Capitale naturale: come la perdita di biodiversità impatta su economia e Aziende


L’economia vive e cresce consumando le risorse da cui dipende: per valutare la prosperità reale non basta quindi osservare quanto produciamo, occorre considerare anche la modalità più o meno sostenibile di prelievo delle risorse – e quindi – lo stato del capitale naturale.

I limiti del PIL nella misurazione della ricchezza

Il Prodotto interno lordo è uno degli indicatori più utilizzati per misurare l’andamento di un’economia, tuttavia descrive il valore dei beni e dei servizi prodotti, senza rappresentare adeguatamente lo stato e l’evoluzione del capitale naturale e dello stato dell’ambiente da cui dipendono la totalità delle attività economiche.

Un Paese può registrare una crescita del PIL mentre consuma suolo, impoverisce i terreni agricoli, riduce la disponibilità di acqua o compromette i propri ecosistemi: questi processi possono generare benefici economici nel breve periodo, ma comportare costi significativi nel lungo termine.

Il problema non riguarda soltanto la tutela ambientale, ma investe invece la capacità di un sistema economico di mantenere la propria produttività e garantire il benessere nel tempo.

Il capitale naturale come componente della ricchezza

Un contributo fondamentale alla comprensione di questo rapporto arriva da The Economics of Biodiversity, la revisione economica guidata da Partha Dasgupta e pubblicata nel 2021 su incarico del Tesoro britannico.

Il rapporto propone di riconoscere la natura come una componente essenziale della ricchezza, al pari del capitale prodotto dall’uomo e del capitale umano: foreste, suoli, corsi d’acqua e mari costituiscono infatti un patrimonio che fornisce risorse e servizi indispensabili al funzionamento dell’economia.

Questo patrimonio viene definito capitale naturale. La fertilità dei suoli sostiene la produzione agricola, gli insetti impollinatori contribuiscono alla produttività delle colture, mentre foreste e zone umide svolgono funzioni importanti nella regolazione del ciclo dell’acqua, nella prevenzione dei rischi idrogeologici, nello stoccaggio del carbonio e nella mitigazione di numerosi altri rischi ambientali.

Molti di questi servizi non hanno un prezzo direttamente osservabile sul mercato, pur possedendo invece un valore economico reale e concreto, oggi sempre meglio quantificabile.

Quando gli ecosistemi si degradano si riduce la generazione di servizi ecosistemici: i costi possono così ricadere su imprese, cittadini e amministrazioni pubbliche, anche a distanza di anni.

Dai rischi ambientali ai rischi per le Aziende

Le conseguenze economiche del degrado degli ecosistemi possono manifestarsi attraverso diversi canali.

Il primo è il rischio fisico: la riduzione della disponibilità di acqua, la perdita di fertilità dei terreni, l’erosione costiera o il deterioramento di servizi ecosistemici possono compromettere direttamente determinate attività.

Il secondo riguarda la trasformazione dei mercati e dei sistemi normativi: l’evoluzione delle politiche ambientali, delle richieste degli investitori e delle aspettative dei clienti può modificare le condizioni competitive per le imprese che dipendono da risorse naturali o contribuiscono al loro degrado.

Esiste infine un rischio finanziario più ampio: se i mercati e i sistemi di valutazione economica non considerano adeguatamente la dipendenza delle attività produttive dalla natura, possono indirizzare capitali verso iniziative che appaiono redditizie nel breve periodo ma che presentano vulnerabilità significative e diseconomie nel medio-lungo termine.

Questi rischi non sono distribuiti uniformemente. Settori come agricoltura, alimentare, tessile, edilizia, turismo e gestione delle risorse idriche presentano dipendenze particolarmente evidenti da specifiche funzioni degli ecosistemi, anche comparti meno direttamente legati alla natura possono essere comunque esposti tramite l’esposizione dei propri fornitori, tramite la fornitura di materie prime e di energia,…etc.

Comprendere tali dipendenze diventa quindi una parte importante della valutazione della solidità economica di un’impresa.

Biodiversità e stabilità dei sistemi produttivi

Il valore del capitale naturale non dipende soltanto dalla quantità di risorse disponibili, ma anche dalla biodiversità e dal corretto funzionamento degli ecosistemi.

La varietà delle specie e delle relazioni ecologiche contribuisce a sostenere processi fondamentali per le attività umane: la sua riduzione può invece compromettere l’impollinazione, alterare la fertilità dei terreni e rendere alcuni sistemi produttivi più vulnerabili a cambiamenti ambientali e climatici.

Le conseguenze economiche non sono sempre immediate o facilmente misurabili: possono però manifestarsi attraverso maggiori costi di produzione, minore disponibilità di materie prime, interruzioni nelle catene di approvvigionamento – e quindi – delle produzioni (business continuity) e una crescente esposizione ai rischi fisici.

Per questo motivo la perdita di biodiversità non è soltanto una questione ambientale: rappresenta infatti anche un importante fattore di rischio per la competitività e la resilienza economica.

Le implicazioni per le imprese: integrare il capitale naturale nelle decisioni economiche

Riconoscere il valore della natura non significa necessariamente attribuire un prezzo monetario a ogni specie o funzione ecologica. La valutazione economica può essere utile per rendere visibili costi e benefici che altrimenti rimarrebbero esclusi dalle decisioni, ma non esaurisce il valore della biodiversità che comprende invece anche dimensioni ecologiche, culturali ed etiche.

L’obiettivo è migliorare la qualità delle scelte.

Per le istituzioni, ciò implica sviluppare strumenti di contabilità ambientale e di valutazione degli investimenti che considerino anche il consumo e il ripristino del capitale naturale.

Per le imprese, significa analizzare non soltanto le proprie emissioni climalteranti, ma anche le dipendenze e gli impatti su acqua, suolo, biodiversità ed ecosistemi lungo le attività e le catene del valore.

Strumenti come il quadro TNFD (Taskforce on Nature-related Financial Disclosures) e gli approcci di definizione degli obiettivi promossi dalla Science Based Targets Network possono contribuire a strutturare queste analisi. Il loro utilizzo aiuta a individuare le aree più rilevanti, stabilire priorità e orientare interventi coerenti con le pressioni effettivamente esercitate sugli ecosistemi.

La valutazione deve poi tradursi in azioni concrete: evitare gli impatti dove possibile, ridurli, ripristinare gli ecosistemi degradati e migliorare la gestione delle risorse naturali. In questo caso il risultato non va misurato soltanto in termini di spesa ambientale o di iniziative realizzate, ma anche attraverso i cambiamenti effettivamente ottenuti nelle condizioni degli ecosistemi.

Una nuova idea di crescita economica

La riflessione di Dasgupta invita a superare una contrapposizione spesso fuorviante tra sviluppo economico e tutela della natura: un sistema economico non può infatti mantenere indefinitamente la propria capacità produttiva se deteriora le basi ecologiche dalle quali dipende.

Integrare il capitale naturale nelle decisioni pubbliche e private significa quindi migliorare il modo in cui vengono valutati gli investimenti, le politiche economiche e le strategie aziendali: non si tratta di attribuire necessariamente un prezzo a ogni elemento della natura, ma di evitare che il suo deterioramento rimanga invisibile nei processi decisionali.

Il PIL resta un indicatore importante, ma non è sufficiente per stabilire se la ricchezza di un Paese stia aumentando in modo duraturo.

La questione centrale è comprendere quale patrimonio naturale consumiamo per crescere e quale lasciamo alle generazioni future. Perché la prosperità non dipende soltanto da ciò che produciamo oggi, ma anche dalla capacità degli ecosistemi di continuare a sostenere le attività umane nel tempo.

L’azione di Rete Clima a supporto dell’impegno delle Aziende per la conservazione del Capitale Naturale

Rete Clima supporta le Aziende nella valutazione di impatti e dipendenze verso la biodiversità (analisi di doppia materialità), nell’utilizzo dei framework TNFD e SBTN al fine di definire la strategia aziendale ed il relativo Nature Action Plan, verso una Nature Positive®Strategy & Action da attuare e da rendicontare agli stakeholder aziendali tramite il Bilancio di sostenibilità e gli altri eventuali strumenti di disclosure ESG presenti in Azienda.

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