Un’immagine più di ogni altra racconta cosa abbia rappresentato don Antonio Mazzi per Cassino: migliaia di ragazzi arrivati da tutta Italia e da diversi Paesi europei, le strade della città invase da colori, sorrisi, canti e bandiere. Era il 1996 quando nacque «Mille Giovani per la Pace», l’intuizione con cui il fondatore di Exodus trasformò Cassino nella capitale dell’incontro tra i giovani. Per giorni la città viveva al ritmo di migliaia di presenze, diventando il simbolo di un messaggio semplice e rivoluzionario: la pace si costruisce partendo dall’educazione.
Per questo, oggi, per l’Italia è morto don Antonio Mazzi. Per Cassino se n’è andato il Don. Perché qui non è mai stato soltanto il sacerdote diventato il simbolo della lotta alle dipendenze, il fondatore di Exodus, il prete fuori dagli schemi conosciuto in tutta Italia. Qui è stato una presenza quotidiana, un educatore, un padre per migliaia di ragazzi, l’uomo che ha trasformato una piccola cascina di via San Domenico in una cittadella della speranza.
La cascina dell’Abbazia: da lì cominciò tutto
Per oltre quarant’anni Exodus, a Cassino, è stata don Antonio Mazzi. La storia comincia da una cascina donata dall’Abbazia di Montecassino durante l’abbaziato di dom Bernardo D’Onorio. Una struttura piccola, ordinata, quasi anonima. Pochi avrebbero immaginato che da quel luogo sarebbe nata una delle realtà sociali ed educative più importanti del Lazio meridionale.
Don Antonio, invece, lo aveva capito subito. Quella cascina sarebbe diventata una casa. Una casa vera. Per chi aveva perso tutto. Per chi era precipitato nella droga, nella violenza, nella strada. Per chi aveva bisogno non soltanto di essere accolto, ma di ritrovare dignità.
Da quella piccola struttura è nata una comunità che negli anni ha salvato centinaia di giovani del Cassinate e del Basso Lazio, strappandoli a un destino che troppo spesso sembrava già scritto. Era normale incontrarlo lungo la strada di campagna che oggi costeggia l’ospedale Santa Scolastica. Camminava con i ragazzi della comunità oppure da solo, immerso nei suoi pensieri, mentre riempiva di appunti una delle sue inseparabili agende. Osservava, ascoltava, immaginava. Perché don Antonio non smetteva mai di progettare.
La comunità che non nacque: Cervaro e San Vittore
E chi ha partecipato almeno una volta alle feste di Exodus ricorda bene cosa rappresentassero. Non erano semplici appuntamenti della comunità. Erano un inno alla vita. Giornate aperte a tutta la cittadinanza, dove ragazzi, famiglie, volontari e istituzioni si ritrovavano insieme. Era lì che si toccavano con mano il genio, l’umanità e la straordinaria capacità di coinvolgere di quel sacerdote arrivato dal Nord che aveva deciso di investire il proprio futuro in un territorio troppo spesso dimenticato.
Aveva visto lontano anche sul fenomeno delle dipendenze. Nel 1993 immaginò una seconda comunità Exodus tra Cervaro e San Vittore del Lazio. Voleva creare un nuovo presidio educativo in una zona strategica, convinto che il disagio giovanile non potesse essere affrontato soltanto nelle grandi città. Quel progetto, però, non fu compreso. Venne osteggiato fino a impedirne la realizzazione. Per una volta don Antonio — uomo tenace e caparbio — decise di non forzare la mano. Le risorse destinate a quella comunità le riportò a Cassino. Fu una scelta destinata a cambiare la storia di Exodus sul territorio.
La cittadella dell’accoglienza
Da quel momento la comunità crebbe fino a diventare una vera cittadella dell’accoglienza e dell’inclusione. Arrivarono gli impianti sportivi, la pizzeria aperta alla città, i laboratori di falegnameria, il giardinaggio, il restauro, i percorsi di inserimento lavorativo, le attività dedicate ai detenuti, gli spazi di aggregazione. Non era più soltanto una comunità di recupero. Era un luogo dove si imparava a vivere.
Accanto a tutto questo, don Antonio regalò a Cassino anche «Mille Giovani per la Pace». Migliaia di ragazze e ragazzi arrivavano da tutta Italia e dall’Europa per confrontarsi, condividere esperienze e testimoniare che esisteva un modo diverso di vivere il presente. Per alcuni giorni Cassino cambiava volto. Le piazze si riempivano di giovani, di musica, di incontri, di speranza. Non era soltanto una manifestazione. Era l’idea di don Antonio che prendeva forma: costruire la pace educando le nuove generazioni.
Il don professore all’Unicas
Il suo metodo pedagogico era assolutamente fuori dagli schemi. Al punto che riscrisse intere pagine delle convinzioni pedagogiche considerate fino a quel momento un dogma. Ma con molti ragazzi, gli insegnamenti tradizionali fallivano. Perché? «Ma ce li vedete voi questi ragazzoni di oggi alti un metro e 80, fermi per cinque ore dietro dei banchi concepiti per delle generazioni di italiani che erano bassi e mingherlini? Immobili come soldatini quando invece dentro hanno energia e voglia di vivere? È l’approccio ad essere sbagliato» disse durante una puntata della trasmissione Faccia a Faccia su Teleuniverso.
Un metodo che incuriosì molti esperti. Così don Antonio Mazzi venne chiamato ad insegnato all’Università di Cassino tra il 1994 e il 1996, tenendo corsi presso la Facoltà di Lettere all’interno della scuola per assistenti sociali. Anni dopo ci si accorse che quel prete capace di insegnare la vita a migliaia di ragazzi che nessuno voleva, la laurea, intesa come il pezzo di carta, non la aveva. E allora, il 22 settembre 2015 l’ateneo in cui insegnava gli ha conferito la laurea magistrale honoris causa in Scienze Pedagogiche.
Nelle motivazioni, venne spiegato che con quella laurea l’ateneo intendeva celebrare la dedizione ai più deboli: una vita interamente spesa a favore dei giovani, dell’educazione e dei soggetti vulnerabili. Ed anche l’impegno ultraventennale sul territorio con i 25 anni di attività (all’epoca) della sede Exodus a Cassino. E poi la sinergia con l’ateneo cioè quel legame speciale tra la comunità e l’università, concretizzato in progetti di inclusione dove i ragazzi di Exodus supportavano gli studenti universitari con disabilità.
L’Unità di Strada e l’Agenda Tremenda
Ogni angolo di Exodus racconta ancora oggi il suo modo di intendere l’educazione: il lavoro come riscatto, la responsabilità come conquista, la fiducia come punto di partenza. Da Cassino sono partiti progetti che ancora oggi rappresentano un punto di riferimento per tutto il territorio.
Come l’Unità di Strada, il camper che raggiunge piazze, scuole e luoghi di ritrovo per incontrare i giovani prima che droga, alcol, violenza o alta velocità diventino una condanna. O come l’Agenda Tremenda: molto più di un diario scolastico, uno strumento educativo capace di parlare ai ragazzi delle bellezze della vita e delle sue insidie, con quel linguaggio diretto e provocatorio che era il marchio di fabbrica del Don. Per capirne il significato bastava leggere anche il sottotitolo: Tremenda (voglia di vivere).
Renato Zero e gli amici affezionati
Da Cassino sono passati migliaia di giovani. E sono passati anche artisti, educatori e volontari. Tra gli amici più affezionati c’era Renato Zero, presenza discreta ma costante nella comunità cassinate, dove arrivava per stare con i ragazzi e con don Antonio. Talmente di casa che un giorno si presentò senza nemmeno avvisare: in macchina portava un tossicodipendente che aveva raccolto su una strada di Roma e gli aveva detto “Ma che stai a fà?! Te voi disintossicà? Viè con me” e lo portò fino a Cassino affidandolo ai ragazzi di Exodus.
Burbero, ruvido, spesso provocatorio. Ma con un cuore immenso. La forza del don era quella di non fermarsi mai all’errore di una persona. Guardava sempre oltre. Cercava il ragazzo prima del problema, la persona prima della dipendenza, il futuro prima della sconfitta.
L’insegnamento che resterà
La notizia della sua scomparsa, annunciata dalla Fondazione Exodus, chiude una delle pagine più significative del volontariato e dell’educazione in Italia. Ma a Cassino il suo insegnamento continuerà a vivere nei volti di chi ha ritrovato una strada grazie a lui, nella comunità che continua ad accogliere, nei progetti che ancora parlano ai giovani. Perché don Antonio Mazzi lascia molto più di una struttura. Lascia una comunità viva, un metodo educativo e un territorio che, grazie a lui, ha imparato che nessun ragazzo è perduto per sempre, se qualcuno sceglie di credere in lui.
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