Dal 1980 gli eventi meteorologici e climatici estremi hanno bruciato nell’Unione europea 822 miliardi di euro, 208 miliardi soltanto tra il 2021 e il 2024. Madrid chiede un fondo europeo per l’adattamento, obiettivi vincolanti e nuove entrate da petrolio e gas. Per l’Italia la domanda è concreta: quanto costa continuare a ricostruire dopo alluvioni, frane, incendi e siccità, e quanto sarebbe possibile risparmiare investendo prima?
In Europa il cambiamento climatico ha ormai un conto economico abbastanza grande da entrare nei bilanci pubblici insieme alla difesa, alle pensioni e agli interessi sul debito. L’ultima cifra dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) è 822 miliardi di euro di perdite dirette tra il 1980 e il 2024, a prezzi 2024. Ma dentro quel numero c’è soprattutto un’accelerazione: più di 208 miliardi, un quarto del totale, si concentrano fra il 2021 e il 2024. Le alluvioni rappresentano il 47% delle perdite, le tempeste circa il 27%, le ondate di calore quasi il 18%. E meno del 20% dei danni complessivi risulta coperto da assicurazioni private.
È da qui che parte la proposta consegnata dalla Spagna alla Commissione europea. La vicepresidente e ministra per la Transizione ecologica Sara Aagesen ha chiesto al commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra un Fondo europeo per l’adattamento climatico, obiettivi vincolanti e valutazioni dei rischi ogni cinque anni a livello europeo, nazionale e regionale. Madrid vuole che quei rischi entrino nelle decisioni su infrastrutture, uso del suolo e investimenti pubblici prima che un’opera venga progettata, non dopo che un’alluvione l’ha danneggiata. Tra le ipotesi di finanziamento figurano un prelievo sui profitti di petrolio e gas, strumenti di debito comune europeo e obbligazioni legate al rischio climatico. La Spagna propone anche di rafforzare rescEU, il meccanismo europeo di protezione civile, con mezzi condivisi e una flotta aerea antincendio dedicata.
Aagesen ha scritto che le politiche reattive non sono più sufficienti a proteggere sicurezza, prosperità e competitività. Il punto non è sostituire gli interventi d’emergenza, che resteranno indispensabili, ma smettere di considerarli il principale strumento finanziario contro un rischio che non è più eccezionale. L’estate europea del 2026, fra incendi, caldo estremo e siccità, ha offerto un’altra dimostrazione di quanto rapidamente un’emergenza ambientale possa diventare una voce di bilancio.
Il problema è che gli eventi climatici estremi stanno cambiando natura anche per i ministeri dell’Economia. Federico Barriga-Salazar, responsabile dei rating sovrani dell’Europa occidentale per Fitch, ha osservato che “stanno diventando più ricorrenti”. Ciò che per anni è stato trattato come un costo una tantum tende a trasformarsi in una voce ripetuta. Reuters ha ricostruito come le alluvioni spagnole del 2024 possano implicare costi di ricostruzione pari a circa 0,7 punti di Pil distribuiti tra il 2024 e il 2026. In Germania, dopo le alluvioni del 2021, la bassa copertura assicurativa costrinse il settore pubblico a mobilitare circa 30 miliardi di euro.
Qui compare il secondo conto, meno visibile del primo: chi paga ciò che non è assicurato. L’EEA stima che, nel lungo periodo 1980-2024, meno di un quinto delle perdite climatiche europee sia stato coperto da assicurazioni. Per i danni idrologici, cioè soprattutto le alluvioni, la quota assicurata è intorno al 15%; per gli eventi climatologici, che includono ondate di calore, incendi e siccità, poco sopra il 10%. Quando la copertura privata manca, il costo non scompare: passa alle famiglie, alle imprese, ai bilanci locali e, spesso, allo Stato.
David Zahn, responsabile del reddito fisso europeo di Franklin Templeton, ha avvertito che l’aumento della frequenza degli eventi può rendere una parte dei rischi sempre più difficile o costosa da assicurare. È il motivo per cui Banca centrale europea (Bce) ed EIOPA, l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali, hanno proposto un sistema a due pilastri: una riassicurazione pubblico-privata europea e un fondo europeo per i disastri, collegato però all’adozione preventiva di misure di riduzione del rischio. In altre parole, la solidarietà comune verrebbe legata alla prevenzione fatta prima.
L’Italia è uno dei Paesi nei quali questa discussione diventa immediatamente concreta. Secondo l’EEA è, insieme a Germania, Francia e Spagna, fra gli Stati europei con le maggiori perdite climatiche assolute dal 1980. Il rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico fotografa un territorio nel quale 7.463 comuni, il 94,5% del totale, sono esposti a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera. Le aree classificate a pericolosità elevata o molto elevata per frana sono salite al 9,5% del territorio nazionale; considerando insieme pericolosità da frana elevata e molto elevata e pericolosità idraulica media, l’area coinvolta arriva al 19,2%.
Questa esposizione ha un corrispettivo finanziario. Nel ReNDiS, il Repertorio nazionale degli interventi per la difesa del suolo gestito da ISPRA, al 31 dicembre 2024 risultavano censiti 25.921 interventi di mitigazione del rischio idrogeologico per 20,559 miliardi di euro di finanziamenti dal 1999. Tradotto in una media puramente aritmetica, sono poco più di 820 milioni l’anno lungo un quarto di secolo. È una cifra importante, ma va letta accanto alle dimensioni che può raggiungere un singolo disastro: ISPRA stima in 8,6 miliardi di euro i danni delle alluvioni dell’Emilia-Romagna del maggio 2023.
Il confronto non va falsato. Gli 8,6 miliardi sono una stima dei danni economici, i 20,559 miliardi ReNDiS sono finanziamenti pubblici censiti per opere di mitigazione: non sono grandezze contabili omogenee. Ma mostrano l’ordine di grandezza del problema. Un solo evento può distruggere valore pari a oltre dieci anni della media annuale dei finanziamenti censiti da ReNDiS per la difesa del suolo in tutto il Paese.
Anche il conto della ricostruzione aiuta a capire quanto rapidamente le cifre si accumulino. Il Piano speciale di ricostruzione per Emilia-Romagna, Toscana e Marche comprende oggi 6.396 interventi pubblici per circa 2,7 miliardi di euro. Alle opere pubbliche vanno aggiunti i contributi alla ricostruzione privata, gli interventi d’emergenza, le misure fiscali e gli aiuti alle imprese. Proprio questa dispersione spiega perché in Italia non esista un unico numero ufficiale, confrontabile anno per anno, che dica quanto lo Stato spende complessivamente “dopo” un disastro climatico e quanto spende “prima” per evitarne o ridurne gli effetti.
La frammentazione finanziaria è parte della questione. I soldi passano da fondi nazionali, commissari, Regioni, programmi europei e sistema assicurativo. E la distinzione fra ricostruzione e prevenzione non è sempre semplice: rifare un argine più resistente o un ponte con standard diversi significa riparare il passato e comprare protezione per il futuro.
Lo stesso Pnrr mostra quanto sia difficile separare le due voci. La misura per la gestione del rischio alluvioni e la riduzione del rischio idrogeologico nei territori colpiti nel 2023 era stata inizialmente dotata di 1,2 miliardi. Dopo la revisione approvata a fine 2025, la quota rimasta nel Pnrr è scesa a 290 milioni, mentre 910 milioni sono stati trasferiti su risorse nazionali per consentire di completare gli interventi oltre i vincoli temporali del Piano europeo. Non è quindi corretto descrivere quei 910 milioni come semplicemente “cancellati”: è cambiata la fonte finanziaria.
L’Italia dispone dal dicembre 2023 anche di un Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc). Il documento individua 361 possibili azioni per settori che vanno dall’agricoltura alla salute, dall’energia alle foreste, dalle città alle coste, dalle risorse idriche ai trasporti. È la cornice che per anni era mancata. Ma una cornice non coincide con un portafoglio di investimenti: l’efficacia del Pnacc dipende dalla capacità di trasformare quelle azioni in priorità territoriali, progetti, tempi, responsabilità e risorse verificabili.
Nel frattempo lo Stato ha spostato una parte del rischio verso il mercato. Le imprese italiane sono state progressivamente assoggettate all’obbligo di assicurare i beni produttivi contro terremoti, frane e alluvioni. Per la gran parte delle piccole e microimprese l’obbligo è in vigore dal 1° gennaio 2026. La finalità dichiarata dall’IVASS è anche ridurre l’onere pubblico dopo gli eventi estremi.
Assicurare di più, però, non equivale ad adattare. Una polizza distribuisce il danno; un’opera di prevenzione prova a ridurlo. È la distinzione che Heather Grabbe, senior fellow di Bruegel, ha posto al centro del dibattito europeo: i governi devono ridurre i danni futuri con investimenti di adattamento e, insieme, condividere i rischi oltre i confini nazionali. Se manca il primo pezzo, il secondo diventa progressivamente più caro.
La convenienza economica della prevenzione non è soltanto un argomento ambientalista. L’EEA ha stimato che, per rendere più resilienti agricoltura, energia e trasporti, nell’Unione europea servirebbero da 53 a 137 miliardi di euro l’anno entro il 2050, a seconda dello scenario climatico. Oggi, per questi settori, risultano impegnati circa 15-16 miliardi l’anno. E uno studio del Joint Research Centre della Commissione europea stima che la protezione dall’aumento del rischio di inondazione costiera possa restituire sei euro di benefici per ogni euro investito.
Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha spinto il ragionamento ancora più avanti: investimenti verdi pari allo 0,1% del Pil, secondo le stime citate dal governo di Madrid, potrebbero evitare perdite economiche per un valore otto volte superiore e perdite di gettito fiscale pari a tre volte l’investimento iniziale. Un lavoro pubblicato nel 2025 da ricercatori collegati a Oxford ha descritto la “trappola degli investimenti per l’adattamento”: i disastri aumentano debito e costi di finanziamento; il maggiore costo del capitale riduce lo spazio per la prevenzione; la minore prevenzione aumenta la vulnerabilità al disastro successivo.
Il Fondo monetario internazionale, in un working paper del giugno 2026, ha quantificato un altro anello della stessa catena: nel campione globale analizzato, un aumento di un punto percentuale delle perdite da disastri in rapporto al Pil accresce di circa il 2-3% la probabilità di default sovrano. Per l’Europa ricca non significa che un’alluvione porterà un Paese al fallimento. Significa che il rischio climatico entra nel costo del debito, nei rating, nella stabilità finanziaria e nella capacità di finanziare altre priorità pubbliche.
La direttrice esecutiva dell’EEA, Leena Ylä-Mononen, lo ha detto senza giri di parole: “I rischi climatici crescono più rapidamente della nostra preparazione sociale”. La prima valutazione europea del rischio climatico ha individuato 36 grandi rischi, otto dei quali richiedono interventi urgenti: tra questi il caldo sulla salute, le alluvioni su popolazione e infrastrutture, gli incendi, gli ecosistemi e la tenuta dei meccanismi europei di solidarietà.
È questo il terreno sul quale la proposta spagnola cambia la discussione. Un fondo europeo per l’adattamento finanziato anche da debito comune o da un prelievo sui profitti fossili incontrerà resistenze politiche e giuridiche; la Commissione ha già ricordato che la tassazione degli extraprofitti energetici resta oggi competenza dei singoli Stati. Ma Madrid sta ponendo una domanda destinata a sopravvivere anche se il suo schema verrà modificato: è più sostenibile finanziare insieme la prevenzione o continuare a socializzare, emergenza dopo emergenza, una quota crescente dei danni?
Per l’Italia la risposta passa da migliaia di interventi spesso poco visibili: manutenzione dei corsi d’acqua, delocalizzazione degli edifici più esposti, rinaturalizzazione delle aree di espansione dei fiumi, reti idriche meno disperdenti, boschi gestiti contro gli incendi, città con più suolo permeabile e ombra, sistemi di allerta, infrastrutture progettate sulle condizioni climatiche future e non sulle serie storiche del secolo scorso. Sono spese che raramente producono l’immagine televisiva della ricostruzione; proprio per questo hanno meno forza politica.
I numeri, però, stanno modificando gli incentivi. 822 miliardi di perdite europee, quattro degli ultimi anni fra i cinque più costosi dal 1980, una copertura assicurativa ancora minoritaria e oltre 100 miliardi l’anno di potenziale divario negli investimenti di adattamento in tre soli settori. In Italia, quasi tutti i comuni convivono con almeno una forma di rischio territoriale e il patrimonio di interventi finanziati per la mitigazione del dissesto in venticinque anni equivale a poco più di due volte il danno stimato di una sola grande alluvione.
Il prossimo conto arriverà comunque, sotto forma di argini da rifare, aziende da risarcire, raccolti perduti, reti idriche da potenziare o città da raffrescare. La scelta che Bruxelles e i governi nazionali stanno iniziando a discutere riguarda il momento in cui pagarlo: prima, per ridurre il danno, oppure dopo, quando il danno ha già deciso quanto costerà.
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