In breve
Un giovane su due pensa che non riceverà mai una pensione.
Il problema per le nuove generazioni potrebbe non essere tanto l’assenza di una pensione pubblica, quanto il suo importo: chi oggi è giovane, infatti, andrà in pensione con il sistema contributivo e riceverà un assegno pari a circa il 50-60% del suo ultimo reddito da lavoro.
Per questo la previdenza complementare può diventare fondamentale per colmare la differenza tra la pensione pubblica e il reddito a cui si era abituati durante la vita lavorativa.
Il fondo pensione, inoltre, non è semplicemente un modo per investire il TFR: offre specifici vantaggi fiscali e previdenziali che un investimento finanziario ordinario non ha.
Un giovane su due pensa che non avrà mai la pensione
La pensione sembra sempre più lontana, incerta e, per molti giovani, addirittura inesistente.
Secondo una recente indagine, un giovane della Gen Z su due pensa che non riceverà mai una pensione. Il dato racconta una sfiducia diffusa nei confronti del futuro previdenziale e si inserisce in un quadro in cui molti giovani ritengono che i propri risparmi non saranno sufficienti per mantenersi una volta che avranno smesso di lavorare.
La paura, però, rischia di far perdere di vista il vero problema.
Non è detto che le nuove generazioni non riceveranno una pensione dall’INPS (o dalla cassa di previdenza obbligatoria in cui versano i contributi se sono liberi professionisti). Il punto è piuttosto quanto sarà alta quella pensione rispetto allo stipendio percepito durante la vita lavorativa.
Perché i giovani avranno una pensione più bassa rispetto allo stipendio?
Per capirlo bisogna partire dal funzionamento del sistema previdenziale italiano.
Chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995 rientra nel sistema contributivo: l’importo della pensione viene determinato sulla base dei contributi versati durante la vita lavorativa, che formano il cosiddetto montante contributivo.
Al momento del pensionamento, questo montante viene trasformato in un assegno pensionistico attraverso un coefficiente di trasformazione, che varia in funzione dell’età alla quale si va in pensione.
In termini molto semplici: durante gli anni di lavoro si accumulano contributi e, al momento della pensione, questi vengono trasformati nell’assegno pensionistico.
Il problema è che il sistema contributivo prevede un gap significativo tra pensione e ultimo stipendio percepito.
Si stima che per un lavoratore interamente contributivo, la pensione pubblica che potrà ottenere tra 40 anni rappresenterà circa il 50-60% dell’ultimo reddito da lavoro. Il risultato effettivo, però, dipende dalla storia contributiva individuale, dall’età di pensionamento e dalle retribuzioni.
Alcuni giovani sostengono che l’INPS non reggerà fino a che sarà il loro momento di andare in pensione e il sistema collasserà prima, lasciandoli senza pensione. Altri pensano che non andranno mai in pensione perchè l’assegno che riceveranno sarà talmente basso da non permettere loro di smettere di lavorare,
Ed è qui che entra in gioco la previdenza complementare.
Pensione pubblica e fondo pensione: perché servono entrambi
La pensione pubblica rappresenta il primo pilastro della previdenza.
È quella che viene costruita attraverso i contributi obbligatori versati durante la vita lavorativa e che sarà erogata dall’INPS, quando saranno maturati i requisiti di età e di contribuzione previsti.
Non ci dilungheremo in questo articolo sui requisiti per il pensionamento perché stiamo guardando ad un orizzonte temporale molto lungo e le regole potrebbero cambiare in modo significativo.
Il fondo pensione ha, invece, una funzione diversa: costruire una pensione complementare, cioè un’entrata aggiuntiva che possa integrare quella pubblica.
Il concetto è semplice: se la pensione INPS non sarà sufficiente a mantenere il livello di reddito raggiunto durante la vita lavorativa, bisogna costruire per tempo una seconda fonte di reddito per la vecchiaia.
Ed è proprio per questo che iniziare presto può fare la differenza.
Un giovane che comincia a versare a 25 o 30 anni ha davanti a sé diversi decenni per accumulare capitale e beneficiare della crescita degli investimenti. Rimandare la decisione a quando la pensione sarà ormai vicina significa invece avere molto meno tempo per colmare il gap.
TFR3: perché alcuni giovani pensano di rinunciare al fondo pensione
In questo contesto si inserisce il dibattito sul TFR3.
Dal 1° luglio 2026, per i lavoratori dipendenti del settore privato assunti per la prima volta, il nuovo meccanismo prevede l’adesione automatica alla previdenza complementare in assenza di una scelta esplicita entro 60 giorni. Il nuovo modulo TFR3 serve proprio a formalizzare la destinazione del TFR maturando.
Il lavoratore può comunque scegliere di non aderire alla forma pensionistica prevista dall’adesione automatica e mantenere il TFR in azienda.
Ed è qui che si inserisce un discorso che sta circolando sempre più spesso:
“Tanto non avrò mai una pensione. Quindi non voglio mettere il TFR in un fondo pensione: preferisco prenderlo come liquidazione e investire quei soldi in azioni.”
Il ragionamento sembra sensato ma parte da un presupposto sbagliato: confonde la previdenza complementare con un semplice investimento finanziario.
TFR e fondo pensione: non sono la stessa cosa
Il TFR è una componente della retribuzione del lavoratore; puoi scegliere se lasciarlo in azienda e riceverlo come capitale una volta terminato il rapporto di lavoro oppure farlo versare direttamente in un fondo pensione e riceverlo al momento del pensionamento sotto forma di rendita, capitale o una combinazione delle due.
Il fondo pensione, invece, è lo strumento attraverso il quale si costruisce la previdenza complementare.
Il TFR può essere destinato al fondo pensione, ma il fondo pensione non coincide con il TFR.
Inoltre, un fondo pensione può essere alimentato non soltanto dal TFR, ma anche da contributi volontari del lavoratore e, quando previsto, dal contributo del datore di lavoro.
È proprio quest’ultimo elemento che viene completamente perso quando si decide di lasciare il TFR in azienda e investire autonomamente il denaro.
Il contributo datoriale è quello che noi di Ciao Elsa chiamano “soldi gratis”. In poche parole, se il tuo CCNL lo prevede, se versi il tuo TFR nel fondo pensione di categoria e aggiungi una quota minima di contributi volontari, anche l’azienda per cui lavori farà un versamento aggiuntivo nel tuo fondo pensione, aumentando così il capitale.
Investire il TFR in azioni è meglio di un fondo pensione?
Una delle conversazioni comuni sul web quando si parla di giovani, TFR e fondo pensione riguarda il fatto che, visto che i giovani “non avranno una pensione”, investire il proprio TFR in un fondo pensione sia inutile. Secondo i sostenitori di questa tesi, sarebbe più vantaggioso lasciare il TFR in azienda, ritirarlo al termine del rapporto di lavoro e investire il capitale in azioni.
A questo proposito è importante chiarire un punto: azioni e fondo pensione sono strumenti diversi, con obiettivi e regole diverse.
Un investimento autonomo in azioni, ETF o altri strumenti finanziari offre una grande libertà nella scelta degli investimenti e nella gestione del capitale. Ma non è un investimento previdenziale e non beneficia dello stesso trattamento fiscale previsto per la previdenza complementare.
Il fondo pensione, invece, nasce proprio con l’obiettivo di costruire una disponibilità economica per il periodo successivo alla vita lavorativa.
La differenza non riguarda quindi soltanto dove vengono investiti i soldi, ma il contenitore fiscale e previdenziale nel quale vengono investiti.
Quali sono i vantaggi fiscali del fondo pensione?
Uno dei principali motivi per cui il fondo pensione non può essere considerato semplicemente un investimento come gli altri riguarda proprio la fiscalità.
I contributi volontari versati al fondo pensione possono essere dedotti dal reddito imponibile entro il limite di 5.300€ all’anno. Significa che se versi 5.300€ nel tuo fondo pensione, quei soldi non rientrano nel tuo imponibile IRPEF, abbassano la base di calcolo e quindi paghi meno tasse.
Il vantaggio maggiore del fondo pensione però riguarda la sua tassazione.
Quando vai in pensione, i soldi che hai conferito nel fondo sotto forma di TFR, di contributi volontari e di contributo datoriale vengono tassati con un’aliquota che dal 15% può scendere fino al 9% in base a quanto tempo hai mantenuto il tuo fondo pensione.
L’aliquota è del 15% per i primi 15 anni dalla data di prima apertura del fondo e poi diminuisce dello o,3% ogni anno, fino ad arrivare al 9% dopo 35 anni.
Più tempo mantieni aperto il tuo fondo pensione, meno saranno le tasse che pagherai.
Se invece scegli di lasciare il TFR in azienda, quando lo ritiri verrà tassato con la tua aliquota media IRPEF degli ultimi 5 anni.
A questi vantaggi si aggiunge il possibile contributo del datore di lavoro, di cui già abbiamo parlato nei paragrafi precedenti..
Prima di decidere di rinunciare al fondo pensione, quindi, vale la pena capire bene quali vantaggi si perderebbero.
Il fondo pensione non sostituisce gli investimenti
Dire che il fondo pensione è importante non significa che sia l’unico strumento attraverso cui un giovane dovrebbe investire.
Previdenza complementare e investimenti finanziari possono avere funzioni diverse e convivere.
Un investimento autonomo può servire a costruire capitale con maggiore flessibilità e con obiettivi diversi dalla pensione. Se ad esempio vuoi investire del denaro oggi per riprenderlo tra 5-10 anni per affrontare esigenze particolari della vita come l’acquisto di un’auto o l’organizzazione di un matrimonio, investire in ETF è una scelta più vantaggiosa e che ti permette di avere più controllo sui tuoi soldi nel medio periodo.
Il fondo pensione serve invece a costruire una risorsa destinata principalmente alla fase della vita in cui il reddito da lavoro non ci sarà più, beneficiando di un regime fiscale specifico.
La scelta non deve quindi essere necessariamente esclusiva, o fondo pensione o investimenti autonomi, ma può prevedere una combinazione delle due: fondo pensione per integrare la pensione pubblica e investimenti autonomi per gli altri obiettivi.
Se pensi che la tua pensione sarà bassa, il fondo pensione ha ancora più senso
Se la pensione sarà una quota sensibilmente più bassa dell’ultimo stipendio, costruire una seconda entrata per la vecchiaia diventa ancora più importante.
Il fondo pensione non risolve il problema della sostenibilità futura del sistema pensionistico pubblico e non permette di sapere oggi quale sarà esattamente la pensione che potrai ricevere tra 30 o 40 anni.
Permette però di iniziare oggi a costruire un capitale destinato a integrare quella pensione. Prima cominci, più tempo hai a disposizione per far sì che sul denaro investito maturino gli interessi.
Conclusioni
Pensare che i giovani non avranno mai una pensione non significa capire se l’INPS continuerà ad essere in grado di pagare le pensioni tra 30 o 40 anni. Ciò che è ancora più importante è capire quanto si potrà ricevere di pensione e se questa quota sarà sufficiente a mantenere lo stile di vita a cui si era abituati.
Per le generazioni più giovani, il sistema contributivo rende questo ragionamento ancora più importante. Per questo la previdenza complementare non dovrebbe essere considerata una scelta da rimandare a quando la pensione sarà vicina.
FAQ
Un giovane avrà una pensione pubblica?
Sì. Il problema per le generazioni più giovani non è necessariamente l’assenza di una pensione pubblica, ma il suo importo rispetto al reddito percepito durante la vita lavorativa. Chi avrà una carriera interamente contributiva potrebbe ricevere una pensione sensibilmente inferiore all’ultimo stipendio.
Quanto sarà la pensione rispetto all’ultimo stipendio?
Per un lavoratore interamente contributivo, la pensione pubblica può rappresentare indicativamente il 50-60% dell’ultimo reddito da lavoro. L’importo effettivo dipende però dalla storia contributiva, dalle retribuzioni, dall’età di pensionamento e da altri fattori.
Perché aderire a un fondo pensione se posso investire il TFR in azioni?
Perché fondo pensione e investimento autonomo sono strumenti diversi. Il fondo pensione è pensato per costruire una pensione complementare e prevede specifici vantaggi fiscali, tra cui la deducibilità dei contributi entro i limiti previsti e una tassazione agevolata delle prestazioni. Inoltre, quando previsto, può consentire di ricevere il contributo del datore di lavoro.
Cosa cambia con il TFR3 dal 1° luglio 2026?
Per i lavoratori dipendenti del settore privato assunti per la prima volta dal 1° luglio 2026, in assenza di una scelta esplicita entro 60 giorni il TFR viene destinato secondo il meccanismo di adesione automatica alla previdenza complementare previsto dalla normativa. Il lavoratore può comunque esercitare il proprio diritto di scelta e decidere di mantenere il TFR secondo le modalità previste dalla legge.
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