Il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al Piano nazionale per l’economia sociale, presentato con un’informativa del governo. Non il decreto che il mondo cooperativo si aspettava, ma comunque un passaggio definito da più parti “storico”: per la prima volta l’Italia si dota di una cornice organica dedicata a un settore che, ricorda Simone Gamberini, ha “la più alta densità di economia sociale d’Europa”. Dialogo con il presidente di Legacoop (Circa 10.500 cooperative associate, quasi 7,5 milioni di soci, oltre 474mila occupati e un valore della produzione superiore a 91 miliardi di euro in base ai dati dell’ultimo bilancio di Sostenibilità appena presentato) per capire cosa cambia davvero, cosa manca e quali saranno i prossimi nodi da sciogliere.
Presidente, cosa cambia ora concretamente per un soggetto come Legacoop?
Viene finalmente recepita la raccomandazione europea che aveva portato anche in Europa alla costruzione del Piano europeo per l’economia sociale, riconoscendo nell’economia sociale, e in particolare nella cooperazione, uno dei pilastri dello sviluppo e della competitività continentale. In un Paese come l’Italia, che ha probabilmente la più alta densità di economia sociale d’Europa, mancava la definizione di un piano organico che raccogliesse lo spirito di quella raccomandazione e costruisse una cornice per ciò che dovrà venire. Oggi c’è il riconoscimento che il mondo della cooperazione ha un ruolo determinante nell’economia sociale e una capacità generativa per un modello di sviluppo diverso da quello estrattivo che abbiamo sotto gli occhi. È un passaggio importante, da questo punto di vista storico.
Il Piano definisce un percorso per il Paese e riconosce al mondo dell’economia sociale un ruolo nel dare attuazione agli articoli 2 e 3 della Costituzione. È una cornice che comincia a mettere alcuni punti fermi: definisce un perimetro chiaro degli attori dell’economia sociale e scioglie, anche grazie alla comfort letter della Commissione Europea, il nodo dei servizi di interesse economico generale (Sieg).
Può spiegare meglio questo punto?
Il Piano propone di rafforzare il riconoscimento dei servizi di interesse economico generale, aprendo una riflessione su come adeguarne la definizione alla realtà dell’economia sociale. In termini semplici, si afferma un principio importante: quando cooperative, imprese sociali e altri soggetti dell’economia sociale svolgono attività che rispondono a bisogni collettivi e producono valore per la comunità, il loro ruolo di interesse generale deve essere riconosciuto anche se non operano attraverso una convenzione o un accreditamento con la pubblica amministrazione.Il Piano quindi riconosce all’azione dell’economia sociale una funzione a favore del bene comune e dell’interesse generale. È un passaggio fondamentale per la possibilità di costruire strumenti che promuovano l’economia sociale riconoscendone le caratteristiche specifiche, e non semplici azioni a fondo perduto.

Collegato a questo c’è un tema decisivo: il riconoscimento dell’identità cooperativa. Oggi gli utili destinati a riserva indivisibile sono tassati. Ma questi utili generano, di fatto, “bene comune”. Quando produciamo utili, li distribuiamo ai soci o li reinvestiamo nella cooperativa. E se la coop va in liquidazione, la riserva viene conferita allo Stato. Se la cooperativa è un attore di un’economia votata all’interesse generale, quegli utili non dovrebbero essere tassati.
Il Governo ha recentemente varato un Piano Casa, in cui l’economia sociale non sembra “tocca palla”. L’informativa in questo caso a cosa serve?
Il Piano Casa è antecedente all’informativa, ora cambia la cornice: tra i soggetti che possono agire con finalità pubblica ci sono anche quelli dell’economia sociale. Resta tutto da costruire, ma vale lo stesso principio per il public procurement: quando si parla di favorire la co-progettazione e la co-programmazione con i soggetti dell’economia sociale per lo sviluppo dei servizi pubblici locali, significa che sia nella normativa sugli appalti sia nella definizione dei prossimi fondi di coesione dovrà esserci un’attenzione al mondo dell’economia sociale. C’è poi un altro passaggio fondamentale.


Raccontare le professioni del sociale non è un atto di cronaca, ma un atto culturale e politico. È la scelta di portare finalmente sotto i riflettori chi lavora nell’ombra, chi svolge un mestiere che la società finge di rispettare e che invece tratta con noncuranza. Lo facciamo su VITA magazine di maggio.
SOCIAL WORKER, SENZA DI LORO PERDIAMO TUTTI
Quale?
L’istituzione, fin da subito, della cabina di regia dell’economia sociale presso il ministero dell’Economia e della Finanze-Mef ci mette nelle condizioni di avere un luogo di confronto strutturato. Sarà il Mef, in tutte le politiche che verranno realizzate a partire dalla prossima legge di Bilancio, a dover inserire l’economia sociale tra gli attori di riferimento. Poi, chiaramente, tutto dipenderà da ciò che noi riusciremo a proporre responsabilmente e da ciò che il governo, di qualunque colore sia, deciderà di favorire in termini di politiche. Ma avere in via XX Settembre una cabina di regia che si occupa di capire come, nelle varie leggi, può o deve essere inserita l’economia sociale è un asset rilevante. Diventiamo oggetto delle politiche: questa è la sfida. Non ci sono risorse collegate al Piano, è vero, c’è però la creazione di infrastrutture, formali e informali, che ci fanno sedere al tavolo e che impongono un’attenzione sulle politiche rivolte al mondo dell’economia sociale.


Restiamo sul punto delle risorse: i critici del testo parlano di un elenco di buoni propositi senza impegni concreti, tanto più che invece di un dpcm è arrivata una “semplice” informativa…
Speravamo in un decreto: era la formula che consideravamo migliore. Dopodiché abbiamo costruito un percorso in due anni di confronto molto aperto, che ha raccolto molte delle intuizioni e delle proposte che sono arrivate dal nostro mondo.
Può anticiparci le proposte prioritarie che porterete al tavolo?
Innanzitutto il tema fiscale, affrontato nella sua organicità. Poi la normativa sugli appalti, che già prevede co-progettazione e co-programmazione, ma servono azioni coordinate: nel Piano c’è una parte importante dedicata alla formazione della pubblica amministrazione nel suo rapporto con l’economia sociale, che non va considerata un semplice fornitore di servizi ma un soggetto con cui generare politiche. Serve un impegno sulla formazione dei dirigenti pubblici su cui stiamo già lavorando. Poi c’è il nodo delle imprese recuperate dai lavoratori, i cosiddetti Wbo (Workers Buyout). In altri Paesi europei, dopo l’approvazione dei piani per l’economia sociale, la promozione dei Wbo in forma cooperativa è diventata una vera strategia di politica industriale per mantenere il tessuto delle piccole e medie imprese e gestire diversamente il ricambio generazionale. In Spagna e in Francia hanno costruito politiche coerenti in questo senso; noi abbiamo già strumenti come la legge Marcora e Cfi-Cooperazione Finanza Impresa, ma si tratta di rilanciarli dentro una cornice più definita.
E infine le cooperative di comunità, su cui il Piano insiste molto in relazione alle aree interne: attraverso l’economia sociale si possono creare percorsi generativi in quei territori, ma serve una definizione più concreta dei soggetti e delle modalità di coprogettazione con gli enti locali. La legge nazionale c’è, ed è già pronta. Approvarla è un problema di volontà politica, e anche su questo ci misureremo. La sfida è che, nei prossimi anni, l’attenzione all’economia sociale entri nei singoli provvedimenti. A partire dalla prossima legge di Bilancio, e poi nella programmazione nazionale 2028-2034 legata al bilancio europeo, dove coesione, politica agricola e il resto confluiranno in un fondo unico gestito attraverso programmi nazionali.
C’è qualche aspetto del Piano che non la convince?
Tutti avremmo voluto di più. Se ci fosse stato da subito il decreto, o risorse già programmate per la prossima legge di Bilancio, saremmo stati più contenti. Al momento c’è questa cornice e l’impegno a costruire atti coerenti. Mi ripeto: che ci sia la cabina di regia al Mef è il primo banco di prova. Ora dobbiamo pensare alla legge di Bilancio per la parte più strutturale e alle politiche di coesione della prossima programmazione europea.
Credit foto: Legacoop
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Stefano Arduini
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