Valle del Sacco: né allarme né tranquilli. Cosa dice il rapporto ’26 di ARPA Lazio

Esiste una verità che ogni tanto riaffiora sulla Valle del Sacco. Una verità ambientale che cambia forma a seconda di chi la racconta: rapporti che minimizzano, altri che allarmano, dichiarazioni che oscillano tra rassicurazioni e richiami all’emergenza. In mezzo ci sono i cittadini, le imprese, le famiglie che vivono e lavorano in un territorio complesso, dove la percezione del rischio ambientale è spesso confusa, contraddittoria, frammentata. Mai chiara in maniera definitiva.

L’ultimo rapporto in ordine di tempo è quello pubblicato in queste ore dall’ARPA Lazio: «La Valle del fiume Sacco. Uno studio ambientale 2026». Lo ha curato il Dipartimento di Stato dell’Ambiente e l’Agenzia Regionale per l’Ambiente. Il documento è composto da 84 pagine e fotografa lo stato ambientale della Valle del Sacco aggiornato al 2024, relativamente alle matrici acqua, aria e suolo.

La Valle del Sacco

Un territorio di circa settemila ettari, abitato da oltre 200.000 personesparse in 19 Comuni della provincia di Frosinone e della Città Metropolitana di Roma Capitale.

Il rapporto non consegna una sentenza unica sulla Valle del Sacco ma restituisce un quadro diverso a seconda della matrice ambientale. Distingue chiaramente tra contaminazioni di origine umana e anomalie che, nella maggior parte dei casi esaminati per suoli e falde, l’ARPA ritiene verosimilmente riconducibili alla geologia naturale. La fotografia, letta senza forzature, racconta una Valle che, anche se in miglioramento, non può ancora considerarsi risanata.

Acqua: criticità strutturale e contaminanti storici

Il bacino del Sacco comprende un sistema idrografico molto ampio: l’asta principale del fiume è lunga circa 85 chilometri, attraversa 19 Comuni tra le province di Roma e Frosinone e ha una portata media annua di circa 16 metri cubi al secondo. Ma quando si passa dalla geografia alla qualità ambientale, il quadro cambia.

(Foto © DepositPhotos.com)

Nel triennio 2021-2023, tra i corpi idrici monitorati, compaiono numerosi giudizi di stato ecologico «scarso» o «cattivo». Il Fiume Sacco presenta una situazione fortemente problematica in diversi tratti, mentre anche alcuni affluenti mostrano condizioni non soddisfacenti. Il Lago di Canterno viene classificato, per il triennio considerato, in stato ecologico scarso.

Ancora più significativo è ciò che emerge dal monitoraggio chimico. Nel tratto del Sacco che attraversa la provincia di Frosinone continuano a comparire criticità legate all’esaclorocicloesano: sostanza che rappresenta ormai uno dei simboli della storia ambientale della Valle. Ma non c’è soltanto l’HCH. Nelle analisi compaiono anche cipermetrina, mercurio e PFOS, oltre ad altri contaminanti. Lo stato chimico risulta «non buono» in diversi corpi idrici del Sacco, con criticità concentrate prevalentemente nel tratto ciociaro o immediatamente contiguo. L’Agenzia parla di una situazione stabile nel tempo e di una vera e propria criticità cronica.

Gli scarichi e non solo
Impianto di depurazione degli scarichi urbani

A pesare sono anche fattori molto meno spettacolari, ma decisivi: scarichi urbani, reti fognarie e collettamenti non sempre adeguati, agricoltura e zootecnia.

Il rapporto sottolinea che, lungo il Sacco e i suoi affluenti, reti fognarie e mancati collettamenti possono favorire fenomeni di arricchimento di sostanza organica, contaminazione microbiologica ed eutrofizzazione.

La presenza diffusa di fitofarmaci e i livelli elevati di nitrati, soprattutto nella provincia di Frosinone, sono da mettere in relazione con il dilavamento delle aree agricole e con lo spandimento incontrollato di reflui zootecnici. Il capitolo acqua non lascia molto spazio alle interpretazioni.

Aria: miglioramento in corso, ma ancora insufficiente

(Foto © DepositPhotos.com)

Se per l’acqua il rapporto racconta una criticità strutturale, per l’aria il giudizio è più articolato. La qualità dell’aria è migliorata. Ma non abbastanza. Nel 2024

  • Ceccano ha registrato una media annua di PM10 di 35 microgrammi per metro cubo e ben 79 superamenti del limite giornaliero di 50 microgrammi.
  • Frosinone Scalo ha registrato una media annua di 31 microgrammi e 70 superamenti.
  • Cassino ha raggiunto 33 microgrammi di media e 56 superamenti

Il limite previsto dalla normativa è di 35 superamenti annui. In altre parole: in queste tre stazioni il limite è stato superato in maniera evidente.

Anche il PM2,5 resta un elemento di attenzione: a Cassino la media annua è arrivata a 20 microgrammi per metro cubo ed a Colleferro Europa a 17. Il biossido di azoto invece presenta una situazione diversa: il valore medio annuo più elevato è stato registrato a Cassino, con 31 microgrammi per metro cubo, ma senza superamento del limite normativo.

Colpa della geografia
Centraline di Arpa Lazio per lo studio dell’aria

Per capire la situazione bisogna però considerare un elemento decisivo: la conformazione orografica della Valle, insieme alle condizioni meteorologiche invernali, favorisce la stabilità dell’aria e ostacola la dispersione delle sostanze inquinanti. Tradotto: La forma della Valle e il clima invernale fanno sì che l’aria resti ferma, impedendo agli inquinanti di disperdersi. Più semplice ancora? In inverno, la conformazione della Valle trattiene l’aria e fa sì che l’inquinamento rimanga più a lungo, invece di disperdersi.

Il rapporto individua diverse sorgenti: traffico, industria, agricoltura e riscaldamento degli edifici. Un dato particolarmente interessante: nel periodo invernale il riscaldamento domestico a biomassa rappresenta circa il 40% della concentrazione totale di PM10 rilevata nell’area di studio. Anche qui, in maniera più semplice: quasi la metà dell’inquinamento invernale è generato dalla legna bruciata nei caminetti o dal pellet messo nelle stufe.

La stessa Agenzia mette contemporaneamente nero su bianco che il trend è «in netto miglioramento». Il problema è che, guardando ai nuovi standard europei, il miglioramento non è ancora sufficiente. Dire che l’aria sta migliorando non significa dire che l’aria è buona.

Suolo e sottosuolo: la matrice più controversa

Foto: Pietro Scerrato

È probabilmente la matrice che merita maggiore attenzione, perché è quella nella quale negli ultimi anni si sono confrontate letture apparentemente opposte della Valle del Sacco.

Il territorio del SIN «Bacino del Fiume Sacco» è vasto circa 72 chilometri quadrati e comprende aree industriali, commerciali, agricole e zone destinate a verde pubblico. Nel 2024, nella provincia di Frosinone risultavano 348 procedimenti amministrativi di bonifica attivi e 69 conclusi. All’interno del SIN, al 31 dicembre 2024, erano 121 i procedimenti attivi e 41 quelli conclusi. I procedimenti sono distribuiti nei 19 Comuni del SIN e si concentrano soprattutto ad Anagni, Frosinone, Patrica, Ferentino e Ceprano.

Nei suoli del SIN sono stati rilevati frequentemente metalli e metalloidi: arsenico, berillio, tallio, vanadio, piombo, cobalto e selenio. Questo, letto superficialmente, potrebbe portare alla conclusione che tutto sia frutto dell’inquinamento industriale. Il rapporto ARPA, però, dice qualcosa di molto più prudente. Gli stessi metalli vengono trovati sia in aree industrializzate sia in aree agricole e non industrializzate, sia dentro sia fuori dal perimetro del SIN. La distribuzione e le caratteristiche delle anomalie hanno portato l’Agenzia a ritenere che, nella maggior parte dei casi, esse siano riconducibili alle caratteristiche geologiche dell’area.

I valori di fondo
Analisi di laboratorio

È qui che entra in gioco il concetto di valore di fondo naturale: se un determinato elemento è naturalmente presente nel terreno o nella falda per caratteristiche geologiche del territorio, il suo superamento di un limite tabellare non significa automaticamente che qualcuno abbia inquinato quel terreno. Soltanto nella provincia di Frosinone, tra il 1° gennaio 2022 e il 30 giugno 2025, sono state istruite oltre 50 istanze per attestare la naturale presenza di metalli e metalloidi nei terreni e nelle acque di falda.

Ma attenzione: questa parte della storia non cancella quella precedente. Perché insieme ai metalli di possibile origine naturale, nelle falde del SIN vengono ancora riscontrati solventi clorurati: presenza «non trascurabile» secondo il rapporto, che in alcune circostanze può assumere addirittura il carattere di contaminazione diffusa. La sintesi è: non tutto ciò che supera un limite è necessariamente inquinamento industriale. Ma non tutto ciò che è riconducibile a un fenomeno naturale cancella le contaminazioni antropiche storiche.

La riflessione politica

La centralina Arpa di Ceccano

Fin qui i dati ambientali dell’ARPA, oggettivi e incontestabili. Poi c’è, inevitabile, la riflessione di natura politica.

Da anni, sulla Valle del Sacco, sembra emergere periodicamente una «verità ambientale» diversa. Da una parte rapporti che fotografano una situazione molto preoccupante. Dall’altra, ad esempio nel maggio 2025, un’anticipazione dello studio ARPA sui valori di fondo naturale, raccontata con un titolo molto più rassicurante: «Nella Valle del Sacco non c’è inquinamento. A dirlo l’ARPA». Quell’articolo si riferiva però alle anticipazioni relative alla presenza di metalli nel SIN e alla loro possibile origine naturale. Le due cose, tecnicamente, possono convivere. Ma politicamente producono un problema.

Perché un cittadino che sente parlare prima di una Valle «fortemente inquinata» e poi di una Valle dove «non c’è inquinamento», difficilmente riesce a capire che si sta parlando di matrici diverse, sostanze diverse, periodi diversi e fenomeni diversi. E il problema non riguarda soltanto i cittadini. Riguarda le imprese che devono investire nel territorio, i proprietari dei terreni, gli agricoltori, chi vuole riqualificare un’area industriale, chi deve chiedere un’autorizzazione edilizia, chi deve acquistare o vendere un immobile, chi deve programmare una bonifica. 

Una comunicazione ambientale oscillante tra allarme e rassicurazione rischia di produrre l’effetto peggiore: la perdita di fiducia nei dati.

Il messaggio dell’ARPA, senza forzature: tre punti

Per questo il nuovo rapporto 2026 dell’ARPA dovrebbe essere letto nella sua interezza e non attraverso una singola frase. Il messaggio dell’Agenzia, ricomposto senza forzature, dice tre cose precise.

L’acqua resta una criticità seria. L’aria sta migliorando, ma continua a presentare livelli problematici, soprattutto per il PM10. Il suolo presenta numerose anomalie di metalli e metalloidi che, nella maggior parte dei casi analizzati, sembrano avere origine naturale, ma esistono anche contaminazioni umane (soprattutto da solventi clorurati) che richiedono interventi.

E poi c’è un quarto elemento, forse il più importante: la bonifica non è una fotografia, ma un processo. Al 2024, nella sola provincia di Frosinone, ci sono 348 procedimenti di bonifica ancora attivi. Nel SIN sono 121. Numeri che, da soli, dicono che la partita della bonifica non è ancora chiusa.

La vera sfida per il futuro deve essere questa: uscire dalla logica secondo cui la Valle del Sacco deve essere alternativamente raccontata come una terra avvelenata oppure come un territorio ingiustamente marchiato. Il rapporto ARPA non sostiene né l’una né l’altra tesi. Sostiene qualcosa di più difficile da trasformare in slogan: serve conoscere meglio, distinguere, monitorare e risanare dove serve.

La parola giusta quando si parla dell’inquinamento della Valle del Sacco non è allarme. E non è neppure tranquillità. La parola giusta è responsabilità. Da parte di tutti.


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