapporto ISMEA del 2024 confermano questa testimonianza: la presenza dei giovani nelle aree prevalentemente rurali è calata dell’11% a livello nazionale, e ciò è avvenuto in misura preponderante nel Mezzogiorno (-9%). 

Questo processo di desertificazione umana e culturale non è frutto del caso, ma della graduale marginalizzazione della questione meridionale. Con quest’espressione, com’è noto, si fa riferimento a “l’insieme dei problemi posti dall’esistenza nel Mezzogiorno d’Italia dal 1861 sino a oggi di un più basso livello di sviluppo economico, di un diverso e più arretrato sistema di relazioni sociali, di un più debole svolgimento di molti e importanti aspetti della vita civile rispetto alle regioni centrosettentrionali” (Treccani).

Con la fine dell’intervento straordinario della Cassa per il Mezzogiorno e dell’AgenSud – soppresse rispettivamente nel 1984 e nel 1992 senza aver colmato il divario tra Nord e Sud – negli anni ’90 la questione meridionale è stata sorpassata da quella settentrionale, promossa dalla propaganda della Lega Nord, ed è così passata in secondo piano – per non dire scomparsa – dall’agenda politica del Paese.

L’indifferenza delle istituzioni

Oggi, la rimozione di queste problematiche dal dibattito politico si riflette tragicamente sul presente e sul futuro del territorio: da un lato, ne provoca lo spopolamento; dall’altro, si traduce in un silenzio mediatico su quanto accade da Roma in giù. In questi giorni sui social i post sugli scioperi e le manifestazioni sono quasi sempre accompagnati dalla stessa denuncia: “Nessuno ne parla”, un Leitmotiv con cui creator e utenti attaccano l’indifferenza dei media tradizionali. 

L’invisibilità è tale che un primo, breve servizio è apparso sulla rete nazionale solo dopo giorni di proteste. Dal canto loro, i partiti liquidano le agitazioni come il solito lamento meridionale, continuando a puntarsi il dito contro a vicenda e rimandando la discussione sul tema a fine mese, in modo miope e disinteressato. 

La risposta delle istituzioni all’estendersi dei blocchi è stata lenta e frammentata.

A livello locale, i primi segnali di mobilitazione sono arrivati dalle associazioni di categoria, come la Confederazione Italiana Agricoltori e la Coldiretti Campania, ma anche da rappresentanti della politica regionale, come Piero Marrese, consigliere regionale lucano, e Francesco Roberti, presidente della Regione Molise, allarmati dal rischio di un impatto irreversibile sulle regioni e sulle imprese agricole. 

Solo in un secondo momento il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha convocato per il 20 ottobre, presso la Prefettura di Milano, un tavolo di confronto con gli autotrasportatori, prospettando lo stanziamento di risorse per mitigare il caro gasolio. Un intervento che, tuttavia, ha diviso le opinioni dei sindacati, risultando nel complesso del tutto insufficiente.

Rimedi solo illusori

Le misure finora introdotte dalle istituzioni e dalle Regioni per calmierare i rincari di questa estate – dal credito d’imposta al 20% sul carburante, ai contributi regionali straordinari – si sono rivelate meri palliativi. Si tratta di risposte emergenziali che tamponano temporaneamente il costo del rifornimento, senza però agire sulle cause profonde che schiacciano il comparto agro-alimentare. 

L’attenzione istituzionale si è focalizzata quasi esclusivamente sull’emergenza carburante e sul settore dell’autotrasporto, lasciando ai margini le rivendicazioni strutturali dell’agricoltura, dal crollo dei prezzi all’origine, all’impatto dei trattati di libero scambio. 

Sebbene negli ultimi anni i governi abbiano tentato di intervenire sulla redditività agricola – confermando l’esenzione IRPEF per i coltivatori diretti, introducendo contratti di filiera pluriennali e attuando il decreto sulle pratiche commerciali sleali – questi strumenti continuano a scontrarsi con la dura realtà del mercato. 

Nel Mezzogiorno, le tutele contro la vendita sottocosto e le speculazioni della Grande Distribuzione Organizzata rimangono spesso sulla carta, smentite dal continuo crollo dei prezzi nei campi e dall’incapacità delle politiche agricole nazionali di redistribuire in modo equo le risorse della politica agricola comune europea (PAC).

Bloccare le strade o calpestare la dignità dei lavoratori: qual è il vero reato?

A completare il quadro è intervenuto il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida – idealmente il naturale interlocutore dei manifestanti, vista la natura del dissenso – che ha affidato la sua posizione a un post su Facebook: “Manifestare è lecito e degno di rispetto, ma bloccare le strade per impedire ai prodotti di essere distribuiti è un reato”. 

Anche Salvini ha commentato in modo simile: “Manifestare il proprio dissenso è sempre legittimo e degno di rispetto, farlo ostacolando la libertà altrui e soprattutto arrecando un inevitabile danno economico ad altri cittadini ed alle imprese, oltretutto, del proprio settore lo trovo inaccettabile”. 

Ma qual è la libertà in gioco quando a un intero settore viene negata la possibilità di vivere dignitosamente del proprio lavoro? Lo spostamento dell’attenzione politica dai prezzi agricoli al tema dell’ordine pubblico, tanto caro a questo governo, lascia irrisolti i nodi di fondo.

L’insoddisfazione dei lavoratori nei confronti di un governo del tutto cieco e lontano dalla realtà dei fatti è stata dimostrata da un gesto di aperta rottura: bruciare collettivamente fac-simili di tessere e schede elettorali. 

proteste sud italia
Fac-simili di tessere e schede elettorali bruciate in segno di protesta (Foto: Oreste Montebello).

L’articolo 1 della nostra Costituzione recita che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro: chiunque lo svolga andrebbe quindi ricompensato con dignità, non dimenticato o calpestato. Nessuno deve essere reso invisibile, tantomeno chi ogni giorno, col sudore della propria fronte, garantisce la fioritura materiale e culturale di questo Paese. Ignorare la protesta degli agricoltori meridionali è un atto di incoerenza e di mancato rispetto delle fondamenta stesse della nostra democrazia. 

Chiara Rapiti

L’immagine di copertina, come tutte quelle presenti nell’articolo, è stata realizzata da Oreste Montebello, che nelle ultime settimane con le sue fotografie sta fornendo una preziosa testimonianza delle mobilitazioni nel Sud Italia, in particolare a Davoli, in provincia di Catanzaro.


“Nessuno ne parla”: l’invisibile protesta che sta infiammando il Mezzogiorno è un articolo di Chiara Rapiti. Clicca qui per leggere altri articoli sul nostro sito!


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