Jamie Dimon, Ceo di JPMorgan, non è tipo da elogiare la concorrenza, eppure, parlando delle sfidanti digitali britanniche, ha usato un tono sospeso tra ammirazione e preoccupazione. Non è la prima volta che guarda a Londra, non alla City, ma a degli open space, dove un ex trader e un informatico hanno costruito, in dieci anni, un’azienda che oggi è Revolut.
In poco più di dieci anni Revolut è passata dall’essere un’app per cambiare valuta senza pagare commissioni a una piattaforma finanziaria valutata 75 miliardi di dollari. Senza costruire una rete di filiali, senza incorporare banche centenarie, senza attraversare il risiko delle fusioni che da anni assorbe una parte enorme delle energie del sistema finanziario italiano.
La provocazione è inevitabile: perché Londra è riuscita a creare Revolut e l’Italia no?
Non è una domanda sull’arretratezza tecnologica delle nostre banche. Intesa Sanpaolo, UniCredit, Fineco e altri grandi operatori italiani hanno investito enormemente nella digitalizzazione e dispongono di servizi tecnologicamente avanzati. Il punto è un altro: perché siamo capaci di innovare banche già esistenti ma molto meno di far nascere operatori nuovi destinati a diventare campioni globali?
Revolut nasce a Londra nel 2015 dall’intuizione di Nikolay Storonsky, ex trader di Lehman Brothers e Credit Suisse, e dell’ingegnere Vlad Yatsenko. Il prodotto iniziale è elementare: una carta per chi viaggia, con cambio valuta conveniente e gestione interamente via smartphone. Il sogno della generazione Erasmus, sincronizzato con lo sviluppo dei viaggi con compagnie low cost. Da lì arrivano, uno dopo l’altro, conti multivaluta, trading, criptovalute, assicurazioni, credito, servizi per le imprese. Quello che prima richiedeva rapporti con banche e intermediari diversi viene concentrato in una sola applicazione.
Oggi Revolut ha più di 80 milioni di clienti nel mondo. Nel 2025 ha realizzato ricavi per oltre 4,5 miliardi di sterline e un utile netto nell’ordine di 1,3 miliardi. La più recente valorizzazione privata l’ha portata a 75 miliardi di dollari. Una cifra che dà la misura del fenomeno: un’impresa nata praticamente ieri, senza una rete fisica paragonabile a quella delle banche tradizionali, vale ormai una quota molto significativa delle maggiori banche europee.
Non è accaduto per caso.
Negli ultimi 15 anni il Regno Unito ha trattato il fintech come un settore industriale da costruire. La Financial Conduct Authority ha creato una sandbox regolatoria che ha permesso alle nuove imprese di sperimentare prodotti e servizi in un ambiente controllato. Il sistema delle licenze ha accompagnato gradualmente la crescita degli operatori. L’Open Banking ha aperto l’accesso ai dati, con il consenso dei clienti, facilitando la nascita di nuovi servizi. Alcune società hanno ottenuto un accesso più diretto alle infrastrutture di pagamento.
Soprattutto, Londra dispone di ciò che in Italia resta scarso: capitale disposto a finanziare la crescita.
Una startup finanziaria che punta a diventare globale non ha bisogno soltanto di buone idee. Ha bisogno di decine, poi centinaia, infine miliardi da investire prima ancora che il modello abbia raggiunto la maturità. Il vero vantaggio britannico non è quindi soltanto regolatorio. È la presenza di un ecosistema capace di accompagnare un’impresa dalla nascita fino alla scala internazionale. Accanto a Revolut sono cresciute Wise, Monzo, Starling, Checkout.com, GoCardless. Non un campione isolato, ma un cluster.
L’Italia racconta una storia molto diversa.
Da noi il dibattito finanziario degli ultimi anni è stato dominato soprattutto dalla concentrazione bancaria: acquisizioni, Ops, alleanze, partecipazioni incrociate, ricerca della dimensione. È una partita legittima. Dopo le crisi bancarie del decennio scorso, solidità patrimoniale ed efficienza sono diventate inevitabilmente priorità. Ma resta il fatto che gran parte delle energie è stata investita nel decidere chi controllerà operatori già esistenti, molto meno nel costruirne di nuovi. Il confronto con il venture capital è impietoso. Nel 2024 in Italia gli investimenti complessivi nelle startup italiane si sono attestati attorno a 1,2 miliardi di euro, una frazione del mercato europeo. Ancora più limitati sono i capitali destinati specificamente al fintech.
Eppure non è vero che manchino le idee.
Satispay è nata nel 2013 e ha costruito uno dei pochi autentici successi fintech italiani, superando i 6,5 milioni di utenti e conquistando oltre 450 mila attività commerciali convenzionate. È la dimostrazione che competenze e capacità imprenditoriale esistono.
Ma proprio Satispay rende più evidente la domanda.
Perché da noi una buona fintech tende a restare specializzata in un segmento, mentre altrove alcune startup riescono a trasformarsi in piattaforme globali? Perché le imprese italiane incontrano più difficoltà nel finanziare il salto dimensionale, nell’espandersi rapidamente in decine di Paesi, nell’aggiungere servizi e nel competere frontalmente con gli incumbent?
È qui che il confronto con Revolut diventa interessante.
Non stiamo discutendo soltanto di una banca migliore o peggiore. Stiamo discutendo di chi controllerà una quota crescente dell’infrastruttura finanziaria dell’economia.
Il valore futuro non sarà necessariamente nelle filiali. Sarà nei dati dei clienti, nelle piattaforme, nei sistemi di pagamento, nella capacità di offrire contemporaneamente conto corrente, credito, investimento, assicurazione e servizi alle imprese. E soprattutto nella possibilità di conquistare milioni di utenti attraversando i confini nazionali con una rapidità che una banca tradizionale difficilmente può replicare. Qui il problema diventa europeo. Perché, anche mentre il Regno Unito produce campioni come Revolut o Wise, gran parte dell’infrastruttura mondiale dei pagamenti resta americana. Visa e Mastercard dominano le carte. PayPal ha costruito uno dei grandi ecosistemi digitali globali e Stripe è diventata un’infrastruttura fondamentale dell’e-commerce. È il motivo per cui l’Europa sta cercando da anni di sviluppare strumenti autonomi, dall’euro digitale alla European Payments Initiative e a Wero.
La partita non riguarda soltanto qualche punto di commissione sulle transazioni. Riguarda chi possiede i dati, chi controlla le infrastrutture e chi incassa il valore generato da miliardi di pagamenti. È una questione di sovranità economica non molto diversa da quella che oggi discutiamo per l’energia, i semiconduttori o l’intelligenza artificiale. Ecco perché chiedersi perché l’Italia non abbia creato una Revolut non è un esercizio di orgoglio nazionale, ma un modo per interrogarsi sul nostro modello di sviluppo. Possiamo continuare a costruire banche più grandi attraverso fusioni e acquisizioni. Probabilmente è anche necessario. Ma se nel frattempo le piattaforme finanziarie del futuro nasceranno altrove, avremo consolidato molto bene il passato mentre altri avranno conquistato il futuro.
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