In occasione della Settimana della Dislessia scopri cos’è il DSA, l’impatto sullo studio e 5 consigli dell’esperto per docenti, studenti e famiglie.
Dal 5 all’11 ottobre si tiene la Settimana Nazionale della Dislessia, istituita nel 2016 su iniziativa dell’Associazione Italiana Dislessia (AID) per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA). La dislessia non si manifesta soltanto nella difficoltà nella lettura: per ragazze e ragazzi, soprattutto nel passaggio alla scuola secondaria di primo grado, la fatica nella decodifica può ripercuotersi sulla comprensione dei testi, sullo studio, sull’organizzazione del lavoro e sulla capacità di mostrare ciò che si sa.
Nel libro “Dislessia. Scuola secondaria di primo grado. Cosa fare e non“, lo psicologo Gianluca Lo Presti affronta 14 situazioni concrete che insegnanti e studenti possono incontrare nella quotidianità scolastica, offrendo per ciascuna di queste indicazioni operative su cosa fare e cosa evitare.
Il volume invita a guardare oltre il comportamento immediatamente visibile: un ragazzo che non prende appunti può essere attentissimo ma non riuscire a scrivere mentre ascolta; chi sembra non aver studiato può avere studiato molto, ma senza un metodo efficace. La diagnosi è un punto di partenza, non di arrivo: conoscere il funzionamento del singolo studente o studentessa permette di trasformare le difficoltà in scelte didattiche più precise.
Cos’è la dislessia
Per gentile concessione della casa editrice Erickson, vi proponiamo un estratto dall’introduzione del libro in cui l’autore Gianluca Lo Presti ci spiega meglio questo disturbo, con un focus specifico rivolto agli studenti della scuola secondaria di primo grado.
La dislessia è un Disturbo Specifico dell’Apprendimento che riguarda la lettura, in particolare la correttezza e la rapidità con cui uno studente riesce a decodificare un testo scritto. In termini semplici, lo studente con dislessia può impiegare più tempo a leggere, può commettere errori nella lettura delle parole, stancarsi rapidamente davanti a un brano e faticare a mantenere stabile la comprensione quando deve leggere da solo.
Questa precisazione è fondamentale, soprattutto nella scuola secondaria di primo grado. Perché in questa fase la lettura cambia funzione. Alla primaria lo studente impara principalmente a leggere; alla secondaria deve leggere per studiare, comprendere, selezionare informazioni, costruire collegamenti, prepararsi alle interrogazioni, affrontare verifiche, leggere consegne più articolate e testi disciplinari sempre più complessi.
Ed è proprio qui che la dislessia può diventare più visibile, anche quando negli anni precedenti era stata compensata, mascherata o sottovalutata.
Uno studente con dislessia alla scuola secondaria di primo grado può apparire lento, disorganizzato, poco autonomo, distratto, scarsamente motivato. In realtà, spesso sta solo cercando di reggere un carico molto alto: leggere testi lunghi, comprenderli, ricordarli, trasformarli in esposizione orale o scritta, il tutto dentro tempi scolastici che raramente tengono conto della fatica di decodifica.
Spesso la difficoltà di comprensione non nasce da una scarsa capacità di capire, ma dal costo che comporta la lettura. Se gran parte delle risorse cognitive viene assorbita dalla decodifica, resta meno energia mentale per comprendere, collegare, ricordare e rielaborare.
La lettura non è più una singola abilità scolastica: diventa il canale attraverso cui passa gran parte dell’apprendimento.
La dislessia ha una base neurobiologica. Questo significa che la difficoltà di lettura non dipende da pigrizia, scarso esercizio, cattiva volontà o disinteresse. La letteratura scientifica mostra da anni che alla base vi sono modalità di funzionamento diverse dei processi coinvolti nella decodifica del linguaggio scritto, nell’automatizzazione della lettura e nell’accesso rapido alle parole.
Anche se la causa della dislessia non è educativa, le conseguenze scolastiche dipendono molto dalla qualità delle risposte educative e didattiche.
Capire questo passaggio aiuta a evitare interpretazioni sbagliate. Uno studente o una studentessa con dislessia che legge poco non è necessariamente svogliato/a, ma può aver accumulato anni di fatica. Uno studente, o una studentessa, che studia tanto e rende poco può consumare troppe energie nella fase iniziale di accesso al testo. La lettura, per lui e per lei, può essere già un (enorme) compito dentro il compito.
Dislessia nella scuola media: cosa fare e gli errori da evitare
Dalla lettura allo studio: di seguito un vademecum in cinque punti per aiutare ragazze e ragazzi a scuola, con 5 situazioni e relativi consigli tratti dal libro:
Ha difficoltà nel prendere appunti: ascoltare, selezionare le informazioni e scrivere contemporaneamente può essere un doppio carico cognitivo. Possono aiutare schemi da completare, parole chiave e appunti già strutturati.
Studia tanto, ma rende poco: il tempo passato sui libri non garantisce un apprendimento efficace. Meglio chiedersi “Come hai studiato?” e lavorare su metodo, comprensione e selezione delle informazioni.
Ha una bassa autostima: non basta rassicurarlo a parole, servono esperienze concrete in cui possa sentirsi competente. Meglio valorizzare i progressi e usare feedback precisi, evitando etichette e generalizzazioni.
Perde facilmente la calma: prima di intervenire, è importante capire quale carico di richieste ha preceduto la reazione. Nel momento della crisi meglio abbassare la pressione, mantenere un tono fermo e accogliente e rielaborare poi l’episodio.
Rifiuta l’aiuto anche quando ne ha bisogno: a volte il rifiuto nasce dal timore di sembrare diverso o incapace. Rendere l’aiuto meno esposto, offrirlo come possibilità di scelta e integrarlo nella quotidianità può favorire autonomia e senso di competenza.
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