La serata in piazza Aldo Moro era intitolata Resistere raccontando. La voce di Gaza. Francesca Borri ha condotto il colloquio e Nabil Salameh è intervenuto durante l’incontro. Al-Dahdouh ha parlato per oltre un’ora davanti al pubblico del festival. Sceso dal palco ha ribadito che la solidarietà popolare non ha trovato un corrispettivo proporzionato nelle decisioni dei governi. ANSA ha raccolto la frase con cui li ha giudicati non all’altezza delle proprie responsabilità.
Il richiamo non contiene una misura nominata. Al-Dahdouh non ha chiesto in quella dichiarazione un embargo individuato né ha indicato un voto italiano già calendarizzato. Ha affidato agli Stati una richiesta più ampia: formulare una posizione pubblica sui fatti di Gaza e usarla nelle relazioni diplomatiche. Attribuirgli proposte non pronunciate altererebbe il senso dell’intervento.
Termini giuridici: l’espressione crimini di guerra è stata usata da Al-Dahdouh come accusa politica. Una responsabilità penale individuale nasce da un processo giudiziario e dall’esame delle condotte attribuite a ciascuna persona.
Sommario dei contenuti
Solidarietà delle persone e decisioni degli Stati
Al-Dahdouh ha separato la risposta delle società civili da quella delle istituzioni. Nelle sue parole la vicinanza espressa nelle piazze e nelle università non ha prodotto una pressione internazionale proporzionata alle sofferenze della Striscia. Al-Dahdouh indirizza la critica ai governi, che dispongono di rappresentanza diplomatica e voto nelle sedi multilaterali. Il pubblico di Polignano ricade invece nella solidarietà civile da lui riconosciuta.
Il richiamo all’Italia va collocato qui. Roma partecipa alle decisioni dell’Unione europea e alle votazioni delle Nazioni Unite. Dispone di rapporti bilaterali con Israele e di canali umanitari verso i palestinesi. Al-Dahdouh chiede che questa capacità politica venga usata. Il suo intervento non consegna al governo italiano una formula già scritta. Gli chiede di assumere una posizione riconoscibile.
La frase pronunciata in Puglia contiene anche una critica al tempo trascorso. La richiesta arriva dopo anni di guerra e dopo ripetuti appelli per l’ingresso della stampa straniera. Una presa di posizione adottata dopo la distruzione dei luoghi e la morte dei testimoni ha un peso diverso da quello di un atto compiuto quando gli eventi sono ancora documentabili sul terreno.
La tregua del 2025 non ha chiuso il conflitto
Dal 10 ottobre 2025 una tregua ha fermato i combattimenti su larga scala. Gli attacchi e gli episodi letali sono proseguiti. Il ritiro delle truppe e la futura amministrazione di Gaza restavano irrisolti nel luglio 2026. Anche il disarmo di Hamas e i fondi destinati ad abitazioni e servizi erano ancora oggetto di negoziato.
Reuters descrive la tregua come fragile e segnala la prosecuzione delle operazioni israeliane contro minacce indicate dall’esercito. Hamas accusa Israele di non aver rispettato gli impegni della prima fase. Israele contesta l’adempimento palestinese. La parola guerra indica dunque un conflitto non concluso pur dopo la riduzione delle ostilità su vasta scala.
Il divieto imposto alla stampa straniera ha attraversato anche questa fase. La minore intensità dei combattimenti non ha aperto l’ingresso autonomo ai corrispondenti. Il richiamo di Al-Dahdouh riguarda perciò sia ciò che è accaduto dal 2023 sia la possibilità di documentare le conseguenze e gli attacchi successivi alla tregua.
Il palco del Libro Possibile e la presenza di Yehia
La pagina ufficiale del festival colloca l’incontro nella serata del 10 luglio in piazza Aldo Moro. Il programma affianca al nome di Al-Dahdouh quello di Francesca Borri e di Nabil Salameh. La conversazione ha toccato il lavoro giornalistico svolto da Gaza e il termine palestinese sumud, che richiama permanenza e resistenza quotidiana.
Accanto al reporter era presente il figlio Yehia, quattordicenne e ferito nell’attacco che colpì la famiglia nel 2023. La platea gli ha rivolto un lungo applauso insieme al padre. Uno dei sopravvissuti era sul palco con le conseguenze fisiche ancora visibili. La formula “famiglia colpita” assume così volti e tempi che proseguono ben oltre il giorno del bombardamento.
Al-Dahdouh parla da professionista che ha continuato a lavorare dopo aver ricevuto in diretta la notizia delle morti in famiglia. Yehia porta davanti al pubblico la vita dei superstiti dopo l’attacco e la permanenza delle lesioni molto tempo dopo l’uscita della vicenda dai notiziari.
Una carriera costruita dentro la Striscia
Wael Al-Dahdouh lavora nel giornalismo palestinese dal 1998 ed è entrato nella rete qatariota nel 2004. Ha seguito le offensive sulla Striscia e il blocco imposto a Gaza. Da capo redazione segue il lavoro sul campo e coordina corrispondenti e cameraman.
La notorietà internazionale è cresciuta dopo il 7 ottobre 2023. Ridurlo al reporter che ha perso la famiglia cancellerebbe la carriera che precede quel trauma. Al-Dahdouh conosce i quartieri e i campi profughi attraverso decenni di lavoro. Tale familiarità incide sulla capacità di attribuire un’immagine a un luogo e di riconoscere la portata di un attacco prima che una redazione estera riesca a orientarsi.
Il ritorno in onda dopo i lutti è stato spesso descritto con un lessico eroico. Quel racconto rischia di occultare la scarsità di sostituti. Una redazione locale chiusa dentro il territorio non dispone della rotazione assicurata agli inviati internazionali. Quando un caporedattore si ferma la copertura perde una parte della propria rete di contatti e della conoscenza accumulata.
Nuseirat, 25 ottobre 2023
Il 25 ottobre 2023 un attacco israeliano colpì la casa in cui si trovavano membri della famiglia Al-Dahdouh nel campo profughi di Nuseirat. Morirono la moglie Amna e il figlio Mahmoud. Persero la vita anche la figlia Sham e il nipote Adam. Altri parenti rimasero feriti. La famiglia si era spostata verso la parte centrale della Striscia dopo l’ordine rivolto ai residenti del nord di dirigersi a sud.
Al-Dahdouh ricevette la notizia durante il lavoro. Le immagini dell’ospedale mostrarono il reporter davanti ai corpi dei familiari. Tornò in onda nei giorni seguenti. Associated Press ha documentato la sequenza e lo spostamento della famiglia. Il luogo scelto dopo l’ordine di evacuazione non offrì sicurezza.
Il bombardamento e la ripresa del lavoro appartengono a momenti distinti. Il primo colpì la sua vita privata. La seconda nacque dalla necessità di mantenere attiva la copertura di Gaza quando i colleghi stranieri non potevano entrare e molti operatori locali erano già sfollati.
Khan Younis, il ferimento e la morte di Samer Abu Daqqa
Il 15 dicembre 2023 Al-Dahdouh e il cameraman Samer Abu Daqqa stavano lavorando nell’area della scuola Farhana a Khan Younis. Un attacco ferì entrambi. Al-Dahdouh riuscì a raggiungere un ospedale. Abu Daqqa rimase sul posto per ore e morì prima che i soccorritori potessero recuperarlo.
Le ambulanze incontrarono ostacoli nell’avvicinarsi al cameraman. La distanza fra il ferimento e il recupero riguarda la protezione effettiva dei civili: il divieto di colpire deliberatamente una persona protetta perde forza materiale quando l’evacuazione sanitaria non riesce a raggiungere l’area.
La pettorina con la scritta Press rende riconoscibile l’attività svolta. Non blocca un’esplosione e non crea una barriera fisica. Quando la zona resta sotto fuoco e l’ambulanza non arriva la tutela scritta nel diritto non produce salvezza sul terreno.
Hamza Al-Dahdouh e Mustafa Thuraya, 7 gennaio 2024
Il 7 gennaio 2024 un attacco israeliano contro un’auto nel sud di Gaza uccise Hamza Al-Dahdouh, figlio maggiore di Wael e giornalista, insieme al freelance Mustafa Thuraya. I due avevano lavorato nella zona di Rafah. L’esercito israeliano sostenne che rappresentassero una minaccia e collegò i loro nomi a gruppi armati. Le famiglie e l’emittente respinsero l’accusa.
I materiali recuperati dalla scheda della telecamera di Thuraya non mostravano riprese effettuate con un drone nel giorno dell’attacco. The Washington Post ha esaminato i file e ha seguito gli spostamenti dei due giornalisti. L’indagine giornalistica opera fuori da un tribunale. I file rendono controllabile la distanza fra la versione militare e l’attività registrata sul dispositivo.
La morte di Hamza appartiene a un attacco diverso da quello di Nuseirat. Wael perse familiari nell’ottobre 2023 e fu ferito con Abu Daqqa a dicembre. Nel gennaio seguente perse il figlio giornalista. Ogni episodio richiede un esame autonomo. La successione spiega il peso personale delle parole pronunciate a Polignano senza fondere eventi separati.
Il divieto di ingresso indipendente era ancora in vigore nel giugno 2026
Dal 7 ottobre 2023 i giornalisti stranieri non entrano liberamente nella Striscia. Gli accessi autorizzati si svolgono in piccoli gruppi accompagnati dalle forze israeliane. La scelta del tragitto e la durata della visita dipendono dall’autorità militare. Il reporter non decide da solo quali quartieri raggiungere né quali testimoni incontrare fuori dal tracciato assegnato.
Il 3 giugno 2026 lo Stato israeliano ha comunicato alla Corte Suprema che avrebbe mantenuto il divieto di ingresso non accompagnato. Il Committee to Protect Journalists ha pubblicato il resoconto il 17 giugno. L’organizzazione aveva partecipato all’azione insieme alla Foreign Press Association e a Reporters Without Borders. La motivazione israeliana richiama esigenze di sicurezza.
La data porta il tema al presente. Il blocco non appartiene soltanto ai mesi più duri del 2023. Era ancora in vigore poche settimane prima dell’intervento di Polignano. Al-Dahdouh parla da un sistema informativo nel quale i giornalisti residenti sostengono quasi tutta la presenza quotidiana sul terreno.
Gli ingressi sotto scorta militare e i limiti editoriali
Un ingresso accompagnato offre immagini di luoghi altrimenti irraggiungibili ai corrispondenti esteri. Non equivale a una permanenza autonoma. L’itinerario è stabilito prima della visita e il tempo sul posto è breve. Tornare nello stesso luogo per controllare un passaggio richiede una nuova autorizzazione.
La scelta dei testimoni modifica il materiale raccolto. Durante una visita libera il giornalista individua residenti lontani dalle persone presentate dall’autorità che lo accompagna. Confronta versioni e osserva una strada laterale. Sotto scorta le domande restano possibili. Il campo osservato nasce però da una selezione militare.
La presenza di soldati accanto alla troupe influenza anche chi parla. Un abitante teme conseguenze o abbrevia la propria risposta. Un interlocutore vicino a una parte del conflitto usa invece l’occasione per imporre la propria versione. L’autonomia sul terreno serve a cercare persone non scelte in anticipo.
La redazione lontana da Gaza e il controllo dei materiali
Le redazioni internazionali ricevono video dai reporter locali e li confrontano con immagini satellitari e mappe stradali. Geolocalizzano edifici usando facciate e incroci. Esaminano l’ora di pubblicazione e cercano copie antecedenti dello stesso filmato. Parlano con ospedali o residenti attraverso linee telefoniche spesso instabili.
Le procedure aumentano l’affidabilità di un contenuto senza sostituire una seconda troupe sul posto. Una ripresa mostra ciò che entra nell’inquadratura. Un giornalista presente osserva distanze e movimenti fuori campo. Controlla la direzione da cui arriva un suono e chiede accesso agli edifici vicini. La distanza lascia parte di queste domande senza risposta.
Il problema cresce quando la connessione cade. I file vengono compressi per attraversare reti deboli e perdono informazioni. Le batterie si esauriscono e l’energia elettrica manca. Un archivio conservato su un telefono scompare con la distruzione di una casa. La chiusura agli ingressi esteri concentra la documentazione su persone e dispositivi già esposti agli attacchi.
Reporter locali senza rotazione e senza distanza dalla guerra
Un inviato internazionale lascia di norma la zona di guerra dopo un periodo concordato con la redazione. Il collega residente non dispone della stessa rotazione. Cerca cibo e acqua nella città che deve raccontare. I suoi figli seguono gli ordini di evacuazione e la sua abitazione si trova talvolta accanto al luogo di un servizio.
La coincidenza fra vita e lavoro produce una vulnerabilità diversa. Il reporter conosce la lingua e le reti familiari del territorio. Ottiene informazioni che un inviato appena arrivato impiegherebbe settimane a raccogliere. Paga però ogni interruzione con un prezzo personale immediato: la perdita della casa coincide con quella dell’archivio e lo sfollamento modifica la zona dalla quale riesce a trasmettere.
Sbircia la Notizia ha seguito questa condizione nel caso di Ahmed e Mohammed Wishah, fratelli e operatori dell’emittente uccisi in attacchi separati nel 2026. Quel precedente mostra perché il nome di Al-Dahdouh non esaurisce il problema. La perdita attraversa intere famiglie di operatori dei media.
Perché i registri sulle morti dei giornalisti non coincidono
Le organizzazioni che registrano le morti dei giornalisti usano soglie differenti. Alcune contano le persone impiegate nei media morte durante il conflitto. Altre inseriscono soltanto i casi nei quali il legame con l’attività giornalistica è già accertato. Esistono fascicoli ancora classificati come possibili casi di lavoro in attesa di ulteriori riscontri.
Una cifra pronunciata in un incontro pubblico non coincide con un totale condiviso da ogni archivio. Tutti i registri descrivono perdite eccezionali per la professione. UNESCO limita le proprie condanne ai decessi ricondotti al lavoro giornalistico. Altre organizzazioni adottano perimetri più larghi.
Il disaccordo numerico non riduce la gravità. Impedisce di sommare persone incluse con soglie diverse. Per ogni nome servono attività giornalistica documentata e circostanza della morte. Quando una di queste informazioni resta incerta il fascicolo conserva una classificazione provvisoria anziché diventare un numero definitivo.
La scritta Press e la protezione prevista dal diritto di guerra
L’articolo 79 del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra considera civili i giornalisti impegnati in incarichi giornalistici pericolosi. La protezione dura finché non prendono parte alle ostilità in via diretta. Il Comitato internazionale della Croce Rossa precisa che riprendere combattimenti o fotografare non costituisce di per sé partecipazione diretta.
L’accredito non crea lo status civile. Un freelance e un cameraman locale godono della stessa protezione di un corrispondente assunto da una grande rete. La pettorina rende l’attività riconoscibile sul terreno. La sua assenza non trasforma un giornalista in combattente e la sua presenza non attribuisce immunità da ogni pericolo.
Un attacco intenzionalmente rivolto contro civili integra un crimine di guerra quando ricorrono i requisiti previsti. L’esame deve stabilire chi fosse il bersaglio e quali informazioni avesse l’attaccante. Deve ricostruire le precauzioni adottate e l’eventuale presenza di un bersaglio militare. La qualifica non nasce dalla sola morte di un reporter né scompare perché una parte afferma dopo l’attacco che la persona apparteneva a un gruppo armato.
Le parole “crimini di guerra” e i procedimenti internazionali
L’accusa pronunciata da Al-Dahdouh si affianca a procedimenti con oggetti diversi. La Corte internazionale di giustizia esamina la controversia avviata dal Sudafrica contro Israele ai sensi della Convenzione sul genocidio. Alla data dell’11 luglio 2026 il giudizio sul merito non era concluso. Un’ordinanza del 21 maggio 2026 ha fissato nuovi termini per gli atti scritti delle parti.
La Corte penale internazionale ha emesso il 21 novembre 2024 mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant per presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità nel periodo esaminato dai giudici. I mandati non equivalgono a una condanna. Servono a portare gli indagati davanti alla Corte e restano separati dalla causa tra Stati discussa all’Aia.
La Corte internazionale decide se uno Stato abbia violato una convenzione. La Corte penale giudica persone. Al-Dahdouh parla ai governi in termini politici. Le corti applicano regole probatorie e competenze proprie. I tre piani si toccano nella materia dei fatti senza produrre lo stesso tipo di decisione.
La posizione israeliana sugli attacchi ai giornalisti
Israele afferma di non prendere di mira i giornalisti in quanto tali e sostiene che le operazioni colpiscano obiettivi militari. In diversi casi l’esercito ha attribuito a operatori dei media legami con Hamas o con altri gruppi armati. Le redazioni coinvolte hanno spesso respinto tali accuse e chiesto la pubblicazione delle prove.
La divergenza richiede materiale esaminabile. Servono ordini operativi e immagini aeree. Le comunicazioni militari devono essere confrontate con il comportamento della persona colpita. La sola qualifica diffusa dopo un attacco non stabilisce se il bersaglio fosse legittimo. Anche un’appartenenza organizzativa dichiarata non basta quando manca la prova di una funzione combattente continuativa o di una partecipazione diretta in quel momento.
Le richieste d’indagine indipendente nascono da questa distanza. Un esame condotto dalla struttura militare coinvolta nell’operazione possiede accesso a documenti decisivi. Non offre da solo la separazione istituzionale richiesta dalle famiglie e dalle organizzazioni per la stampa. Un organismo esterno deve invece ottenere materiali che spesso restano classificati.
La richiesta rivolta all’Italia e le leve disponibili a un governo
Il passaggio sull’Italia non autorizza ad attribuire ad Al-Dahdouh una scelta già definita. Un governo dispone però di leve riconoscibili. Assume posizioni nelle sedi europee e alle Nazioni Unite. Sostiene l’accesso indipendente della stampa e chiede indagini esterne sugli attacchi contro i reporter.
Roma dispone anche di canali consolari e umanitari. Facilita cure fuori dalla Striscia per giornalisti feriti e familiari. Finanzia dispositivi di protezione o attrezzature di trasmissione attraverso programmi separati dalle parti in guerra. Chiede che i valichi includano procedure dedicate agli operatori dei media accreditati.
Le scelte sui rapporti politici e commerciali con Israele appartengono al governo e al Parlamento. L’appello di Polignano non sostituisce quel processo. Chiede però che l’assenza di una decisione non venga presentata come neutralità. Anche il rinvio produce effetti quando una parte controlla l’accesso al territorio e l’altra documenta la guerra senza ricambio.
Il festival prima dell’incontro con Al-Dahdouh
Sbircia la Notizia aveva seguito il programma della venticinquesima edizione e la discussione sull’invito a Eshkol Nevo. L’incontro del 10 luglio aggiunge un fatto nuovo a quella sequenza: il palco di Polignano ha ospitato il capo di una redazione palestinese che ha lavorato nella Striscia durante la guerra.
I due appuntamenti non vanno sovrapposti. La contestazione legata a Nevo riguardava la presenza di uno scrittore israeliano nel cartellone. Al-Dahdouh ha portato una richiesta politica nata dalla propria esperienza nel mestiere e nella famiglia. Il festival ha collocato voci provenienti da lati diversi della frattura senza trasformarle in un confronto fra ospiti.
Il collegamento più vicino sul mestiere giornalistico resta il Festival internazionale del Giornalismo 2026, dove accesso ai teatri di guerra e conservazione delle prove digitali erano già entrati nel programma. Polignano ha portato lo stesso problema fuori dal circuito degli addetti ai lavori e davanti a un pubblico generalista.
Una richiesta che riguarda anche la possibilità di conoscere i fatti
Il discorso di Al-Dahdouh riguarda la risposta politica alla guerra e le condizioni nelle quali quella risposta viene formata. Un governo decide su sanzioni e aiuti usando informazioni raccolte in larga parte da reporter palestinesi ai quali non è offerta la possibilità di lasciare il territorio a rotazione.
Il divieto imposto ai colleghi stranieri riduce il numero di osservatori indipendenti e rende più fragile la conservazione del materiale. Ogni giornalista ucciso porta con sé contatti e conoscenze locali. Ogni redazione distrutta interrompe una catena di documenti. Un valico chiuso impedisce a una seconda squadra di controllare la stessa scena.
La domanda consegnata a Polignano è rivolta al potere politico e al sistema dell’informazione. I governi sono chiamati a giudicare la propria condotta verso Gaza sapendo che l’accesso ai luoghi sui quali decidono dipende ancora da persone che vivono dentro la guerra e ne subiscono gli attacchi.
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Junior Cristarella
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