Il paesaggio sonoro che ci tiene insieme, una grammatica dell’ascolto


Presentato il libro di Antonello Lamanna “Antropologia della narrazione orale”. Lamanna: «La memoria non scompare quando muore l’ultimo narratore. Scompare quando non c’è più nessuno disposto ad ascoltare»

Perugia, 6 luglio 2026 – «L’Italia è il Paese dei cento campanili, ma è anche il Paese delle cento tradizioni orali. La ricerca ha il compito di dare a questo patrimonio un metodo, un rigore scientifico, affinché possa attraversare il tempo». Francesco Asdrubali, prorettore dell’Università per Stranieri di Perugia non sceglie la nostalgia. Sceglie il futuro. Ed è forse questa la chiave più efficace per entrare in Antropologia della narrazione orale. Soundscape, refrain e memoria nella musica tradizionale (Edizioni Milella), il volume di Antonello Lamanna presentato a Piazza del Melo nell’ambito delle celebrazioni per il Centenario di Dario Fo promosse dalla Fondazione Fo Rame.

Non è un libro che tenta di imbalsamare il folklore. Al contrario, prova a sottrarre la tradizione alla retorica della conservazione, restituendola come pratica viva, come tecnologia della memoria, come forma di conoscenza. L’oralità non è il residuo di un passato remoto, è un sistema culturale ancora capace di spiegare il presente.

In questo senso il riferimento al soundscape, al paesaggio sonoro, non è una semplice categoria descrittiva. È il punto in cui antropologia, acustica, linguistica, etnomusicologia e studi della memoria cessano di essere discipline separate per diventare un unico campo di osservazione. I luoghi non sono fatti soltanto di architetture o di paesaggi visibili, sono costruiti dalle voci che li attraversano, dai ritornelli che li identificano, dai silenzi che li custodiscono.


La riflessione del prof. Francesco Asdrubali coglie proprio questo passaggio. «Il lavoro di Lamanna», osserva il prorettore dell’Università per Stranieri di Perugia e già presidente dell’Associazione Italiana di Acustica, «dimostra come tradizioni antichissime possano essere lette con strumenti scientifici contemporanei. La narrazione orale continua a essere una straordinaria forma di trasmissione del sapere e la ricerca permette di conservarla senza trasformarla in un reperto museale». È un invito a guardare il patrimonio immateriale non come un archivio chiuso, ma come un laboratorio aperto.

Del resto, il libro nasce da ricerche che Antonello Lamanna conduce da oltre trent’anni, tra citta e campagne dell’Italia meridionale e comunità dell’Italia centrale, raccogliendo repertori vocali, storie, forme del canto e pratiche dell’ascolto. È il percorso sviluppato attraverso Voxteca, l’archivio dedicato alla documentazione della tradizione orale dell’Università per Stranieri di Perugia, ma anche attraverso esperienze sperimentali come Vergari Soundscape, progetto che ha trasformato il paesaggio sonoro in una nuova modalità di lettura del territorio, intrecciando ricerca antropologica, cartografia acustica, tecnologie digitali e partecipazione delle comunità locali.

Il libro, però, evita accuratamente la tentazione dell’autobiografia scientifica. Ogni pagina sembra suggerire che il vero protagonista sia la relazione che si crea tra chi racconta e chi ascolta. Per questo il volume non offre risposte definitive. Costruisce piuttosto una grammatica dell’ascolto.

È qui che interviene la lettura di Giovanna Zaganelli, semiologa dell’Università per Stranieri di Perugia, che individua nel rapporto fra oralità e scrittura il nucleo teorico dell’opera. «Lamanna costruisce un percorso metodologico di grande solidità, nel quale la narrazione orale diventa il punto d’incontro fra repertorio musicale, memoria, archivio e performance. Il testo non esiste senza il pubblico che ascolta: è l’ascolto stesso a completare il racconto». Una prospettiva che attraversa idealmente un arco lunghissimo, da Omero fino alle forme contemporanee della trasmissione culturale.

Se Zagannelli guarda alle radici teoriche del volume, Toni Marino ne mette in evidenza la portata narratologica. Il suo intervento sposta l’attenzione dalla tradizione al presente. «Questo lavoro», osserva il docente di Strutture narrative e modelli di storytelling, «ha il merito di interpretare la narrazione come esperienza prima ancora che come testo. Recupera quelle forme di storytelling naturale che costituiscono ancora oggi il patrimonio narrativo più esteso della nostra società: le storie che le persone continuano a raccontarsi ogni giorno». È una riflessione che restituisce all’oralità una sorprendente attualità, lontana dall’immagine di una cultura minore o periferica.


Anche il legame con il Centenario di Dario Fo appare allora tutt’altro che simbolico. Stefano Bertea, rappresentante della Fondazione Fo Rame, ricorda come il teatro di Fo e Franca Rame abbia costruito la propria forza proprio sulla continuità con la tradizione orale, con il patrimonio dei giullari, dei canovacci, della cultura popolare continuamente reinventata sulla scena. Non un omaggio formale, dunque, ma una consonanza profonda tra due modi diversi di interrogare la memoria collettiva.

Nelle parole dello stesso Antonello Lamanna emerge forse la riflessione più politica del libro. «Per anni abbiamo pensato che il problema fosse salvare questo patrimonio. Oggi il rischio è un altro: non è che scompaiano soltanto i cantori, ma che scompaiano gli ascoltatori. Se viene meno chi ascolta, allora si interrompe davvero la trasmissione della memoria». È un cambio di prospettiva radicale. La conservazione non basta. Occorre ricostruire una comunità dell’ascolto.

Per questo Antropologia della narrazione orale non appartiene esclusivamente all’antropologia, né soltanto all’etnomusicologia. È un libro che attraversa linguistica, semiotica, narratologia, studi acustici e digital humanities senza mai perdere di vista l’elemento umano. La memoria, suggerisce Lamanna, non è un deposito di informazioni. È un gesto collettivo che continua a prendere forma ogni volta che una voce incontra un’altra voce.

La serata, moderata dal giornalista Italo Carmignani, ha visto la partecipazione di Francesco Asdrubali, l’assessore comunale Fabrizio Croce, il vicesindaco di Gubbio, Francesco Gagliardi, Silvio Ranieri dell’Anci, Stefano Bertea della Fondazione Fo Rame; Chiara Biscarini, Maura Marchegiani, Giacomo Nencioni, Toni Marino, Giovanna Zaganelli, l’antropologo dell’Unipg, Daniele Parbuono. A chiudere l’incontro, la ricerca è diventata nuovamente voce e scena con la performance La panchina di Donna Richetta, interpretata da Mirko Revoyera e Antonello Lamanna, con Kyria Constantinou alla voce e chitarra ed Enrico Bindocci all’harmonium, prima dell’intervento di Franco Ferri e Rocco Paradiso, storici fondatori dei Tarantolati di Tricarico. Non un semplice accompagnamento musicale, ma la dimostrazione concreta che il patrimonio immateriale continua a vivere soltanto quando torna a essere esperienza condivisa.

 


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 Gilberto Scalabrini

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