Geografia, disciplina chiave per capire il mondo: cosa cambia con le nuove Indicazioni Nazionali? INTERVISTA a Giusi Antonia Toto


Indicazioni nazionali e geografia, ne abbiamo parlato con la Professoressa Giusi Antonia Toto, Docente ordinaria di Didattica e Pedagogia Speciale presso l’Università di Foggia e coordinatrice del Learning Science Hub.

Professoressa Toto, alla luce delle nuove Indicazioni Nazionali, come cambia l’insegnamento della geografia nella scuola italiana e quali sono le principali novità sul piano didattico?

A beneficio dei nostri lettori, diciamo subito che sono un’ex docente di scuola, ora docente universitaria, che ha vissuto questi cambiamenti sulla propria pelle. La geografia, come ricorderete, è sempre stata una classe di concorso a cui si accedeva tramite diverse classi di laurea: discipline umanistiche, economiche, statistiche, politiche e così via. Bisognava possedere specifici insegnamenti nel piano di studi per poterla insegnare.

Questo l’ha resa una disciplina interpretata in modo diverso da docente a docente, in base al background di partenza, elemento che per anni è stato oggetto di dibattito. Oggi si cerca di riportare la geografia al centro del dibattito scolastico italiano. Ma cosa significa concretamente? Significa che, dopo un periodo in cui nei curricula lo spazio orario si è ridotto a poche ore settimanali, spesso integrate nella disciplina della “geostoria”, la geografia cerca un vero rilancio. In passato era concepita come un mero nozionismo di capitali, fiumi e catene montuose, basato sulla memorizzazione e sulla descrizione passiva dei fenomeni. In seguito si è orientata verso la geografia umana, concentrandosi sull’interpretazione delle dinamiche sociali, ponendo gli insegnanti di fronte alla sfida di spiegare i movimenti della società. Oggi si giunge a un approccio centrato sull’analisi socio-spaziale e sul problem solving.

L’educazione geografica persegue due obiettivi principali: lo sviluppo sostenibile, che è una delle sfide più complesse, poiché richiede metodologie e strumenti specifici in classe; e la cittadinanza attiva, che rappresenta il divario più significativo che nelle ore di educazione civica abbiamo spesso tentato di colmare con la lezione frontale. Ci rendiamo conto, tuttavia, che sul piano metodologico è ormai necessario utilizzare nuove tecnologie e sistemi informativi territoriali (GIS), come le mappe interattive.

Questi strumenti consentono agli studenti di esplorare il territorio in maniera immersiva, sviluppando competenze legate all’osservazione diretta e all’analisi critica delle fonti. Ricordo che una delle ultime attività che svolsi in un paesino dell’Abruzzo fu la ricostruzione della storia locale attraverso la toponomastica: la geografia ci permise di comprendere come i nomi di alcune vie avessero preservato la memoria storica e le radici culturali del luogo.

Quanto è importante una solida preparazione geografica per decodificare la complessità del mondo contemporaneo? Pensiamo alla crisi climatica, ai conflitti in corso come quello in Ucraina, o alle tensioni geopolitiche nei punti di snodo del commercio globale come gli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb.

Domanda complessa. Oggi una solida preparazione geografica non è semplicemente importante, ma imprescindibile, sia per ragioni teoriche (epistemologiche) sia pratiche, come quelle citate. Viviamo in un’epoca di forte interconnessione e interdipendenza: quando si verifica un evento a migliaia di chilometri di distanza, le ripercussioni sulla nostra quotidianità sono immediate. Nei percorsi di formazione docenti si richiamava spesso la teoria del “battito d’ali di farfalla a Pechino” di Lorenz per spiegare l’interdipendenza e l’imprevedibilità degli eventi.

Oggi quella metafora va attualizzata: un evento può essere imprevedibile, ma le sue conseguenze sono istantanee. È quasi impossibile che ciò che accade nel mondo non ci tocchi o non stabilisca una connessione diretta con la nostra realtà; pertanto, non possiamo ignorarlo. La geografia fornisce le lenti ideali, sia a livello macroscopico che microscopico, per decodificare tale complessità, permettendoci di osservare i contesti culturali attraverso gli occhi di chi vive una determinata città, regione o stato. Mi occupo di intercultura non solo nel bacino del Mediterraneo ma anche nel Nord Europa, e un dato fondamentale che emerge è la presenza di profonde differenze interne alle medesime nazioni. Io stessa, essendo del Sud Italia, ho un modo di vivere i contesti sociali e le relazioni parzialmente diverso da chi vive nel Centro, come te, o nel Nord Italia.

Nel discorso pubblico tendiamo spesso a generalizzare a livello microscopico “tutti gli italiani sono…”, “le altre popolazioni sono…”, mentre la geografia ci aiuta a relativizzare i concetti di popolo, confine e limite, fornendoci una visione più fedele della realtà. Prendiamo la crisi climatica: non si tratta soltanto di un fenomeno meteorologico, ma di un problema profondamente geografico che comporta l’alterazione degli ecosistemi, la modifica delle risorse idriche ed agricole e la nascita dei flussi migratori dei cosiddetti “migranti climatici”.

Analogamente, i conflitti contemporanei, come quello in Ucraina, richiedono un’analisi geopolitica per essere compresi a fondo, integrando questa dimensione nel bagaglio formativo degli insegnanti. Questo spiega anche perché, trent’anni fa, l’accesso all’insegnamento della disciplina fosse aperto a diversi percorsi di laurea. L’analisi geopolitica ci permette di valutare la distribuzione delle risorse energetiche, i confini storici e le sfere di influenza.

Anche i punti strategici del commercio marittimo globale, come lo stretto di Hormuz, dimostrano come la dimensione fisica, come la conformazione dello stretto, determini la geografia economica e, di conseguenza, gli equilibri di potere mondiale. Senza queste competenze, studenti e cittadini rischiano di subire tali dinamiche in modo passivo. Perfino l’intelligenza artificiale, che nella fase iniziale mostrava evidenti limiti e allucinazioni, sta evolvendo per cogliere in modo sempre più preciso le connessioni tra il mondo reale e la sua rappresentazione quando viene interrogata su contenuti geografici.

Il rilancio di questa disciplina può rappresentare anche una scelta strategica per promuovere l’educazione interculturale e l’inclusione tra i banchi di scuola?

Dal mio punto di vista, assolutamente sì. Sarà per il mio percorso umanistico o per l’esperienza d’insegnamento sul campo, ma continuo a credere fermamente in questo principio. La geografia è, per sua natura, la scienza dell’alterità e dell’incontro. Studiare come le diverse popolazioni del mondo si organizzano e si relazionano con l’ambiente significa educare al decentramento cognitivo, ossia alla capacità di osservare la realtà da prospettive diverse dalla propria. Questo è il primo passo per costruire un’educazione interculturale autentica.

Quando analizzavamo le carte geografiche a scuola, mi divertivo a mostrare agli studenti come la rappresentazione del mondo cambi a seconda del punto di osservazione. Ricordo lo stupore dei ragazzi di fronte a un planisfero australiano con l’Australia posta al centro e in dimensioni notevolmente amplificate. Questo li portò a riflettere su come ogni rappresentazione del mondo dipenda dall’angolo di visuale adottato. Inoltre, nelle classi multiculturali, la geografia valorizza le storie personali e le origini degli alunni, trasformandole in risorse didattiche collettive.

Conoscere i luoghi di provenienza dei compagni, i loro paesaggi e le loro tradizioni stimola l’empatia e smonta pregiudizi e stereotipi dettati dall’ignoranza. La geografia umana ci insegna che le culture non sono monoliti statici, ma realtà fluide, frutto di continui scambi e ibridazioni. Trasformare la classe in un laboratorio di inclusione e cittadinanza globale permette agli studenti di sviluppare competenze trasversali e sentimenti legati alla tolleranza, un aspetto fondamentale per me che da sempre approfondisco il ruolo delle emozioni a scuola.

Un’ultima domanda: a fronte dei chiari benefici formativi della geografia, uno dei nodi principali resta il risicato monte ore ad essa dedicato. Quali strategie o suggerimenti didattici si sente di offrire agli insegnanti per valorizzare al meglio la materia entro questi limiti?

Il problema del monte ore ridotto è reale e a volte frustrante per un insegnante. Spesso ci si sente ripetere che “volere è potere” e che anche in poche ore si possa trattare una grande mole di argomenti. La realtà è che lo spazio orario dedicato alla geografia è estremamente risicato, ma questo non deve diventare un alibi per rinunciare alla qualità dell’insegnamento. La chiave per superare questo ostacolo è la trasversalità.

Il mio primo suggerimento per i docenti è di non concepire la geografia come una disciplina isolata, ma di farla dialogare costantemente con le altre materie. Oggi la geografia è integrata nella storia, il che permette di contestualizzare gli eventi nello spazio; può dialogare con le scienze, trattando i temi dell’ecologia e del clima; si lega perfettamente alla letteratura, attraverso la lettura di romanzi e resoconti di viaggio; e trova infine un naturale sbocco nell’educazione civica.

Sul piano metodologico, gli insegnanti possono ricorrere all’insegnamento basato sui progetti, con metodologie come il project-based learning, o organizzare debate su temi geopolitici e ambientali di attualità. Il docente può proporre un caso di studio reale e chiedere agli studenti di svolgere ricerche, analizzare dati spaziali e ipotizzare soluzioni: si può lavorare sia su scala micro, come la storia locale o la gestione dei rifiuti nella propria città, come nell’esempio che ho citato prima della mia esperienza in Abruzzo; sia su scala macro, affrontando fenomeni quali la deforestazione in Amazzonia.

Infine, le tecnologie correnti mettono a disposizione numerose risorse digitali aperte, come Google Earth, portali di dati geografici, simulatori climatici e strumenti di intelligenza artificiale, utili per stimolare l’autonomia, lo spirito critico e la curiosità dei nostri studenti oltre le pagine del manuale scolastico.


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 Fabio Gervasio

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