Se Niccolò Machiavelli avesse potuto fare un giro tra Cirò Marina, Crotone, Isola Capo Rizzuto e Cotronei, avrebbe strappato “Il Principe” per scriverne una versione aggiornata, interamente ambientata nel moderno Marchesato di Sergio Ferrari.

Per gli amici semplicemente “don Sergiuzzo”, costui è l’uomo delle dodicimila preferenze e della scalata alla Regione che è riuscito nell’impresa di trasformare la mappa geopolitica del Crotonese in un tabellone del suo Monopoli privato, dove le caselle si comprano con il denaro dei contribuenti e le pedine da schierare sono tutte rigorosamente di “famigghia”. Gli esposti che riempiono i tavoli della Procura di Crotone e della Guardia di Finanza da parte di cittadini ormai nauseati non descrivono una normale, seppur opaca, gestione politica. Raccontano invece la scientifica e spietata demolizione dello Stato di diritto da parte di una “sacra famigghia” amministrativa che ha ridotto i municipi e l’ente Provincia a uffici di collocamento privati, dove il voto di scambio si tira dietro le assunzioni clientelari come le ciliegie a giugno.

L’intuizione di don Sergiuzzo e del suo fido scudiero Gianni Notaro è da manuale del clientelismo avanzato: per evitare l’occhio indiscreto delle procure e i controlli incrociati nei singoli, piccoli comuni, è bastato centralizzare tutto inventando una bella convenzione provinciale. La Provincia di Crotone, guidata da Ferrari e dal delfino Fabio Manica, è diventata così la centrale unica del reclutamento concorsuale. Seduti sulle comode poltrone provinciali, con commissioni d’esame blindate da fedelissimi — come il segretario Nicola Middonno, l’ingegnere Benincasa e Arturo Pantisano — il duo ha potuto pilotare le graduatorie di tutto il territorio a proprio piacimento. È la democrazia del posto fisso come merce di scambio: l’ingegnere Scarpelli finisce magicamente assunto a Pallagorio, i tecnici Marinello e Cavallaro vengono risucchiati a Cirò Marina con scorrimenti acrobatici da altri enti, i figli di Carmine Morise, ovvero l’uomo che gestisce i carburanti dei mezzi comunali, vengono sistemati uno in Comune e uno in Provincia, e persino il marito della consigliera Giusy Pirito trova la sua sedia al sole. La regola non scritta del feudo è elementare nella sua brutalità: tu mi dai il voto per le Regionali (e non solo…), io ti dò lo stipendio pubblico. Siamo ben oltre… Cetto Laqualunque!

A Cirò Marina, d’altronde, il Comune è da tempo una succursale aziendale con corsie preferenziali riservate ai saltimbanchi della politica. Emblematico è il caso dei consiglieri Turano e Strumbo: eletti nelle liste dell’opposizione, sono stati improvvisamente folgorati sulla via di Damasco dal “Re” Ferrari. Il prezzo del loro “salto della quaglia” è stato presto pagato con avanzamenti di carriera all’Asp, viaggi premio e un’infornata di parenti stretti che fa sembrare i concorsi pubblici un pranzo di Natale in famiglia. Nelle graduatorie finali per gli assistenti sociali compaiono infatti la cugina dell’assessore Strangi, la moglie del consigliere Mistretta, la nipote della moglie di Turano e la sorella dello stesso Strumbo. Persino la polizia locale si è piegata militarmente al sistema: il comandante Salvatore Anania — che secondo le denunce guiderebbe da anni la propria auto privata senza copertura assicurativa nell’indifferenza generale — avrebbe contribuito a far assumere senza concorso il vigile Antonello Grillo, figura a cui Ferrari teneva moltissimo. In cambio di questa cortesia istituzionale, Anania avrebbe ottenuto un contratto nei servizi sociali per la nuora e uno nella municipale per il figlio.

Mentre la “super sorella” Mariella Ferrari trasforma il settore del welfare in un orticello di caccia privato, distribuendo milioni di euro di fondi pubblici sempre alle stesse associazioni amiche, come “Il Girasole” di Marialuna Valente, ed esiliando fuori comune le assistenti sociali ribelli che osano alzare la testa, gli adepti del sistema la ringraziano regalandole una borsa firmata da oltre cinquemila euro, in barba a qualunque codice di comportamento della pubblica amministrazione.

Ma il vero capolavoro di equilibrismo burocratico spetta sempre alla sorella del dominus. Con un decreto d’urgenza firmato dall’ex vicesindaco Pietro Mercuri, sprovvisto della necessaria delega al personale, Maria Natalina passa da semplice dipendente di categoria C a responsabile d’area. Subito dopo, viene bandita una progressione verticale interna per la categoria D. I requisiti sembrano ritagliati su misura, la commissione d’esame è presieduta dal solito Middonno, uomo di fiducia della Provincia di Ferrari, e alla fine si registra un’unica, solitaria partecipante: la sorella del sindaco, contrattualizzata nel nuovo ruolo direttivo. Nel frattempo, per non far torto a nessuno, anche Morena Pizino, nipote del vicesindaco Mercuri, vince il concorso nei vigili urbani. Una grande e allargata famiglia felice che banchetta sulla cosa pubblica.

Per finanziare la trionfale campagna elettorale regionale di don Sergiuzzo, è entrato poi in gioco il braccio armato dell’evasione legalizzata dei tributi: Nicodemo Tavernese, soprannominato “Nocciolina”. Descritto dagli operai comunali come un ex capo netturbino privo di specifiche competenze ma estremamente incline al malaffare e pronto a firmare qualunque cosa, viene promosso dirigente con ben 18.000 euro di indennità. Il suo compito principale è stato quello di annullare migliaia di metri cubi d’acqua e sforbiciare le cartelle dei rifiuti solidi urbani, rimodulando le tariffe al minimo per comprare il consenso della plebe e capitalizzare pacchetti di voti per il capo. Nel tempo libero, Nocciolina si sarebbe persino fatto ristrutturare la propria villa di lusso con piscina usando materiali edili ordinati e pagati a spese del Comune di Cirò Marina, mentre le cartelle esattoriali di sorelle e cognati venivano magicamente ridotte a tariffe da alloggio popolare.

Il curriculum perfetto del “parassita” della Regione, preventivamente piazzato da Roberto Occhiuto anche alla guida dell’Arrical, il nuovo carrozzone massoclientelare che governa i settori dell’idrico e dei rifiuti in Calabria, si arricchisce infine con il clamoroso ed emblematico “caso padel”. L’Ufficio Tecnico di Cirò Marina ha infatti rilasciato un permesso di costruire alla società Signor Padel Srls su un terreno che al catasto risulta essere un uliveto assolutamente non edificabile. Di chi è la ditta? Della signora Antonietta Garrubba, moglie di Giuseppe Farao, quest’ultimo condannato in primo grado nel maxi-processo antimafia “Stige” a 13 anni e 6 mesi per associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di valori, nonché figlio del boss detenuto Silvio Farao.

Quando l’inchiesta giornalistica de I Calabresi ha sollevato il velo sul legame con la storica cosca di Cirò, Ferrari è lesto andato nel panico e ha ordinato una revoca immediata del permesso a firma del tecnico Cavallaro. Ma l’approssimazione regna sovrana nel feudo: Giuseppe Farao ha presentato ricorso al TAR Calabria, denunciando che il Comune ha agito solo per via del “clamore mediatico” e senza seguire i passaggi formali previsti dalla legge. Risultato? I giudici amministrativi hanno dato ragione a Farao, annullando la revoca del Comune e condannando l’ente a pagare quattromila euro di spese legali al presunto esponente del clan. Oltre al danno di un territorio svenduto, la beffa di dover risarcire chi lo mette in ginocchio.

Il sipario è sollevato, le carte sono in Procura e la DDA di Catanzaro osserva i movimenti. Ma per gli analisti della politica e i più attenti osservatori, le inchieste ancora “in incubazione” sono destinate a tracciare una traiettoria che va ben oltre i confini del Crotonese. Proprio Crotone, infatti, rischia di diventare il vero e drammatico tallone d’Achille per Forza Italia, l’epicentro da cui potrebbe ripartire un nuovo ciclo politico capace di risvegliare il centrosinistra e stravolgere i rapporti di potere nel centrodestra. Ferrari non è un peone qualsiasi: è il segretario provinciale del partito, nonché vicesegretario regionale all’ombra del potentissimo Francesco Cannizzaro. La sua parabola discendente si preannuncia letale non solo per lui, ma per l’intera filiera politica che lo ha sostenuto e foraggiato. Tra Ferrari, Cannizzaro e l’assessore Gianluca Gallo è andato in scena una sorta di “pactum sceleris” capace di far catalizzare al dominus di Cirò Marina l’astronomica cifra di 12.100 voti alle ultime regionali; un risultato abnorme, mai visto prima nel crotonese, che ha fatto troppo rumore per non lasciare una scia. Al palazzo di giustizia, le mosse del procuratore capo Domenico Guarascio sussurrano una strategia sottile. L’aver messo le mani sul delfino Fabio Manica e sul capo della Sinergyplus Combariati, per gli addetti ai lavori, serve a risalire la catena fino al nome di Ferrari. E a quel punto, se il prossimo “uccellino” a dover cantare per salvarsi fosse proprio il dominus, i nomi richiesti dalle procure punterebbero dritto ai vertici: a Cannizzaro, a Gallo e, chissà, magari fino all’imperatore in persona, il governatore Roberto Occhiuto. Da Crotone, dove il fango delle inchieste “Teorema” e dei favori incrociati minaccia di travolgere gli argini, potrebbe essere appena iniziata la clamorosa caduta dell’impero.


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