Dalla speculazione edilizia nella nuova capitale all’emissione clandestina di banconote, fino alla crisi del governo Giolitti e alla nascita della Banca d’Italia: il primo grande scandalo finanziario dell’Italia unita
Abstract: Lo scandalo della Banca Romana, esploso tra il 1892 e il 1893 ma maturato nel corso del decennio precedente, rappresenta uno dei momenti più significativi della storia economica e istituzionale dell’Italia postunitaria. La scoperta di emissioni abusive di banconote, falsificazioni contabili, crediti difficilmente recuperabili e finanziamenti concessi al mondo politico rivelò non soltanto il dissesto di un istituto di emissione, ma la fragilità dell’intero sistema bancario e la permeabilità dei rapporti tra finanza, politica, imprenditoria e informazione. La crisi travolse il governatore della Banca Romana Bernardo Tanlongo, coinvolse direttamente le principali personalità politiche dell’epoca, contribuì alla caduta del primo governo Giolitti e accelerò una riforma destinata a modificare profondamente l’ordinamento monetario italiano, conducendo nel 1893 alla costituzione della Banca d’Italia. La vicenda costituisce pertanto un osservatorio privilegiato attraverso il quale analizzare la difficile costruzione delle istituzioni economiche dello Stato unitario e il rapporto, ancora irrisolto alla fine dell’Ottocento, tra interesse pubblico e potere finanziario.
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Un sistema monetario ancora incompiuto
Per comprendere la portata dello scandalo della Banca Romana è necessario collocarlo nel quadro istituzionale dell’Italia unita, che alla fine dell’Ottocento non disponeva ancora di una banca centrale nel senso moderno del termine, poiché il diritto di emissione della moneta cartacea era attribuito contemporaneamente a più istituti, tra i quali la Banca Nazionale nel Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana, la Banca Toscana di Credito, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia e la stessa Banca Romana, erede diretta di un istituto nato nello Stato pontificio e successivamente incorporato nel sistema finanziario del nuovo Regno.
Questa pluralità degli istituti di emissione rappresentava il retaggio della frammentazione preunitaria e poteva essere gestita soltanto attraverso un sistema di controlli particolarmente rigoroso, dal momento che l’emissione monetaria non costituiva una semplice attività bancaria, ma una funzione di evidente interesse pubblico, strettamente connessa alla fiducia nella moneta, alla stabilità del credito e, più in generale, alla credibilità dello Stato.
La Banca Romana, che aveva assunto tale denominazione dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, ottenne il riconoscimento del diritto di emissione e venne così inserita in un sistema che, pur formalmente regolato, continuava a presentare profonde debolezze strutturali, soprattutto per quanto riguardava la separazione tra attività bancaria, interessi imprenditoriali e relazioni politiche.
Roma capitale e la speculazione edilizia
La trasformazione di Roma in capitale del Regno d’Italia produsse una crescita urbana rapidissima e alimentò un’espansione immobiliare che attirò capitali, imprese e operatori finanziari, creando una forte aspettativa di aumento permanente del valore dei terreni e degli edifici e inducendo molte banche a concedere credito in misura crescente a costruttori e società coinvolte nello sviluppo della nuova capitale.
La dinamica fu favorita anche dall’afflusso di capitali stranieri e dalla convinzione che l’espansione urbanistica romana potesse rappresentare un investimento sicuro, ma quando il ciclo immobiliare iniziò a rallentare e una parte significativa delle operazioni edilizie si rivelò incapace di produrre i rendimenti attesi, numerosi prestiti concessi dagli istituti bancari divennero difficilmente recuperabili, determinando un crescente squilibrio nei loro bilanci.
La Banca Romana risultò particolarmente esposta a questo processo, perché aveva finanziato in misura rilevante il settore immobiliare e si trovò progressivamente a detenere crediti immobilizzati che non potevano essere convertiti rapidamente in liquidità, mentre la necessità di nascondere le perdite e mantenere in vita le attività della banca spinse i suoi amministratori verso pratiche sempre più irregolari.
Bernardo Tanlongo e la degenerazione della gestione
Al centro della vicenda si trovava Bernardo Tanlongo, governatore della Banca Romana e figura profondamente inserita nelle reti economiche e politiche della capitale, sotto la cui gestione l’istituto accumulò una crescente esposizione verso operazioni speculative e debitori difficilmente solvibili, fino al punto in cui la situazione patrimoniale reale della banca non risultò più compatibile con quella rappresentata nei documenti contabili.
La gravità della crisi derivava dal fatto che la Banca Romana non era una banca commerciale ordinaria, ma un istituto autorizzato a emettere banconote, e proprio questa facoltà rese possibile un prolungamento artificiale della propria operatività, attraverso l’immissione in circolazione di biglietti oltre i limiti consentiti e mediante manipolazioni contabili finalizzate a occultare la reale consistenza dell’emissione.
La crisi della banca assunse così una dimensione istituzionale, perché il dissesto non coinvolgeva soltanto azionisti e creditori, ma incideva direttamente sul funzionamento del sistema monetario e sulla fiducia nella moneta emessa con autorizzazione dello Stato.
L’ispezione del 1889 e le irregolarità occultate
Le anomalie della Banca Romana erano emerse già prima dell’esplosione pubblica dello scandalo, poiché nel 1889 un’ispezione aveva rilevato gravi irregolarità nella gestione dell’istituto, successivamente ricostruite nella documentazione conosciuta come relazione Alvisi-Biagini, ma quelle risultanze non produssero immediatamente una riforma né un intervento radicale delle autorità.
Questo passaggio è particolarmente importante dal punto di vista istituzionale, perché dimostra come lo scandalo non sia stato soltanto il risultato di condotte individuali illecite, ma anche della debolezza dei meccanismi di vigilanza e della difficoltà dello Stato liberale di esercitare un controllo effettivo su soggetti privati ai quali erano state attribuite funzioni pubbliche di primaria importanza.
Il problema, quindi, non riguardava soltanto la banca che falsificava i propri conti, ma anche il sistema politico e amministrativo che, pur avendo ricevuto segnali rilevanti, non era stato in grado o non aveva voluto intervenire con sufficiente tempestività.
L’esplosione dello scandalo
La situazione cambiò radicalmente alla fine del 1892, quando la questione della Banca Romana arrivò in Parlamento e le informazioni relative all’ispezione del 1889 divennero oggetto di dibattito pubblico, trasformando una vicenda fino a quel momento confinata nei rapporti tra governo, amministrazione e sistema bancario in uno scandalo nazionale.
Le verifiche successive rivelarono che l’istituto aveva immesso in circolazione una quantità di banconote largamente superiore ai limiti consentiti e aveva utilizzato artifici contabili per mascherare la reale dimensione dell’emissione, mentre una parte significativa del proprio portafoglio creditizio risultava costituita da crediti immobilizzati o difficilmente esigibili.
Secondo la documentazione storica successivamente ricostruita dalla Banca d’Italia, la circolazione effettiva della Banca Romana risultava enormemente superiore a quella ufficialmente dichiarata, mentre le sofferenze e le perdite reali erano state sistematicamente sottostimate.
Il dato fondamentale non consisteva soltanto nell’entità delle irregolarità, ma nella loro natura, perché l’istituto aveva utilizzato la propria capacità di creare moneta per nascondere una crisi patrimoniale che, in condizioni ordinarie, avrebbe già determinato il collasso della banca.
Politica, credito e reti di influenza
La trasformazione della crisi bancaria in scandalo politico derivò soprattutto dalla scoperta dei rapporti tra la Banca Romana e numerosi esponenti del mondo politico, amministrativo e giornalistico, rapporti che si erano sviluppati attraverso prestiti, finanziamenti e concessioni di credito spesso caratterizzati da condizioni particolarmente favorevoli o da una dubbia solidità economica.
Il problema non consisteva soltanto nell’esistenza di singole operazioni discutibili, ma nella costruzione di una rete di relazioni capace di collegare un istituto di emissione a una parte significativa dell’élite politica e sociale dell’Italia liberale, creando una situazione nella quale diventava difficile distinguere il credito ordinario dal finanziamento destinato a garantire influenza, protezione o consenso.
Lo scandalo investì direttamente il sistema politico e coinvolse, sia pure in forme e responsabilità differenti, figure centrali come Francesco Crispi e Giovanni Giolitti, dimostrando come il rapporto tra banca e politica fosse diventato parte integrante del funzionamento dell’ordine liberale e non potesse essere ridotto all’iniziativa di pochi amministratori infedeli.
L’arresto di Tanlongo e il crollo della credibilità istituzionale
Nel gennaio 1893 Bernardo Tanlongo venne arrestato e la sua posizione divenne il simbolo della crisi, anche perché poco tempo prima era stato indicato per una possibile nomina a senatore del Regno, circostanza che contribuì ulteriormente a rafforzare la percezione pubblica di una commistione eccessiva tra vertici finanziari e potere politico.
Il contrasto tra la posizione istituzionale alla quale Tanlongo era stato destinato e il successivo arresto rese evidente la profondità del fallimento dei meccanismi di selezione e controllo dello Stato, alimentando nell’opinione pubblica la sensazione che le istituzioni non fossero state in grado di distinguere tra amministrazione dell’interesse generale e tutela di reti particolari.
La questione assunse quindi una dimensione più ampia della responsabilità individuale del governatore della banca e divenne una crisi della reputazione dell’intero sistema politico.
Giolitti, Crispi e la crisi del governo
La vicenda della Banca Romana si inserì rapidamente nel conflitto tra Giovanni Giolitti e Francesco Crispi, diventando uno dei principali strumenti dello scontro politico tra le diverse componenti dell’élite liberale e trasformando documenti bancari, relazioni amministrative e rapporti personali in materiali utilizzati per delegittimare gli avversari.
Giolitti, presidente del Consiglio dal 1892, fu accusato di avere sottovalutato o non affrontato con sufficiente tempestività le irregolarità della banca, mentre Crispi venne a sua volta coinvolto nelle polemiche relative ai rapporti con l’istituto e con il suo sistema di finanziamenti, dimostrando come lo scandalo non appartenesse a un singolo schieramento, ma riflettesse una più generale fragilità del rapporto tra politica e credito.
La pressione parlamentare e l’erosione della fiducia politica contribuirono alla caduta del governo Giolitti nel dicembre 1893, facendo della Banca Romana non soltanto una crisi finanziaria, ma uno degli eventi capaci di modificare direttamente gli equilibri di governo dell’Italia liberale.
Il processo e l’assoluzione di Tanlongo
La conclusione giudiziaria della vicenda fu, per molti aspetti, sorprendente, perché Bernardo Tanlongo e altri imputati vennero assolti nel 1894, nonostante le irregolarità amministrative e contabili emerse durante le indagini e le ispezioni fossero ormai ampiamente documentate.
La distanza tra quanto era stato accertato sul piano finanziario e l’esito del procedimento penale contribuì ad alimentare ulteriormente la sfiducia dell’opinione pubblica, anche perché una parte della documentazione dell’inchiesta risultò mancante o sottratta, circostanza che rese ancora più difficile ricostruire integralmente i rapporti tra banca, politica e amministrazione.
L’assoluzione giudiziaria, quindi, non cancellò il significato storico dello scandalo, perché il dissesto della banca, le emissioni illegali, le manipolazioni contabili e l’esistenza di un sistema di relazioni improprie tra credito e potere politico erano ormai elementi acquisiti alla ricostruzione istituzionale della vicenda.
Dalla crisi alla nascita della Banca d’Italia
Lo scandalo della Banca Romana ebbe tuttavia anche un effetto di lungo periodo, perché accelerò la riforma del sistema bancario e contribuì direttamente alla costituzione della Banca d’Italia, nata nel 1893 attraverso la fusione della Banca Nazionale nel Regno d’Italia con due istituti toscani.
La nuova legislazione non attribuì immediatamente un monopolio assoluto dell’emissione, ma segnò un passaggio decisivo verso una maggiore centralizzazione del sistema monetario, introducendo limiti più rigorosi, nuove forme di controllo e una più chiara subordinazione dell’attività bancaria alle esigenze della stabilità finanziaria nazionale.
La Banca Romana venne invece posta in liquidazione, mentre la nascente Banca d’Italia assunse progressivamente un ruolo sempre più centrale nel sistema creditizio e monetario italiano, fino a diventare nel corso dei decenni successivi la principale autorità bancaria del Paese.
Lo scandalo, quindi, contribuì paradossalmente alla costruzione di una delle istituzioni fondamentali dello Stato moderno, dimostrando come una crisi particolarmente grave possa produrre un processo di riforma quando rende evidenti le insufficienze strutturali dell’ordinamento precedente.
Una crisi bancaria che divenne crisi dello Stato
La vicenda della Banca Romana costituisce uno dei primi grandi esempi italiani di crisi finanziaria capace di trasformarsi in crisi istituzionale, perché il dissesto di un intermediario bancario divenne rapidamente un problema di credibilità della politica, dell’amministrazione e dei meccanismi di controllo pubblico.
La ragione risiede nella natura particolare dell’istituto, che non operava soltanto come impresa privata, ma esercitava una funzione strettamente connessa alla sovranità monetaria dello Stato, e proprio per questo la falsificazione dei bilanci e l’emissione abusiva di banconote assunsero una rilevanza molto più ampia rispetto a quella che avrebbe avuto il fallimento di una normale banca commerciale.
Quando un soggetto titolare di una funzione pubblica utilizza quella funzione per mascherare la propria insolvenza e contemporaneamente costruisce rapporti privilegiati con il potere politico, la crisi finanziaria diventa inevitabilmente una crisi della fiducia nelle istituzioni.
L’eredità dello scandalo
A distanza di oltre un secolo, lo scandalo della Banca Romana conserva un’importanza che supera il contesto storico nel quale maturò, perché mostra con particolare chiarezza come la stabilità finanziaria dipenda non soltanto dalla solidità patrimoniale degli intermediari, ma anche dalla qualità delle regole, dall’indipendenza dei controlli e dalla trasparenza dei rapporti tra potere economico e potere politico.
La vicenda dimostra inoltre che la corruzione finanziaria diventa sistemicamente pericolosa quando non rimane circoscritta al comportamento di singoli individui, ma si inserisce in una rete di relazioni nella quale amministratori, politici, funzionari e intermediari condividono interessi e informazioni senza adeguati contrappesi istituzionali.
È precisamente questa dimensione a rendere la Banca Romana un caso paradigmatico della storia italiana, perché lo scandalo non fu soltanto il prodotto della cattiva gestione di un istituto, ma la manifestazione di una struttura istituzionale ancora incompleta, nella quale le regole della finanza moderna e della vigilanza pubblica non erano ancora sufficientemente sviluppate.
La risposta dello Stato fu tardiva, ma significativa, e la nascita della Banca d’Italia rappresentò il tentativo di trasformare una crisi di fiducia in un nuovo assetto istituzionale capace di ridurre la frammentazione, rafforzare il controllo e rendere più stabile il sistema monetario.
In questo senso, la storia della Banca Romana mostra come la costruzione delle istituzioni moderne non avvenga sempre attraverso un processo lineare di riforma, ma spesso attraverso crisi che rendono visibili le debolezze di un sistema e costringono lo Stato a intervenire, trasformando un fallimento in una occasione di ricostruzione istituzionale.
Riferimenti essenziali
Banca d’Italia, Le origini.
Banca d’Italia, Giolitti e la nascita della Banca d’Italia nel 1893.
Banca d’Italia, La Banca d’Italia. Sintesi della ricerca storica 1893-1960.
Banca d’Italia, Storia della legislazione bancaria, finanziaria e assicurativa.
Senato del Regno d’Italia, atti e documenti della XVIII legislatura.
Treccani, Enciclopedia on line, voce «Banca Romana».
Colajanni, N., Banche e Parlamento. Fatti, discussioni e commenti, Milano, 1893.
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