Trasferimento tecnologico: a che punto siamo nel settore delle scienze della vita? A tracciare la rotta per trasformare la conoscenza scientifica in reali benefici per i pazienti è Chiara Di Guardo, presidente di Netval, network per la valorizzazione della ricerca pubblica italiana che da oggi si riunisce a Brescia per la conferenza annuale.
«Produrre più brevetti o più spin-off non basta. Serve selezionare i risultati con maggiore potenziale e costruire intorno a essi un percorso credibile di sviluppo», afferma. L’obiettivo è superare la frammentazione storica, costruendo un ecosistema maturo in cui le eccellenze biomediche del Paese trovino risorse sostenibili e competenze specialistiche.
Superare la “Valley of death”
Il percorso che porta un’intuizione scientifica alla scrivania di un medico o al letto di un paziente è complesso e privo di scorciatoie. Come sottolinea Di Guardo, «nel life science il trasferimento tecnologico non segue un modello lineare. Molto raramente accade che si produca un risultato, si brevetti e poi venga immediatamente consegnato a un’impresa per trasformarlo in prodotto».
Tra la scoperta scientifica e l’applicazione commerciale si estende infatti una fase critica, segnata da validazione, sviluppo preclinico e clinico, adempimenti regolatori, infrastrutture dedicate e ingenti capitali. L’Italia vanta una ricerca biomedica di altissimo livello, ma soffre storicamente di un funding and development gap accentuato nelle fasi di proof of concept: un divario di finanziamenti e capacità di sviluppo proprio nel passaggio dalla scoperta scientifica alla sua validazione e trasformazione in un prodotto. In altre parole, il passaggio dalla scoperta al prodotto resta un punto critico: soprattutto nelle fasi iniziali, quando una tecnologia deve dimostrare di poter funzionare al di fuori del laboratorio, le risorse disponibili sono spesso insufficienti.
Il momento di massima vulnerabilità si verifica quando un risultato di laboratorio è ancora troppo immaturo per catturare l’interesse dell’industria, ma richiede già risorse economico-strutturali che il singolo gruppo di ricerca non può sostenere. A complicare questo scenario intervengono la frammentazione delle competenze e la discrepanza tra i tempi decisionali di mondo accademico, tessuto industriale e investitori private equity.
Istituzioni e territorio: un’integrazione senza compartimenti stagni
Per superare questi ostacoli, la ricetta di Netval punta sulla creazione di canali dedicati alla validazione preclinica e regolatoria che vedano il coinvolgimento strutturale degli uffici di trasferimento tecnologico. Una spinta propulsiva recente è giunta dai programmi di proof of concept ed ecosistemi nati anche grazie ai fondi del Pnrr. In questo contesto, secondo Di Guardo, un ruolo di primo piano è giocato dagli Irccs (gli Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico), dove ricerca e pratica clinica quotidiana convivono.
«La prossimità al paziente permette loro di definire i bisogni clinici, validare le tecnologie, condurre studi clinici e valutarne l’applicabilità reale». Tuttavia, la presidente Netval invita a evitare una visione a compartimenti stagni. Il sistema della salute comprende una pluralità di attori fondamentali, tra cui le Aziende Ospedaliero-Universitarie, che saldano insieme attività didattica, assistenza e sperimentazione clinica. «Il trasferimento tecnologico funziona meglio quando si costruiscono ponti tra ricerca, clinica e impresa, invece di nuove frontiere istituzionali», evidenzia.
Netval integra oggi 19 Irccs al fianco di università ed enti pubblici di ricerca, puntando in modo prioritario sulla formazione continua delle risorse umane per gestire temi complessi come proprietà intellettuale, business development, normative e licensing.
L’evoluzione dei brevetti e la criticità delle risorse umane
Il brevetto rappresenta un presidio indispensabile per tutelare investimenti finanziari ingenti e a lungo termine. Negli ultimi anni si registra una maturazione nell’approccio delle istituzioni italiane: la semplice quantità dei depositi ha lasciato il posto a valutazioni strategiche sull’applicabilità e sul potenziale di mercato.
Questo cambio di passo è stato accelerato anche dalle modifiche al Codice della Proprietà Industriale del luglio 2023, che hanno abolito il cosiddetto professor privilege, attribuendo la titolarità delle invenzioni direttamente agli enti di appartenenza. Un elemento di criticità rimane tuttavia la stabilità operativa degli uffici di trasferimento tecnologico, spesso penalizzati da contratti a termine e finanziamenti precari legati ai singoli progetti (ne abbiamo parlato qui). «Occorre passare da una cultura della protezione brevettuale a una cultura della gestione strategica degli asset della conoscenza», rimarca Di Guardo (leggi qui l’intervista a Giuseppe Remuzzi sul modello Mario Negri).
Questa gestione deve spaziare oltre i brevetti tradizionali, abbracciando software, algoritmi, banche dati, know-how e materiali biologici, la cui valorizzazione richiede continuità ed esperienza professionale consolidata.
Knowledge Share: la mappa dell’eccellenza biomedica italiana
A testimoniare la ricchezza della ricerca pubblica italiana è la piattaforma Knowledge Share, sviluppata da Netval per mettere in contatto investitori e imprese con i brevetti e le startup accademiche. Il portale ospita 3.046 brevetti consultabili, di cui ben 1.320 appartenenti al settore salute e biomedicale. Tra questi, 391 riguardano nuovi farmaci e molecole terapeutiche, 60 si focalizzano sui sistemi avanzati di rilascio dei farmaci (drug delivery) e 60 sulle applicazioni biotecnologiche.
Le linee di sviluppo più dinamiche mappate sulla piattaforma comprendono la biopsia liquida, gli organoidi, le terapie a base di RNA, la nanomedicina, l’ingegneria tissutale e dispositivi diagnostici all’avanguardia come i biosensori su chip di grafene per il carcinoma ovarico. Il flusso dei depositi si mantiene costante: dopo i 60 brevetti biomedicali entrati nel 2024 e i 91 del 2025, il solo inizio del 2026 ha già visto l’ingresso di 57 nuovi brevetti con deposito nell’anno corrente.
L’IA: duplice motore del cambiamento
L’impatto dell’intelligenza artificiale sul trasferimento tecnologico nelle scienze della vita si manifesta su un doppio binario. Da un lato, l’IA rappresenta l’oggetto stesso della ricerca: su Knowledge Share, circa il 4% dei brevetti biomedicali cita soluzioni basate su IA e la percentuale sale al 35% tra le startup del settore salute. L’impiego dell’algoritmo nella drug discovery, nella diagnostica e nella medicina di precisione impone nuove sfide in materia di governance del dato, riservatezza e tutela della privacy, elementi decisivi per stabilire la reale trasferibilità di un’innovazione sul mercato.
Dall’altro lato, l’intelligenza artificiale si configura come uno strumento operativo per i professionisti del settore, utilizzato per lo scouting, la patent intelligence, l’analisi della letteratura scientifica e il matching con partner industriali: può aiutare concretamente chi lavora nel trasferimento tecnologico, nella ricerca e nell’innovazione biomedica a individuare e valutare opportunità, analizzare ciò che è già stato pubblicato o brevettato e trovare aziende interessate a sviluppare o valorizzare una determinata scoperta. «Non credo che sostituirà il technology transfer manager – chiarisce Di Guardo -. Gli darà più capacità di analisi e più tempo per valutare, negoziare, costruire relazioni e capire il percorso giusto per una tecnologia».
Questo doppio ruolo dell’intelligenza artificiale – sia come strumento operativo per i professionisti, sia come risultato di ricerca da valorizzare – è al centro della XIX edizione della conferenza annuale di Netval. L’evento, organizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Brescia, si focalizza sulle strategie e sugli strumenti per gestire l’impatto dell’IA nel trasferimento tecnologico. L’obiettivo centrale è promuovere un’integrazione responsabile delle nuove tecnologie, senza smarrire il valore fondamentale della competenza e delle relazioni umane
La co-creazione come chiave di volta: startup, imprese e servizio sanitario
I modelli tradizionali di trasferimento basati sulla semplice cessione di un brevetto a ricerca ultimata si mostrano ormai insufficienti. La vera svolta risiede nei processi di co-creazione precoce, in cui ricerca pubblica e mondo industriale dialogano fin dalle prime fasi tramite programmi congiunti di proof of concept, partenariati pubblico-privati, accordi di co-sviluppo e infrastrutture condivise.
Questo approccio consente a chi fa ricerca di comprendere tempestivamente i requisiti regolatori e le evidenze necessarie per l’adozione industriale (ne abbiamo parlato qui). In questo quadro, la nascita di nuove imprese gioca un ruolo rilevante ma non esclusivo: Knowledge Share censisce 477 startup della ricerca, di cui 114 nel settore salute e biomedicale (con 33 realtà focalizzate nell’health-tech). «Creare un’impresa ha senso quando è lo strumento migliore per aggregare competenze, capitali e proprietà intellettuale intorno a una tecnologia», osserva Di Guardo.
In alternativa, strumenti come il licensing diretto o le collaborazioni industriali strutturate possono rivelarsi più efficaci. «La parola chiave è co-creazione. Dobbiamo trasformare le singole eccellenze in un sistema stabile e professionale di valorizzazione della conoscenza», conclude Di Guardo.
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