Una serie televisiva su Netflix, più di ogni altra, sembra raccontare quello che sta accadendo da tempo a Frosinone all’interno di Palazzo Munari. È House of Cards, con i suoi intrighi, veti incrociati, trattative riservate, alleanze che durano il tempo di una telefonata o di un messaggio WhatsApp. Colpi di scena continui e soprattutto una certezza: non c’è mai niente di definitivo. Chi sta con chi. Solo che nella fiction americana, alla fine, qualcuno il potere riesce sempre a conquistarlo. Nel Consiglio Comunale del capoluogo invece si rischia di rimanere bloccati alla puntata precedente.
L’elezione del presidente dell’Aula, dopo le dimissioni di Massimiliano Tagliaferri, sta diventando l’ultimo banco di prova della tenuta della maggioranza che sostiene il sindaco Riccardo Mastrangeli. Una tenuta duplice: politica e numerica.
Il sigillo notarile: né 22 né 17 voti
L’ultimo Consiglio Comunale ha certificato con il sigillo notarile una verità incontestabile: la coalizione non dispone dei numeri necessari. Né dei 22 voti della maggioranza assoluta, né dei 17 necessari nelle votazioni successive. (Leggi qui: Il potere logora chi non decide: il caso che può far implodere la maggioranza Mastrangeli).
Da qui la domanda inevitabile: che bisogno c’era di arrivare comunque al voto quel giorno? Era evidente a tutti, perfino alle poltrone dell’aula consiliare, che quella votazione non poteva produrre un presidente. Non c’erano le condizioni. È servita solo a mettere ancora di più in risalto le lacerazioni interne alla maggioranza ed a creare un problema dentro la civica Identità Frusinate con Marco Ferrara e Sergio Crescenzi.
Sapevano tutti che i consiglieri di FdI il nome di Ferrara sulla scheda non lo avrebbero scritto mai. Di converso, dentro il gruppo della presidente Meloni si è cristallizzato il problema dell’ex sindaco Paolo Fanelli, il cavallo di Troia individuato da una parte dell’opposizione per provare a creare scompiglio in maggioranza. «Questione Fanelli» che poi è esplosa definitivamente con la firma sotto la lettera inviata da undici consiglieri al Prefetto e al Ministero dell’Interno. Della serie: «ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare». (Leggi qui: Undici consiglieri scrivono a Prefetto e Ministero: delibere dubbie a Frosinone. E qui: Il significato politico della lettera degli 11 al Prefetto ed al Ministero dell’Interno).
Manca la strategia, non solo i numeri
La pratica del Presidente tornerà in Aula tra pochi giorni. Probabilmente rappresenta l’ultima vera occasione per la maggioranza di avere uno scatto di reni, di dimostrare, prima di tutto a se stessa e poi alla città, di essere ancora una coalizione politica, capace di tessere la tela e di essere costruttiva. Non semplicemente una somma di consiglieri che condividono lo stesso edificio.
Perché una maggioranza, prima ancora dei numeri, dovrebbe avere una visione comune di natura politica. Proprio la politica, a Frosinone, sembra essersi data alla macchia da parecchio tempo. Troppo. Per lasciare spazio a tatticismi, personalismi, posizionamenti, antipatie, veti e controveti, mentre fa una fatica enorme a individuare una visione politica. Per fortuna del sindaco quella amministrativa c’è. E si vede.
Senza Baywatch di Marzi
La questione, dal punto di vista politico, è molto semplice. Il nuovo presidente del Consiglio Comunale deve essere eletto dalla maggioranza. Punto. Senza se, senza ma. Non c’è modo di eludere il problema della coerenza. Senza papi stranieri. Senza ricorrere al soccorso stile Baywatch dell’ex sindaco Domenico Marzi. A meno che l’eventuale sostegno di Marzi alla maggioranza non rappresenti già oggi la certificazione politica di un’alleanza, tra Mastrangeli e lo stesso Marzi, destinata a proseguire fino alle prossime elezioni amministrative. Senza quindi improbabili candidati «di garanzia» o figure trasversali.
Il presidente dell’Aula non è un arbitro individuato tramite concorso pubblico. È una figura certamente istituzionale ma che nasce da una maggioranza politica. Ca va sans dire. Se quella maggioranza esiste ancora, deve essere in grado di eleggere uno dei propri consiglieri: uno che sostiene dichiaratamente il sindaco, che vota le delibere, i bilanci e i debiti fuori bilancio.
Se non ci riesce, il problema non è né il presidente né l’Ufficio di Presidenza. È la maggioranza. Tertium non datur. Altrimenti, quella che sostiene Mastrangeli non è una coalizione di governo ma una simpatica comitiva in gita. Magari anche colta, raffinata, esperta di storia dell’arte o archeologia: ma decisamente impreparata sul manuale della politica. E qui siamo al primo paragrafo del primo capitolo.
Il ventaglio del Presidente si restringe
Come scriveva lo storico britannico Cyril Northcote Parkinson: «Ritardare una decisione equivale spesso a prenderne una». Nel caso di specie il rischio è che l’incapacità di scegliere finisca per certificare l’incapacità di governare. Davvero si vuole veicolare questo messaggio alla città?
Tolto dal tavolo il nome del consigliere Marco Ferrara (che pure aveva dimostrato di avere le physique du rôle nella conduzione dei lavori) la candidatura è stata archiviata dalla perentoria chiusura di Fratelli d’Italia. Ferrara ha lasciato da poco il gruppo dei meloniani. Se i Partiti conservano ancora un minimo di identità politica, è del tutto comprensibile che FdI non intenda consegnargli una delle cariche istituzionali più importanti del Comune. Ci sta.
Se si mettono finalmente da parte veti incrociati, rancori personali e alchimie tafazziane di autodistruzione, sul tavolo restano due nomi.
La più forte, ma bloccata dagli equilibri
Il primo è quello della consigliera Francesca Chiappini. Sarebbe probabilmente la candidatura più naturale, la più lineare, la più forte sul piano del consenso popolare. Con quasi mille preferenze è risultata la consigliera più votata dell’intero Consiglio Comunale: un risultato straordinario che le conferisce una legittimazione politica difficilmente contestabile. Se fossimo ancora nel 2022, chi potrebbe dirle di no?
Esiste però un problema di equilibrio (e la politica è fatta di pesi e contrappesi). La Lista per Frosinone esprime già il vicesindaco Antonio Scaccia. Affidare alla stessa lista anche la presidenza del Consiglio significherebbe concentrare due delle principali cariche istituzionali nelle mani dello stesso gruppo civico: una scelta che romperebbe ulteriormente il già precario equilibrio tra i gruppi consiliari di maggioranza.
Vale la pena ricordare che all’inizio della consiliatura lo stesso ragionamento di equilibrio aveva portato a non assegnare assessori alla Lista Mastrangeli, proprio perché già esprimeva il sindaco, anche se era stato indicato dalla Lega. Una decisione rigorosa e coerente sul piano politico ma che probabilmente costituisce anche l’origine di tutti i mali tra Mastrangeli e i consiglieri della sua lista, poi passati all’opposizione. Il sindaco sta ancora pagando quella scelta di coerenza. Non forzare la mano sulla Chiappini è, in questo momento, la decisione più coerente.
Il meno divisivo, l’unica vera scelta politica
L’altra ipotesi conduce al nome del consigliere Giampiero Fabrizi. Probabilmente il profilo meno divisivo oggi presente in maggioranza. Il suo vero valore aggiunto è che creerebbe meno problemi di digeribilità: con due pastiglie di Maalox prese alla farmacia Mastrangeli, la cosa si può anche sopportare. Perché Fabrizi riporterebbe la presidenza là dove era stata collocata all’inizio della consiliatura: nell’area della Lista Ottaviani, considerato che Tagliaferri era stato eletto proprio in quella lista, prima di dichiararsi indipendente.
Fabrizi consentirebbe di ricomporre un equilibrio senza aprire nuovi fronti di conflitto. E a undici mesi dalle elezioni comunali non è un dettaglio. Potrebbe essere l’unica vera scelta politica rimasta. Tutte le altre — certamente legittime, ma al di fuori del perimetro dell’attuale maggioranza — avrebbero un significato diverso: di sopravvivenza.
Naturalmente resta l’incognita dello scrutinio segreto e dei franchi tiratori. Ma qui entra in gioco la credibilità della coalizione. Se il nome di Fabrizi uscisse unitariamente dal vertice di maggioranza di lunedì sera, chi dovesse poi impallinarlo nell’urna non compirebbe soltanto un gesto di dissenso. Certificherebbe la propria uscita politica dalla maggioranza. Anche a scrutinio segreto le «furbate» alla fine hanno sempre un nome e un cognome. Con tutte le conseguenze che questo inevitabilmente comporterebbe.
La domanda vera
La domanda delle cento pistole non è chi sarà il prossimo presidente del Consiglio Comunale. Ai cittadini di Frosinone la cosa interessa meno di zero. La domanda vera è: esiste ancora una maggioranza politica e numerica a Frosinone, capace di prendere una decisione, rispettarla e sostenerla?
Il celebre scrittore e politico francese André Malraux diceva: «La politica non è un’arte, ma un dovere; non è una scienza, ma una scommessa sulla natura umana».
Perché il presidente è soltanto il sintomo. La malattia, semmai, è la tenuta. Una maggioranza può perdere una votazione, può attraversare una crisi. Quello che non può permettersi è smarrire la capacità di decidere. Perché da quel momento smette di governare gli eventi e comincia semplicemente a subirli. E fino a oggi la coalizione che sostiene Mastrangeli di eventi non gestiti ne ha subiti parecchi.
La prossima seduta del Consiglio Comunale dirà molto di più dell’elezione del presidente. Dirà se la coalizione di Riccardo Mastrangeli è ancora una maggioranza politica prima, numerica dopo. Oppure soltanto un gruppo di consiglieri comunali che ha smesso da tempo di fare politica. E tra le due cose c’è tutta la differenza del mondo. La prima governa. La seconda aspetta soltanto che finisca la legislatura.
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