Sono 153 gli under14 in carico agli Uffici di Servizio Sociale per i minorenni – Ussm al 31 dicembre 2025 su 11.460 minorenni: l’1,3%. Uno su 75. Considerando anche quelli che al 31 dicembre 2025 avevano più di 14 anni, ma che sono stati presi in carico per la prima volta da under14, arriviamo a 254.
I numeri reali dell’emergenza criminalità degli adolescenti sono questi, palesemente distanti dallo storytelling su cui si sta costruendo la necessità di rivedere i criteri dell’imputabilità dei minori e – questo prevede non il ddl governativo, ma una proposta depositata da Marta Fascina – di abbassare l’età dell’imputabilità dei minori.
Sotto i 14 anni a seguire i percorsi dei minori è in tutto e per tutto il servizio sociale, che predispone un progetto educativo e lo monitora. I dati del Dipartimento per la Giustizia minorile e di comunità sono stati presentati ad aprile 2026 e comprendono anche i giovani adulti fino a 24 anni compiuti: con questo perimetro, le persone seguite dagli Ussm arrivano a 23.932, di cui 18.384 di cittadinanza italiana e 5.548 di nazionalità straniera. Questo secondo dato è stabile dal 2016 ad oggi: quello che cresce è il numero dei minori italiani (erano 16.363 nel 2016 e sono 18.384 nel 2025). Diciotto sono le persone presenti nelle comunità ministeriali (che sono tre, Bologna, Catanzaro e Reggio Calabria), 1.218 quelle presenti in comunità private. Fra tutti gli adolescenti e i giovani in comunità, sette hanno meno di 14 anni. Le presenze negli Ipm al 31 dicembre 2025 erano 572: nessuno sotto i 14 anni.
Barbara Rosina è la presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali e a lei abbiamo chiesto chi sono questi ragazzini che commettono reato e come vengono seguiti, anche quando il percorso non passa da un Tribunale e da una condanna.
Quanti sono gli infraquattordicenni che commettono crimini? Il trend è tale da parlare di emergenza?
Non siamo di fronte a un’esplosione della criminalità degli infraquattordicenni. I dati del ministero dell’Interno e di Save the Children segnalano un aumento del coinvolgimento dei minorenni in alcuni reati violenti, ma l’Italia continua ad avere, nel confronto europeo, livelli relativamente contenuti di criminalità minorile. Più che un’emergenza numerica, emerge un cambiamento qualitativo: in alcuni casi si abbassa l’età degli autori, aumentano le condotte violente e incidono maggiormente le dinamiche di gruppo, i social media e l’uso di armi improprie. Per questo è importante non lasciarsi guidare dall’emotività suscitata da singoli casi: le politiche pubbliche devono fondarsi sui dati e sulle evidenze: solo così si possono adottare risposte efficaci e proporzionate.
Chi sono?
Non esiste un identikit unico. Sono ragazzi e ragazze con storie molto diverse, ma la ricerca evidenzia alcuni fattori di rischio ricorrenti: fragilità familiari, dispersione scolastica, povertà educativa, esposizione alla violenza, disagio psichico non intercettato, gruppi di pari che rinforzano comportamenti devianti e, in alcuni contesti, la vicinanza alla criminalità organizzata. Nessuno di questi elementi determina automaticamente un comportamento criminale: molti ragazzi crescono in condizioni difficili senza commettere reati. Tuttavia, sono fattori che aumentano il rischio e che devono orientare le politiche di prevenzione e gli interventi educativi.

Una volta commesso il reato, che cosa succede?
La giustizia minorile italiana non nasce per “lasciar correre”, ma per ridurre il rischio che un ragazzo torni a delinquere. Per questo non guarda solo al reato, ma anche alla storia personale, familiare e sociale del minore, con l’obiettivo di coniugare responsabilizzazione e percorso educativo. È importante chiarire un equivoco: un minore di 14 anni non è imputabile, quindi non può essere processato o condannato penalmente, ma questo non significa che lo Stato non intervenga. Se emerge una situazione di pregiudizio o di grave rischio, l’intero sistema di protezione può disporre gli interventi più adeguati: dall’affidamento ai servizi sociali al collocamento in comunità, fino ad altri provvedimenti di protezione previsti dalla legge. In questo percorso i servizi sociali non applicano una sanzione, ma costruiscono un progetto educativo individualizzato. Lavorano con il ragazzo, la famiglia, la scuola, i servizi sanitari e tutti i soggetti che possono contribuire a creare condizioni concrete di cambiamento.
Il dibattito pubblico dovrebbe uscire dalla contrapposizione tra “più pena” e “meno pena”. È vero che il minore non è sottoposto a una pena, ma non è vero che non accade nulla
Quindi è vero che “non imputabilità” equivale a “non succede nulla”?
No. È uno dei luoghi comuni più diffusi. È vero che il minore non è sottoposto a una pena, ma non è vero che non accade nulla. A seconda della gravità del fatto e della situazione personale e familiare, possono essere attivati percorsi anche molto impegnativi: presa in carico dei servizi sociali, inserimento in comunità, sostegno sanitario e psicologico, lavoro con la famiglia e monitoraggio da parte dell’autorità giudiziaria. Per questo credo che il dibattito di questi giorni non debba fermarsi all’età dell’imputabilità. Gli strumenti per intervenire esistono già. La vera sfida è renderli più tempestivi, più efficaci e più capaci di interrompere i percorsi di devianza. È su questo che si misura la capacità di uno Stato di tutelare davvero i ragazzi e, allo stesso tempo, la sicurezza delle comunità.
Come si tiene insieme la dimensione di responsabilità individuale e quella del contesto? Perché appena qualcuno porta sulla scena il contesto socioeconomico da cui spesso questi ragazzi provengono pare che voglia scusare tutto…
Considerare il contesto non significa attenuare la responsabilità personale. Significa comprenderne le cause per poter intervenire efficacemente. La responsabilità riguarda il comportamento; il contesto aiuta a capire perché quel comportamento si è sviluppato e quali strumenti possano impedirne la ripetizione. Ignorare il contesto non rende il ragazzo più responsabile, rende semplicemente meno efficace la risposta delle istituzioni.
Quali percorsi funzionano?
Le evidenze e l’esperienza ci dicono che funzionano gli interventi precoci, continuativi e costruiti in rete. Servizi sociali, scuola, sanità, famiglia e Terzo settore devono condividere un progetto che aiuti il ragazzo a comprendere la gravità delle proprie azioni, ad assumerne la responsabilità a sperimentare contesti di vita diversi e a costruire alternative concrete. Responsabilizzare non significa solo sanzionare: significa creare le condizioni perché il comportamento cambi. È un percorso più impegnativo, ma è anche quello che offre maggiori possibilità di prevenire nuovi reati. Come assistenti sociali sappiamo che la sicurezza si costruisce anche così. Un intervento educativo efficace non tutela solo il minore: protegge le future potenziali vittime e rafforza la sicurezza delle comunità. Per questo investire negli interventi educativi, sociali e di cura non è un’alternativa alla sicurezza, ma una delle sue condizioni essenziali.
La domanda che dovremmo porci non è se lo Stato debba intervenire quando un tredicenne commette un reato: lo fa già. La domanda è un’altra: quale risposta rende davvero più sicure le nostre comunità? È questa la prospettiva con cui dovremmo valutare ogni proposta di riforma della giustizia minorile
Cosa ne pensa delle proposte recenti sulla presunzione di imputabilità dei ragazzi tra i 1 4 e i 18 anni e di abbassamento dell’età imputabile?
Penso che la domanda da farsi non sia se lo Stato debba intervenire quando un tredicenne commette un reato: lo fa già, con gli strumenti previsti dall’ordinamento. La vera questione è capire quali siano le risposte più efficaci per evitare che quel ragazzo torni a delinquere e per garantire maggiore sicurezza alle comunità. Ad oggi non vedo evidenze che dimostrino che anticipare la risposta penale produca questo risultato. Mi preoccupa, invece, una visione che rischia di indebolire la specificità della giustizia minorile, costruita negli anni sull’equilibrio tra responsabilizzazione, tutela delle vittime e finalità educativa. Responsabilizzare un ragazzo non significa essere meno rigorosi, ma scegliere gli strumenti che hanno maggiori probabilità di modificare i comportamenti. Credo che il dibattito pubblico dovrebbe uscire dalla contrapposizione tra “più pena” e “meno pena”. La domanda che dovremmo porci è un’altra: quale risposta rende davvero più sicure le nostre comunità? Se un intervento educativo, sociale e di cura riesce a prevenire nuovi reati, sostenere le famiglie e favorire il cambiamento, non è soltanto una misura di welfare: è anche una misura di sicurezza. È questa, a mio avviso, la prospettiva con cui dovremmo valutare ogni proposta di riforma della giustizia minorile.
In apertura a cottonbro studio su Pexels
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Sara De Carli
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