Dopo la rassegna stampa del 2 luglio, Artissima 2026 lascia sul tavolo una domanda più scomoda del programma: che cosa può essere una fiera quando non vuole limitarsi a vendere? La risposta non è semplice, perché una fiera resta una fiera. Ha stand, prezzi, collezionisti, gallerie da sostenere, vendite da generare. Può parlare di ricerca, immaginazione e responsabilità culturale, ma non può farlo da un luogo neutro. Ogni discorso passa comunque attraverso il mercato.Luigi Fassi sembra partire proprio da questa frizione.
La 33° edizione di Artissima a Torino
Il tema scelto per la 33° edizione, Fancy: A Flexible, Acrobatic Body, non funziona solo come cornice teorica. A partire da Martha C. Nussbaum, la fancy diventa una facoltà concreta: immaginare ciò che ancora non ha forma, spostare il limite, non accettare il presente come unica possibilità.Ma l’immagine dell’acrobata è interessante solo se non viene addomesticata. L’acrobata non rappresenta l’eleganza del movimento. Rappresenta il rischio. Sta in equilibrio perché può cadere. Applicata ad Artissima, questa figura apre una questione precisa: quanto può essere davvero acrobatica una fiera senza trasformare la propria differenza in marchio?
Il ruolo culturale di una fiera come Artissima
È qui che la posizione di Artissima diventa più delicata. La fiera rivendica una funzione culturale, costruisce relazioni con musei e istituzioni, sostiene acquisizioni pubbliche, attira curatori, fondazioni, board e collezionisti. Ma il punto non è dichiarare questo valore. Il punto è verificarlo. Perché il rischio, per una fiera “curatoriale”, è sempre lo stesso: diventare la versione più sofisticata del mercato, non la sua alternativa critica. Usare la ricerca come segno di distinzione, non come reale campo di tensione. Abbiamo chiesto a Luigi Fassi di entrare in questo nodo: mercato e ricerca, identità curatoriale, modelli fieristici globali e responsabilità culturale.

Intervista a Luigi Fassi, direttore di Artissima
Artissima 2026 parla di un corpo flessibile e acrobatico. Ma rispetto a cosa deve essere acrobatica oggi una fiera: rispetto al mercato, alla fragilità delle gallerie, ai cambiamenti del sistema dell’arte o al rischio di diventare un evento culturale perfettamente riconoscibile?
Credo che dal punto di vista di una fiera come Artissima occorra esercitare un acrobatismo inteso come dialogo e confronto a più livelli, tra il mondo delle gallerie e i collezionisti, innanzitutto, ma anche con i musei, le istituzioni, lo scenario della curatela, l’imprenditoria più matura e la diplomazia culturale. In una parola, si tratta di saper favorire relazioni inedite, vigorose e tutte funzionali a veicolare un messaggio di più forte presenza e impatto dell’arte. Tanto più in uno scenario di mercato e di economia mutevoli, dove il mercato stesso, credo, debba trarre valore dalla produzione di un discorso culturale più convinto e convincente.
Come?
Martha Nussbaum invita nei suoi scritti a coltivare con maggiore assiduità e umanità la fancy, la forza proiettiva dell’immaginario. È un messaggio estremamente concreto: anche le istituzioni dovrebbero essere permeate dalle intuizioni dell’arte per funzionare con efficacia e forza sociale. È un invito a esercitare con più forza e valore il proprio ruolo istituzionale. Con Artissima accettiamo questo messaggio e lo rilanciamo a tutto il nostro mondo.
Artissima viene spesso definita la fiera italiana più curatoriale e sperimentale. Qual è oggi il rischio di questa identità? Quando la ricerca smette di essere una tensione reale e diventa una formula riconoscibile, quasi un marchio?
Il rischio sarebbe illudersi di avere una rendita di posizione, mediante il rito di una formula di facciata senza sostanza. Ad Artissima lo evitiamo in tutti i modi, prima di tutto con un lavoro di scouting e di ricerca ininterrotto e attivo tutto l’anno, a partire dalla visita delle sedi effettive delle gallerie che coinvolgiamo. Ne sono testimonianza una selezione molto stretta, geografie di provenienza molto vaste e il numero significativo – 33 quest’anno – di gallerie alla prima partecipazione. Ma anche l’attivazione continua di reti relazionali, attraverso partnership e azioni diplomatiche, è fondamentale per il mantenimento e lo sviluppo dell’identità della fiera.
Dopo cinque anni di direzione, qual è la cosa che Artissima rifiuta di diventare? E qual è invece la trasformazione che lei pensa di aver reso possibile?
Artissima deve rifiutare di diventare una fiera generalista, per rimanere una piattaforma di contemporaneo orientata sul nuovo, sull’emergente e sul confronto che valorizza la conoscenza. Deve continuare a essere un luogo di scoperta di gallerie e di artisti, cercando un anticipo sui tempi di riconoscimento e affermazione. È precisamente quello che ci chiedono i collezionisti. Al tempo stesso Artissima deve rimanere saldamente un crocevia di interesse per il mondo istituzionale, nella persona di curatori e direttrici di istituzioni. Nel momento in cui dovessi registrare il disinteresse del mondo della curatela a visitare la fiera, saprei con certezza che Artissima ha preso una direzione errata.
In un sistema dominato da modelli fieristici sempre più globali, performanti e riconoscibili, Artissima può ancora permettersi di non assomigliare alle grandi fiere internazionali? Oppure oggi inizia a essere costruita in un altro modo?
Artissima ha un rapporto storico e privilegiato con gallerie caratterizzate da un lavoro di taglio sartoriale, dove al centro non vi sono le opere, ma innanzitutto le soggettività delle artiste e degli artisti stessi. È una differenza di rilievo, che mette al centro la cura dalla parte delle gallerie per la crescita dei loro artisti, in dialogo stretto con il mondo del collezionismo più appassionato e delle istituzioni. Negli anni, ci siamo accorti che molte fiere, piccole e grandi, hanno voluto assomigliare a Artissima.
Una fiera deve vendere, ma Artissima rivendica anche una funzione culturale. Come si misura concretamente questa responsabilità verso artisti, gallerie, città e pubblico?
Mercato e valore culturale possono procedere in sinergia. Abbiamo infatti diverse istituzioni e collezioni che acquisiscono opere ad Artissima in modo strutturato e sistematico, con finalità di visibilità pubblica, come La Gaia e la Fondazione Ines ed Ettore Fico. Vorrei fare in particolare l’esempio della Fondazione Arte CRT, grazie al cui budget di 300mila euro, confermato anche per quest’edizione 2026, il Castello di Rivoli e la GAM hanno la possibilità di incrementare le proprie collezioni, che costituiscono un patrimonio pubblico di straordinario valore, in arricchimento della storia culturale della città di Torino e del Paese. Questa azione chiama Artissima a una forte responsabilità, quella di saper corrispondere alle aspettative ed esigenze dei due musei. Credo, dunque, che Artissima debba creare valore aggiunto per le istituzioni del proprio territorio e per il pubblico degli appassionati, nutrendo un percorso di ispirazione culturale attraverso l’arte e i suoi messaggi. La responsabilità è dunque quella di gestire un’istituzione a tutto tondo, che si muove in un territorio vasto, multiforme e in continua evoluzione, come quello del mercato dell’arte, con tutte le sue ricadute sulla nostra società. A mio avviso le fiere d’arte devono cogliere proprio questa sfida: saper divenire istituzioni culturali.
Antonino La Vela
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