L’Odissea fu un viaggio di gruppo. Racconta il viaggio di un eroe, ma anche quello dei suoi compagni di avventura. Ulisse attraversa il Mediterraneo con il suo equipaggio e ogni tappa è una prova di leadership (così la chiameremmo oggi), fiducia e convivenza.
A quasi 3mila anni di distanza, mentre Christopher Nolan riporta quel racconto al cinema, il viaggio condiviso sembra tornare di moda. Non con amici o parenti, ma con perfetti sconosciuti, di diverse età e proveninenze, che scelgono di partire insieme affidandosi a piattaforme e agenzie specializzate. Le mete sono diverse, i periodi e la durata anche: ce n’è per tutti i gusti, dagli amanti della natura ai cercatori di avventura, dagli appassionati di cultura a chi invece è a caccia di spensieratezza e divertimento.
Svariate sono anche le piattaforme e le agenzie, ognuna con la propria identità e caratterizzazione. Anche i costi variano, da proposte esclusive ad altre molto accessibili, a seconda della meta ma anche dello standard di comfort richiesto. Ma cosa spinge le persone ad affidarsi al caso, nella ricerca di compagni di viaggio? Cosa c’è dietro questa tendenza e cosa ci dice, di noi e della nostra società, il successo di queste proposte?
Ci aiuta a capirlo Stefano Laffi, sociologo e fondatore dell’agenzia Codici, che da anni studia le dinamiche giovanili, la partecipazione e le relazioni nelle comunità.

Come possiamo spiegare questo “gusto” di viaggiare con sconosciuti?
Perché forse non è propriamente un viaggio con sconosciuti. Se ci pensiamo bene, è un viaggio con persone che hanno qualcosa in comune con me: sono aperte all’incontro e hanno scelto proprio quella meta. Insomma, c’è già una sorta di affinità elettiva che mi lega a quel gruppo. È una socialità casuale, sì, ma in qualche modo protetta.
Il viaggio è tradizionalmente un’esperienza collettiva, di cui cooperazione e condivisione sono ingredienti essenziali. Eppure, anche “viaggiare da soli” è diventata una tendenza. Perché?
Io credo che il viaggiare da soli sia stato, e forse lo è ancora, un viaggio di formazione. In realtà è un viaggio per incontrare se stessi, scoprire chi si è, cosa piace, cosa si può fare. In passato questo è stato molto importante. Pensiamo ai romanzi di formazione, caratterizzati proprio da questo tipo di tensione, sia narrativa sia esplorativa, verso di sé, attraverso incontri, mete, occasioni e situazioni anche casuali.
Il romanzo di formazione in sé non c’è più, ma in parte si ripropone attraverso la dimensione diaristica dei social: qui annotiamo giorno per giorno, scoperte, intuizioni, su ciò che piace, appunti personali su di sé, su ciò che si pensa, su ciò che si incontra. In questo modo, la scoperta di se stessi continua a essere un tema molto forte e credo anche molto interessante da esplorare.
I social e le piattaforme, così come i viaggi di gruppo, sono comunque un modo per andare oltre la dimensione solitaria. Pensiamo ai siti e le app di incontro: anche questi continuano ad avere successo?
A me sembra che stiano attraversando un momento di crisi, sia di adesioni che di utilizzo. Le persone vogliono incontrarsi dal vivo, più che continuare ad accettare una relazione digitale. Mi sembra che ci sia anche una tendenza al digital detox, quindi ad attraversare periodi, luoghi o situazioni in cui non è il digitale, non è il telefono, non è quel tipo di meccanismo a regolare le relazioni.


E qui torniamo al desiderio di viaggiare in gruppo. Ma farlo con “sconosciuti”, per quanto accomunati da interessi e attitudini, non è il segno di una solitudine che dilaga?
Sicuramente c’è una fatica nelle relazioni quotidiane, una disabitudine all’incontro, alla casualità, alla capacità di stare insieme, di chiacchierare, di conversare anche senza un argomento preciso, anche senza sapere nulla di chi si ha di fronte.
Probabilmente l’abitudine alla profilazione, insieme alla diffusione di un clima di sospetto e di paura nei confronti degli altri, ha portato a un isolamento che però ha stancato. E ha stancato, forse, anche quella che chiamerei socialità profilata, intenzionale e priva di elementi di casualità.
In fondo, noi abbiamo bisogno di incontrare sconosciuti: abbiamo inventato le città per questo, altrimenti ci sarebbero bastate le case, dove ci si conosce fin troppo bene.
In fondo noi abbiamo bisogno di incontrare sconosciuti: abbiamo inventato le città per questo, altrimenti ci sarebbero bastate le case, dove ci si conosce fin troppo bene .Abbiamo creato lo spazio urbano. La piazza è l’incontro fra sconosciuti
Abbiamo creato lo spazio urbano. La piazza è l’incontro fra sconosciuti: è il poter stare accanto a una persona di cui non si sa nulla e avere uno scambio, anche solo da cliente a negoziante o da cittadino a cittadino. Il rischio è che questa capacità si perda.
Quando andiamo a scuola non scegliamo i nostri compagni di classe. Certo, questo genera fatica, ma di fatto la nostra socialità è sempre stata costruita su incontri casuali. È negli ultimi anni che abbiamo cercato di evitarlo, di sfuggire a questa esperienza. E ora proviamo a recuperare in vari modi, tra cui queste esperienze di gruppo organizzate.
Ribadisco però che i viaggi organizzati hanno comunque una dimensione di protezione. Quelle non sono persone qualunque: sono persone in qualche modo identificate. Chi organizza protegge la situazione, c’è spesso un meccanismo di regolazione all’interno del gruppo, ci sono una serie di comfort che limitano lo stress, la fatica e il caos.
Cosa insegna questa socialità “casuale”? E qual è la condizione ideale per il suo successo?
Innanzitutto a relativizzare le proprie abitudini, le proprie scelte, a mediare, a rinunciare ad alcune cose in cambio della possibilità di scoprirne altre. Ti ritrovi a fare qualcosa che non avresti mai fatto, ad andare in un luogo in cui non avresti scelto di andare.
E poi ti mette a contatto con abitudini e tempi diversi dai tuoi. È certamente una forma di evoluzione e di apprendimento.
La condizione ideale è quella che combina l’elemento della casualità con quello dell’intenzionalità, della selezione e della scelta: da un lato ti permette di coltivare e approfondire ciò che ti interessa, dall’altro ti richiede agilità, plasticità mentale e capacità di adattamento per stare in situazioni che non “profilate”
Probabilmente la condizione ideale è quella che combina l’elemento della casualità con quello dell’intenzionalità, della selezione e della scelta: da un lato ti permette di coltivare e approfondire ciò che ti interessa, dall’altro ti richiede agilità, plasticità mentale e capacità di adattamento per stare in situazioni che non “profilate”.
Bisogna essere pronti a “fare cose per la prima volta”, il che ha molto a che fare con l’immaginazione, a cui ho dedicato il mio ultimo libro, “Immagina” (Feltrinelli, 2026)
Quindi l’immaginazione è una forma di agilità?
Sì, perché è il contrario di rassegnazione al fatto che non esistano alternative al presente, a ciò che è noto. Una domanda-test che faccio spesso al pubblico, per capire quanto le persone abbiano dimestichezza con l’immaginazione, è questa: «Quando è l’ultima volta che avete fatto una cosa per la prima volta?».
Un’esperienza di “socialità casuale”, come il viaggio di gruppo, probabilmente apre, alimenta ed esercita l’immaginazione. Da un punto di vista pedagogico, stare sempre con le persone che si conoscono, in situazioni confermative, è antievolutivo. Al contrario, l’esposizione alla casualità dell’incontro e all’improvvisazione nutre la persona e la sua immaginazione.
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Chiara Ludovisi
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