La crisi climatica non è più uno scenario futuro. È una realtà già in corso. Alluvioni devastanti, tempeste violente, ondate di calore record: le notizie ci ricordano costantemente che il clima sta cambiando. E che, per noi, l’adattamento non è così semplice.
Il primo podcast del Dipartimento della Protezione civile
Per raccontare cosa si sta trasformando e in che direzione stiamo andando, quali sono i rischi concreti che ne derivano e come gestirli è nato il primo podcast realizzato dal Dipartimento della Protezione civile, Dove parliamo di clima, condotto dal meteorologo Filippo Thiery. Attraverso il coinvolgimento di esperti, le puntate esplorano in maniera approfondita fenomeni, problemi e strategie di adattamento e gestione, con uno sguardo a quello che può fare il singolo.
«Gli eventi estremi sono in aumento. Dal punto di vista delle precipitazioni, per esempio, crescono i nubifragi in grado di concentrare su scale spaziali e temporali molto ridotte volumi di pioggia enormi, con impatti sul suolo altrettanto bruschi, improvvisi», commenta Thiery. «Anche la squadra di soccorso più affidabile e pronta del mondo può non arrivare in tempo in un sottopasso, in uno scantinato, in un seminterrato in cui l’acqua sale velocissima, magari di due metri in pochi minuti. Per questo, per la crisi climatica vale a maggior ragione il motto per cui il primo attore di protezione civile deve essere proprio il cittadino. Ciascuno di noi non è uno spettatore passivo sul palcoscenico del rischio: siamo tutti chiamati a conoscere innanzitutto il proprio territorio, le zone a rischio nei luoghi che frequentiamo, perché ci lavoriamo, portiamo i bambini a scuola o ci andiamo abitualmente i vacanza. E dobbiamo avere la consapevolezza di quali siano i comportamenti da adottare o no».
Per la crisi climatica, vale a maggior ragione il motto secondo il quale il primo attore di protezione civile deve essere proprio il cittadino
Filippo Thiery
Un Paese particolarmente a rischio
Il nostro Paese è particolarmente vulnerabile agli eventi estremi, perché combina gli effetti del riscaldamento del Mediterraneo – uno degli hotspot climatici mondiali – con caratteristiche geomorfologiche fragili, come territori montuosi, coste estesi, suoli cementificati e corsi d’acqua vulnerabili. Per questo motivo, è importante che i cittadini capiscano come affrontare le emergenze, a partire dalla lettura e dalla comprensione delle allerte meteo, per arrivare alle azioni da mettere in campo per mettere al sicuro se stessi e i propri cari. La conoscenza delle modalità di reazione agli eventi estremi è ormai imprescindibile: il loro aumento è talmente consistente che, anche se azzerassimo da un giorno all’altro le emissioni, non cesserebbero altrettanto velocemente.

«Chiaramente dipende da noi, come collettività planetaria e come comunità nazionale, quanto la crescita di questi fenomeni continuerà a essere verticale o se riusciremo a smorzarla in parte», continua il meteorologo, «però gli scenari sono questi. Se non conteniamo il famoso aumento di anomalia di temperatura rispetto all’era pre-industriale sotto un grado e mezzo, a cui stiamo già arrivando, rischiamo davvero di trovarci con un mondo a cui non potremo più adattarci». La crisi climatica si affronta in due modi: mtigazione e adattamento, entrambi necessari. Da un lato bisogna spingere i rappresentanti istituzionali – internazionali e nazionali – perché puntino sull’abbattimento delle emissioni, sulle energie rinnovabili e su politiche rispettose dell’ambiente, ma dall’altro è responsabilità di ogni comunità adattarsi alle nuove condizioni, quelle che ormai sono inevitabili.
Le ondate di calore: un rischio concreto per la salute
Estremamente d’attualità sono le ondate di calore, che rendono roventi le nostre estati e fanno vittime in tutto il Continente. «Per quanto riguarda le scuole, per esempio, si è spesso guardato agli Stati del Nord Europa, che tengono aperti gli istituti tutto luglio», chiosa Thiery. «La risposta spesso è “Provate a rimanere in una classe in Italia in estate, senza aria condizionata”. Ora, anche quei Paesi del Nord si stanno trovando sempre più spesso con periodi di caldo assolutamente abnormi rispetto alle loro latitudini e si sono dovute chiudere le scuole. Adattarsi significa anche cambiare i calendari, le agende, le abitudini. Essere pronti a modificare programmi, i progetti. Oltre a intervenire sugli edifici e le strutture. Le misure che si prendono in emergenza sono necessarie per salvare vite, ma creano disagi alla popolazione, perdite economiche e non solo. Siamo pronti ad affrontarle più volte nella stessa stagione? Chiaramente no».
Serve correre ai ripari. La Spagna, per esempio, ha introdotto il “permesso climatico”: nei momenti in cui, per le condizioni meteo, è problematico o difficile recarsi al lavoro, si può rimanere a casa fino a quattro giorni. C’è bisogno di tutelare i lavoratori, soprattutto quelli che stiamo all’aperto: pensiamo, per esempio, a chi nei giorni di caldo record si ritrova a operare nei cantieri, particolarmente in quelli stradali.


Un prezzo che dobbiamo essere pronti a pagare
Adattarsi ha un costo. Ma, come tutto ciò che riguarda la salute o la sicurezza, è un investimento. Se vogliamo salvare vite umane e conservare la funzionalità della nostra società non c’è alternativa. Perché la crisi climatica non ci aspetta e la situazione sta già precipitando più velocemente di quanto ci saremmo aspettati anni fa. «Non ci siamo mossi quando avevamo tempo, perché i cambiamenti climatici ci sembravano qualcosa di distante, di non urgente. Ora gli eventi estremi sono diventati sempre più ordinari e nessun tessuto socio-economico è preparato ad affrontarli. Bisogna agire velocemente», conclude Thiery. «Nel 2014 Michel Jarraud, l’allora presidente segretario generale dell’Organizzazione meteorologica mondiale, ha detto una frase iconica: “Le leggi della fisica non sono negoziabili”. Possiamo trattare su tutto, comprese le quote di anidride carbonica e di gas serra, ma quello che sta accadendo al clima non è un’opinione. In questo mondo mediatico, in cui il format dello show è un po’ troppo prevalente, si mostra sempre uno scambio tra chi dice una cosa e chi sostiene il contrario, per avere il dibattito. Ma su questo non ci può essere dibattito: la crisi climatica è un fatto».
In apertura incendio vicino ad una abitazione nei pressi di Marcheprime, alle porte di Bordeaux, in Francia, il 26 luglio2026. (AP Photo/Emma Da Silva)
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Veronica Rossi
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