Cina, Russia e Occidente: perché la vera guerra si gioca sulla strategia e non sulle armi


L’OCCIDENTE VINCE LE BATTAGLIE TATTICHE MA PERDE LA PARTITA STRATEGICA

Come la scacchiera geopolitica globale si sta ridisegnando — e perché Trieste si trova al centro del nuovo ordine mondiale

di Enrico Verga
Geopolitical & Capital Strategy Advisor | Senior Lecturer POLIMI GSOM | Autore di Geopolitica e Finanza Globale (Hoepli)

13 luglio 2026 – ore 15:45 – Esiste una distinzione fondamentale nella teoria degli scacchi che i grandi maestri insegnano ai principianti fin dalla prima lezione: la differenza tra tattica e strategia. La tattica serve a vincere le singole mosse. La strategia serve a conquistare posizioni dominanti. Un giocatore può vincere dieci mosse consecutive e trovarsi comunque in una posizione strutturalmente perdente se non ha costruito il controllo del centro della scacchiera. È esattamente questa distinzione che manca nell’analisi geopolitica occidentale, in particolare in quella angloamericana, degli ultimi quindici anni. L’Occidente ha vinto molte mosse tattiche: le sanzioni hanno colpito la Russia, i blocchi tecnologici hanno rallentato la Cina, l’isolamento finanziario ha creato pressione su entrambi. Ma la posizione strategica globale dell’Occidente si sta deteriorando con una velocità che pochi analisti stanno leggendo correttamente.


L’ARMA FINANZIARIA: UNA LANCIA SPUNTATA?

Il 2022 è stato l’anno in cui l’Occidente ha dispiegato con maggiore veemenza la sua arma più potente: il sistema finanziario globale. Il congelamento delle riserve valutarie russe, l’esclusione di Mosca da SWIFT e le sanzioni bancarie a cascata erano tutti strumenti pensati per mettere in ginocchio l’economia russa nel giro di pochi mesi.

Non era la prima volta che misure di questo tipo venivano adottate. L’Iran, nel corso degli anni, ha subito pressioni analoghe. Eppure la capacità di resilienza del governo iraniano, unita alla ricchezza di materie prime energetiche, ha permesso a questa potenza mediorientale di costruire nuove relazioni con Cina, India e Russia.

La strategia adottata contro l’Iran sembra non aver insegnato molto ai leader occidentali. Utilizzando gli stessi strumenti contro la Russia, il risultato è stato diverso. Non perché le sanzioni non abbiano colpito: lo hanno fatto, duramente. Ma perché ogni colpo ha generato un effetto collaterale che nessuno aveva valutato correttamente: ha aumentato l’incentivo economico a costruire un sistema alternativo.

L’Iran non disponeva della stessa capacità di creare reti di cooperazione. La Russia, invece, il Paese più esteso del mondo, possiede una radicata cultura della resilienza, una mentalità da assedio ereditata dalle numerose invasioni subite nel corso della sua storia e sedimentata nella coscienza collettiva dei suoi cittadini. Questo le ha consentito di affrontare le sanzioni con una capacità di adattamento superiore.

Quando si utilizza il monopolio finanziario come arma, si rischia di incentivare gli altri a costruire vie di fuga. SWIFT era uno strumento di controllo strategico accettato perché conveniente. Dal 2022 Russia e Cina, seguite successivamente anche dall’Iran, stanno lavorando per renderlo progressivamente meno rilevante. Gli strumenti alternativi si chiamano SPFS, CIPS e BRICS Pay: accordi bilaterali in valuta locale, accumulo di oro fino ai livelli più elevati degli ultimi decenni e nuovi sistemi di regolamento dei pagamenti. L’obiettivo non è sostituire il dollaro nell’immediato, ma costruire una seconda via d’uscita che riduca la vulnerabilità strutturale di questi Paesi. Al momento tali sistemi risultano ancora meno efficienti rispetto a SWIFT, ma l’interesse crescente dei Paesi BRICS verso un’infrastruttura finanziaria alternativa sta accelerando lo sviluppo di questi strumenti di pagamento de-dollarizzati.


Il paradosso è che, quanto più l’Occidente utilizza le sanzioni come strumento di pressione, tanto più accelera la costruzione delle infrastrutture alternative che ne ridurranno l’efficacia futura.

IL MONOPOLIO DEI CHIP “OCCIDENTALI”

La stessa dinamica si è ripetuta nel settore dei semiconduttori. I blocchi tecnologici imposti dagli Stati Uniti — le restrizioni all’esportazione di chip avanzati verso la Cina, le liste nere per Huawei e SMIC e i controlli sull’accesso ai macchinari di ASML — erano stati concepiti per mantenere la Cina in uno stato di dipendenza tecnologica permanente.

Il principale produttore mondiale di chip avanzati è l’isola di Taiwan, storicamente conosciuta anche come Formosa. Pur essendo rivendicata dalla Repubblica Popolare Cinese come parte integrante del proprio territorio, Taiwan ha sviluppato nel tempo profonde relazioni economiche e tecnologiche con il mondo occidentale, in particolare con gli Stati Uniti. Su richiesta di Washington, Taipei ha ridotto le esportazioni verso la Cina, così come hanno fatto numerose aziende tecnologiche statunitensi. Pechino, tuttavia, non è rimasta a guardare.

Il risultato è stato che Huawei ha sviluppato il processore Kirin 9000S a 7 nanometri con tecnologia domestica, SMIC ha raggiunto processi produttivi ritenuti teoricamente impossibili senza i macchinari olandesi e il governo cinese ha stanziato oltre 150 miliardi di dollari in sussidi per l’industria dei semiconduttori. Le restrizioni occidentali hanno trasformato la dipendenza tecnologica da problema accettabile a questione di sicurezza nazionale, accelerando proprio lo sviluppo che intendevano rallentare.

La stessa logica si ritrova nella Nuova Via della Seta. Quando l’Occidente ha criticato il progetto definendolo una “trappola del debito”, la Cina ha risposto moltiplicando gli investimenti in porti, ferrovie e infrastrutture energetiche in Africa, Asia centrale e America Latina. Ogni critica ha rafforzato la narrativa interna cinese sulla necessità dell’indipendenza strategica.


VISIONE ORIENTALE E VISIONE OCCIDENTALE

La differenza più profonda tra la strategia occidentale e quella cinese non riguarda le risorse o il livello di competenza. Riguarda l’orizzonte temporale.

L’Occidente ragiona in funzione dei trimestri economici e dei cicli elettorali. Le sanzioni devono produrre effetti visibili prima delle elezioni. I blocchi tecnologici devono generare risultati immediati. La pressione militare deve essere giustificabile al successivo voto di bilancio.

La Cina ragiona su orizzonti di decenni. Deng Xiaoping avviò nel 1978 la modernizzazione industriale sapendo che i risultati sarebbero stati visibili trent’anni più tardi. Xi Jinping ha costruito il controllo delle supply chain critiche e delle terre rare con una pazienza che nessuna democrazia occidentale potrebbe sostenere politicamente. Non si tratta di mosse tattiche, ma di vere e proprie architetture di potere progettate su scale temporali incompatibili con il ciclo politico occidentale.

Il risultato di quindici anni di questa asimmetria temporale è evidente: la Cina controlla circa l’80% della lavorazione delle terre rare, circa il 70% della produzione mondiale di pannelli solari, quote dominanti nella produzione di batterie per veicoli elettrici e una posizione sempre più rilevante nell’intelligenza artificiale industriale.

IL MONDO DELL’IA

Il dibattito occidentale sull’intelligenza artificiale si è concentrato prevalentemente sui modelli linguisticiChatGPT, Claude e Gemini. Si tratta però di una visione parziale e potenzialmente fuorviante per chi deve allocare capitale strategicamente.


La vera competizione sull’IA non si gioca sui chatbot, ma sull’Industria 4.0: fabbriche automatizzate, robotica industriale, produzione guidata dall’intelligenza artificiale e integrazione tra dati, energia e manifattura. È in questo ambito che la posizione strutturale della Cina rappresenta un vantaggio difficilmente colmabile nel breve periodo. Pechino controlla la manifattura, le terre rare, la scala industriale, le supply chain fisiche e dispone di una capacità di coordinamento statale che le democrazie occidentali faticano a replicare.

L’Occidente continua a confondere la superiorità finanziaria con la superiorità strategica. La finanza può acquistare vantaggi tattici, ma non può comprare vent’anni di costruzione di infrastrutture fisiche, controllo delle risorse e sviluppo delle competenze manifatturiere.

LE INFRASTRUTTURE FISICHE E LA STRATEGIA VITALE OCCIDENTALE

Trieste non è una città qualunque nel contesto di questi cambiamenti. È uno dei pochi luoghi in Europa in cui la ridefinizione del nuovo ordine geopolitico produce conseguenze operative dirette, visibili e misurabili nella vita quotidiana.

Il porto di Trieste è il più profondo del Mediterraneo allargato e rappresenta il principale gateway ferroviario verso l’Europa centrale e orientale. È collegato direttamente alle reti ferroviarie di Austria, Germania, Ungheria e Repubblica Ceca, Paesi che costituiscono il cuore manifatturiero europeo.

Negli ultimi anni Trieste ha attirato l’interesse di operatori cinesi, mediorientali e indiani per le proprie infrastrutture portuali e logistiche. Non è un caso: in un mondo che si sta frammentando in blocchi commerciali, i nodi di transito capaci di mantenere connessioni con più sistemi diventano strategicamente preziosi.


La nuova linea ferroviaria Divaccia-Capodistria, un investimento superiore a un miliardo di euro, aumenterà ulteriormente la capacità di traffico verso il porto di Capodistria, principale concorrente di Trieste nell’Adriatico settentrionale.

Fincantieri, con la sua presenza storica a Trieste e Monfalcone, si trova all’intersezione di tutte le principali tendenze geopolitiche. La crescente domanda di navi militari legata al riarmo europeo, la competizione con i cantieri navali cinesi e lo sviluppo delle tecnologie dual use, civili e militari, fanno di Trieste un punto nevralgico del confronto tra la tattica occidentale e la strategia cinese.

Trieste è, in scala ridotta, un laboratorio del nuovo ordine mondiale multipolare. Vi convivono infrastrutture di transito, aziende industriali esposte alla competizione cinese e un porto chiamato a decidere quali flussi commerciali attrarre in un mondo caratterizzato da una globalizzazione sempre più selettiva.

LA FINANZA OCCIDENTALE È SUPERIORE?

La grande illusione dell’Occidente, soprattutto dopo il 2001, è stata quella di credere che la superiorità finanziaria e tecnologica immediata si traducesse automaticamente in una posizione strategica dominante nel lungo periodo.

La vera competizione globale si gioca sulle infrastrutture fisiche, sul controllo delle materie prime critiche, sull’autonomia tecnologica, sulla sovranità finanziaria e sulla resilienza sistemica. Su tutti questi fronti la Cina ha costruito, nell’ultimo decennio, posizioni strutturalmente più solide grazie a un diverso orizzonte temporale.


Per chi alloca capitale, gestisce supply chain o prende decisioni strategiche in questo contesto, la domanda non è: “Chi sta vincendo oggi?”. La domanda è: “Chi sta costruendo la posizione dominante del prossimo ciclo globale?“. Molto spesso le due risposte non coincidono.

E per Trieste, città che ha attraversato l’intera storia del XX secolo come punto di giunzione tra sistemi incompatibili, questa domanda non è accademica. È operativa, concreta e urgente, forse come non lo era da decenni.

Enrico Verga

Geopolitical & Capital Strategy Advisor e Senior Lecturer al POLIMI Graduate School of Management. Autore di Geopolitica e Finanza Globale (Hoepli, 2024). Ha pubblicato su Affaritaliani, Fortune, Forbes e Il Sole 24 Ore, occupandosi di geopolitica, capital allocation e infrastrutture strategiche.

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Articolo di Enrico Verga




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 Redazione Trieste All News

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