“Tutti i suoi amici ce l’hanno”. “Se non glielo do, resta escluso”. “Tanto lo usa già a casa mia”. Quante volte abbiamo sentito o pronunciato queste frasi? Il momento in cui un figlio riceve il primo smartphone è diventato un rituale di passaggio, quasi una tappa obbligata della crescita. E con lo smartphone, spesso arrivano i social network: Instagram, TikTok, Snapchat.
Ma stiamo facendo la cosa giusta? Un nuovo studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Human Behaviour, ha provato a dare una risposta, seguendo per anni il percorso scolastico di oltre 5.200 studenti del nord Italia. Come abbiamo riportato, i risultati sono chiari e, per molti versi, preoccupanti: aprire un profilo social prima dei 14 anni ha un effetto negativo e duraturo sul rendimento in italiano e matematica. Un effetto paragonabile a perdere circa sei mesi di scuola.
E non è solo una questione di “troppo tempo davanti allo schermo”. Il meccanismo è più sottile e, forse, più difficile da affrontare.
I numeri che fanno riflettere
Partiamo dai dati. Nello studio, condotto su studenti delle province di Brescia, Cremona, Mantova, Milano e Monza-Brianza, emerge un quadro molto chiaro:
- L’84% degli studenti ha un profilo social entro la fine della terza media (8ª grado).
- Solo il 16% rispetta l’età minima prevista dalla legge italiana (14 anni, corrispondente alla 9ª grado).
- Il 98% possiede uno smartphone personale con connessione a Internet entro la fine della terza media.
Ciò significa che la stragrande maggioranza delle famiglie italiane sceglie – o subisce – un accesso anticipato ai social network, ben prima di quanto raccomandato dalla legge e da molti pediatri.
Ma quali sono le conseguenze? I ricercatori hanno confrontato studenti che hanno aperto il primo profilo social in 6ª, 7ª o 8ª grado (i cosiddetti “early adopters”) con studenti che hanno aspettato fino alla 9ª grado o oltre (i “late adopters”). Il risultato è netto:
| Chi apre il profilo in… | Calo in Italiano (8ª grado) | Calo in Matematica (8ª grado) | Calo in Italiano (10ª grado) | Calo in Matematica (10ª grado) |
|---|---|---|---|---|
| 6ª grado | -0.22 | -0.18 | -0.22 | -0.27 |
| 7ª grado | -0.14 | -0.10 | -0.17 | -0.22 |
| 8ª grado | -0.11 | -0.07 (non significativo) | -0.11 | -0.11 |
I numeri rappresentano la differenza in deviazioni standard rispetto al gruppo di controllo (late adopters). Un valore di -0.22 equivale a circa 6 mesi di apprendimento.
I numeri non sono “piccoli”. Secondo gli autori, un effetto superiore a 0.20 deviazioni standard è considerato grande in ambito educativo. Per dare un termine di paragone, la differenza media in quinta elementare tra studenti con genitori laureati e studenti con genitori senza diploma è di 0.73 in italiano e 0.71 in matematica. L’effetto dell’uso precoce dei social spiega quindi circa il 30% di quel divario.
La scoperta controintuitiva: non sono i contenuti, è la distrazione
Se chiedete a un genitore cosa teme di più quando il figlio usa i social, probabilmente vi parlerà di cyberbullismo, contatti con sconosciuti, contenuti inappropriati. Eppure, lo studio suggerisce che il danno principale sia più banale e, forse, più difficile da contrastare: la distrazione costante.
I ricercatori hanno misurato un concetto chiamato “pervasività dello smartphone”: quanto il telefono si insinua nei momenti chiave della giornata. Per esempio:
- Lo controlli prima di addormentarti?
- Lo guardi appena sveglio?
- Lo tieni vicino mentre fai i compiti?
- Lo usi durante i pasti?
Ebbene, gli studenti con un alto indice di pervasività hanno punteggi significativamente più bassi in italiano e matematica. E, cosa ancora più importante, questa pervasività spiega tra il 33% e il 47% dell’effetto negativo in matematica, e tra il 15% e il 34% in italiano.
Non è tanto cosa fanno sui social, ma il fatto che il telefono sia sempre lì, sempre acceso, sempre pronto a interrompere.
Quando un ragazzo fa i compiti con il telefono accanto, non sta facendo “multitasking”. Sta semplicemente rendendo lo studio meno efficace, frammentando la sua attenzione in decine di micro-interruzioni. Ogni notifica è una piccola distrazione che allunga i tempi, riduce la profondità di elaborazione e, alla fine, abbassa il rendimento.
La sorpresa: l’inglese si salva (e forse ci insegna qualcosa)
Uno dei risultati più affascinanti dello studio è che l’effetto negativo non si manifesta sull’apprendimento dell’inglese. Gli studenti che aprono presto un profilo social non hanno punteggi peggiori in inglese rispetto a chi aspetta.
Perché? L’ipotesi degli autori è che gran parte dei contenuti online – specialmente su piattaforme come TikTok e Instagram – sia in inglese. L’esposizione a questi contenuti, per quanto frammentata e distraente, offrirebbe comunque un apprendimento incidentale della lingua. In pratica, l’inglese “guadagna” dall’esposizione, mentre italiano e matematica “perdono” a causa della distrazione.
La scoperta è importante perché apre una riflessione più articolata. I social non sono sempre e solo un male. Possono diventare uno strumento di apprendimento, se usati in modo consapevole. Ma per materie che richiedono concentrazione prolungata e ragionamento astratto – come la matematica – il costo della distrazione è troppo alto.
Il paradosso del controllo parentale
Molti genitori pensano di aver risolto il problema installando un’app di controllo o limitando il tempo di utilizzo. Lo studio, però, suggerisce che questo approccio potrebbe non essere sufficiente.
Il controllo parentale – definito come l’uso di software di limitazione o il monitoraggio diretto dell’attività online – spiega solo una piccolissima parte dell’effetto negativo (tra lo 0% e il 5%).
Perché? Ci sono due ipotesi:
- Il controllo arriva dopo. Molti genitori attivano le misure di controllo solo quando notano comportamenti problematici, non come prevenzione. A quel punto, il danno è già stato fatto.
- Il controllo è aggirabile. I ragazzi di oggi sono spesso più esperti dei genitori nell’uso della tecnologia e trovano facilmente il modo di eludere i blocchi.
Ma c’è un’altra interpretazione, più sottile. I ricercatori notano che gli studenti che aprono un profilo social presto provengono più spesso da famiglie con un livello di istruzione più basso e con una struttura familiare meno stabile. In questi contesti, la mediazione parentale – il dialogo, la spiegazione, la costruzione di regole condivise – potrebbe essere meno presente o meno efficace.
La “finestra critica”: perché l’età conta più di quanto pensiamo
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio è che l’effetto negativo è più forte per chi apre il profilo in 6ª o 7ª grado, e si attenua per chi lo fa in 8ª. Questo suggerisce che la pre-adolescenza (11-13 anni) sia un periodo di particolare vulnerabilità.
Ma c’è di più. L’effetto negativo non si attenua con il tempo. Anzi, in alcuni casi si intensifica. Gli studenti che hanno aperto il profilo in 6ª grado mostrano un ritardo ancora maggiore in matematica al 10º grado, nonostante nel frattempo anche il gruppo di controllo abbia iniziato a usare i social.
Il dato è fondamentale perché sfata un mito comune: “Tanto prima o poi i social li useranno tutti, quindi tanto vale iniziare subito”. Lo studio dimostra che iniziare prima non è indifferente. I primi anni di esposizione sembrano avere un effetto “strutturale” sulle capacità di concentrazione e di apprendimento, che non viene recuperato in seguito.
La scuola che (non) c’è
Lo studio ha implicazioni dirette per la scuola. I ricercatori suggeriscono che servono:
- Linee guida e programmi di alfabetizzazione digitale nelle scuole, che non si limitino a insegnare “come si usa” la tecnologia, ma anche “quando” e “perché” usarla.
- Un’educazione alla concentrazione e alla gestione delle distrazioni, che aiuti gli studenti a riconoscere e contrastare la pervasività dei dispositivi.
- Un patto educativo tra scuola e famiglia, che affronti il tema in modo coordinato, senza scaricare la responsabilità solo su un lato.
Ma la scuola è pronta? E i docenti sono formati su questi temi? Spesso l’educazione digitale è affidata a iniziative sporadiche o a singoli insegnanti appassionati. Manca una strategia sistemica.
I limiti dello studio: non tutto è valido per tutti
Prima di trarre conclusioni affrettate, è importante riconoscere i limiti della ricerca.
- Il campione è regionale. Lo studio è stato condotto solo in cinque province del nord Italia. I risultati potrebbero non essere identici in altre regioni o in altri paesi.
- Il contesto tecnologico è specifico. I dati si riferiscono agli anni 2019-2023, quando TikTok e Instagram dominavano la scena. Con piattaforme diverse o con modalità di uso diverse, gli effetti potrebbero cambiare.
- Il campione è selettivo. Sono stati esclusi gli studenti che avevano abbandonato la scuola o che frequentavano corsi professionali triennali. Questi studenti provengono spesso da contesti svantaggiati e potrebbero essere proprio quelli più esposti agli effetti negativi. Di conseguenza, gli autori stessi riconoscono che le loro stime potrebbero essere conservative – cioè, l’effetto reale potrebbe essere ancora più grande.
La risposta onesta è: non lo sappiamo con certezza. Ma i meccanismi descritti – la distrazione, la frammentazione dell’attenzione, la pervasività del dispositivo – sono probabilmente universali. E anche se i numeri esatti potessero variare, la direzione dell’effetto è chiara.
Cosa fare, domani, nella vita reale?
Nessuno studio può dire a un genitore cosa fare. Ma può offrire spunti per una riflessione più consapevole. Ecco alcune domande e idee pratiche, emerse dalla ricerca e dal dibattito che l’ha accompagnata.
Lo studio non dice che i social network sono “il male”. Non dice che tutti i ragazzi che li usano avranno voti bassi. Non dice che l’unica soluzione è vietare tutto.
Dice qualcosa di più sottile e, forse, più importante: l’età di primo accesso conta. Conta perché i primi anni di esposizione ai social – nella delicata fase della pre-adolescenza – possono avere un effetto strutturale sulla capacità di concentrazione e di apprendimento. Un effetto che non si recupera facilmente.
E dice che il meccanismo principale non è il contenuto “cattivo” che si vede online, ma la distrazione costante, la pervasività del dispositivo, la frammentazione dell’attenzione. Il problema non è cosa fanno i ragazzi sui social, ma quando e come lo fanno.
Ciò apre uno spazio di intervento molto più ampio e, in un certo senso, più ottimista. Non dobbiamo “salvare” i ragazzi da Internet. Dobbiamo aiutarli a sviluppare le competenze per usarla in modo consapevole, per riconoscere e gestire le distrazioni, per proteggere i momenti di concentrazione profonda.
E per farlo, serve un’alleanza tra scuola e famiglia. Un dialogo autentico, basato su dati e non su paure. Un patto educativo che riconosca che la tecnologia è una risorsa, ma anche una sfida.
La domanda finale, per genitori, docenti e per tutti noi, è questa: “Stiamo crescendo ragazzi capaci di usare la tecnologia, o ragazzi usati dalla tecnologia?”
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Andrea Carlino
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