Resteremo sulla strada, sporcandoci le mani: il ricordo di don Mazzi parla la lingua dell’impegno


Ci ha lasciati un padre, un uomo a suo modo un visionario: Franco Taverna, vicepresidente di Fondazione Exodus Don Antonio Mazzi, ricorda così quel «“prete matto, borderline” come spesso amava definirsi, che non si è mai stancato di lottare per restituire il futuro a tanti ragazzi che ha incontrato nella sua vita».

Don Antonio Mazzi, fondatore e presidente di Exodus, è morto nel pomeriggio del 31 luglio a Milano, all’età di 96 anni. È stata una delle figure più rappresentative del Terzo settore italiano, un innovatore nell’ambito delle politiche di welfare e un punto di riferimento istituzionale nel contrasto alle dipendenze e al disagio giovanile. Prete di strada, educatore fuori dagli schemi, giornalista e attivista, don Mazzi non si è limitato infatti a fare il sacerdote: è stato, prima di tutto, un padre.

Piangiamo un padre straordinario, burbero solo all’apparenza, ma dotato di una tenerezza infinita. Il modo più vero per dirgli grazie sarà continuare a sporcarci le mani sulla strada, accogliendo chiunque bussi alla nostra porta con lo stesso sorriso con cui lui accoglieva noi

I ragazzi e gli educatori di Fondazione Exodus

«Don Antonio ci ha insegnato a camminare, spesso controvento, ma sempre insieme», affermano oggi i ragazzi e gli educatori di Fondazione Exodus. «Ci diceva sempre che i giovani non sono vasi da riempire, ma fuochi da accendere. Oggi quel fuoco è affidato a noi. Piangiamo un padre straordinario, burbero solo all’apparenza, ma dotato di una tenerezza infinita. Il modo più vero per dirgli grazie sarà continuare a sporcarci le mani sulla strada, accogliendo chiunque bussi alla nostra porta con lo stesso sorriso con cui lui accoglieva noi».

«Don Antonio amava ripetere che non era stato lui a salvare i ragazzi, ma che erano stati proprio i “suoi ragazzi difficili” a salvare lui», ricorda Taverna. «Oggi tutta la grande famiglia di Exodus si stringe intorno al suo ricordo. Non lo piangiamo con rassegnazione. Faremo festa per lui, continuando a portare avanti la sua missione con quella stessa passione, determinazione e quella sana follia che lui ci ha trasmesso fino all’ultimo giorno. Il suo approccio metodologico incentrato sull’educazione, unito a una straordinaria visione d’insieme, ha permesso di riscrivere le linee guida dell’intervento pedagogico in Italia. La Fondazione, nel confermare la piena continuità di tutte le attività operative e progettuali in corso, si impegna a preservare e valorizzare il suo vasto patrimonio scientifico, educativo e morale».

Faremo festa per lui, continuando a portare avanti la sua missione con quella stessa passione, determinazione e quella sana follia che lui ci ha trasmesso fino all’ultimo giorno

Franco Taverna, vicepresidente Fondazione Exodus

La camera ardente e i funerali

La camera ardente di don Mazzi sarà allestita e aperta a tutti, senza formalismi, proprio come piaceva a lui, presso la storica sede Exodus: Cascina Molino Torrette, nel Parco Lambro a Milano (ingresso pedonale), dove tutto è iniziato e dove ha sempre vissuto.

Gli orari sono i seguenti: sabato 1 agosto, dalle ore 17 alle ore 20; domenica 2 agosto dalle ore 9 alle 12 e dalle ore 17 alle 20. I funerali saranno celebrati lunedì 3 agosto 2026 alle ore 15 nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. «Non sarà una cerimonia formale, ma una liturgia viva, animata dai canti, dalla musica e dalle parole dei ragazzi e degli educatori di tutte le realtà Exodus presenti in Italia e nel mondo», dice la Fondazione. La tumulazione avverrà in forma strettamente privata presso l’Abbazia di Maguzzano (Bs) nel cimitero dell’Opera don Giovanni Calabria.

Fict: ogni persona può rinascere, se incontra chi crede in lei

Il primo ricordo arriva dalla Fict, la Federazione Italiana Comunità Terapeutiche. «Don Antonio è stato un punto di riferimento nella battaglia educativa per i giovani e contro le droghe», dichiara il presidente Luciano Squillaci. «È stato uno dei primi a comprendere che dietro ogni dipendenza c’era una persona da accogliere e una storia da ricostruire. Conosceva i ragazzi a uno a uno, li guardava negli occhi, ne custodiva il nome, le fragilità e la dignità. È questa la cifra più autentica del suo essere educatore e sacerdote. Grazie al suo straordinario carisma è riuscito a portare il tema delle fragilità e delle dipendenze fuori dalle comunità e dentro le case degli italiani, contribuendo in modo determinante ad abbattere lo stigma e i pregiudizi che per troppo tempo hanno accompagnato le persone con dipendenze e le loro famiglie. Ha dato voce a chi spesso non ne aveva una, aiutando il Paese a guardare con occhi diversi il disagio, senza paura e senza condanne».

«Ci ha sempre accomunato la convinzione che ogni persona possa rinascere se incontra qualcuno disposto a credere in lei: questa è l’eredità più preziosa che don Antonio lascia a tutti noi che ogni giorno lavoriamo accanto alle persone più fragili», conclude Squillaci.

San Patrignano: il coraggio di prendere posizioni scomode

La Comunità San Patrignano ricorda come con la scomparsa di don Mazzi l’Italia perda «uno dei pionieri assoluti nella lotta alla droga e alle dipendenze. Don Mazzi ha dedicato l’intera vita a stare al fianco dei giovani più fragili, guidato da una forza straordinaria, da una passione viscerale e dal coraggio di prendere spesso posizioni scomode pur di difendere gli ultimi e il loro diritto a una seconda possibilità». È anche grazie «al suo impulso e alla sua visione» che nel nostro Paese si è sviluppata «l’incredibile realtà italiana delle comunità terapeutiche ed educative, consentendo al settore di compiere storici passi in avanti nella tutela, nel recupero e nel reinserimento dei ragazzi».

Sant’Egidio: ridare speranza a chi l’ha perduta

La Comunità di Sant’Egidio, a partire da Andrea Riccardi, ha vissuto con don Antonio una lunga amicizia caratterizzata da numerosi incontri, iniziative concrete e, soprattutto, un comune sentire. «Al centro di questo rapporto, che è cresciuto nel tempo, è stata in particolare la preoccupazione per i giovani e per tutti coloro che soffrono per le dipendenze credendo che il recupero sia sempre possibile e che a nessuno può essere negato il futuro».

La lunga collaborazione fra Sant’Egidio e le comunità di Exodus, in particolare con quella di Cassino, «ha contribuito a salvare tanti giovani e persone fragili che si erano rivolte a noi. Come anche la più recente apertura di alcuni sportelli di ascolto dello stesso Exodus nelle nostre Case dell’Amicizia, luoghi in cui la solidarietà non è solo offrire aiuto materiale a chi ne ha bisogno ma anche trovare soluzioni per risolvere le difficoltà della vita. Un importante impegno comune che intendiamo rinnovare. La perdita di don Mazzi consegna a noi tutti la responsabilità di ridare speranza a chi l’ha perduta».

Papa Giovanni XXIII: capace di dialogo vero con i giovani

Matteo Fadda, presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII, torna con la memoria agli anni Ottanta, quando il nostro Paese era travolto dal dramma dell’eroina: «Don Mazzi e don Benzi furono profeti, due sacerdoti, due amici, che per oltre vent’anni hanno camminato insieme. Erano anni di frontiera, in cui scelsero di stare in mezzo ai ragazzi, nel fango del disagio giovanile, e di rispondere con una proposta concreta: le comunità terapeutiche per dare una speranza alle giovani vittime della droga».

News in aggiornamento

In apertura, foto di Antonio Mola. Il video con don Mazzi a Monza ad aprile, in quella che probabilmente è la sua ultima uscita pubblica, è di Antonietta Nembri

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 Sara De Carli

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